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La guardavo giacere accanto a me,
il suo respiro lieto,
anche esso
ormai
non faceva più parte
delle mie attenzioni.
Notti insonni a vegliarla,
osservavo il suo ventre,
custode del tradimento divino.
Fui costretto a rinunciare
alla carne
della donna a me sottratta.
Ennesimo capriccio
del Creatore annoiato.
E io, falegname,
abile solo
a costruire una culla.
Nove mesi:
la sua luce,
la mia ombra.
Lo sguardo di lei:
estasi e distacco,
forse affascinata
dal sublime dono,
mentre intorno a noi
si palesavano già
gli ultimi.
Poi arrivò la prima parola,
il verbo,
quel «Padre»
rivolto al cielo,
termine
che non fu mai mio.
Io continuavo
a piallare la mia assenza,
per renderla, forse, più morbida
a quel tatto rubato.
Poi gli sguardi apostolici,
colmi di compassione,
per un custode
che perse l’identità
nelle strade infinite
che Lui tanto amava.
La devozione di lei.
Il prestigio di lui.
Le scritture
che mi omisero
nella passione
del suo congedo.
Nessuna menzione.
Ero solo
un falegname.