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Il barista aveva la barba.
Non la barba di moda, quel piumino imbellettato buono per l’happy hour, ma una barba stanca, simile a schiuma di birra rappresa agli angoli della bocca.
Posò il bicchiere accanto allo smartphone del giovane, poi lo riempì di whisky. Versava piano, come se volesse farlo gustare anche al vetro.
«Bourbon?» chiese il giovane.
«Lui lo beveva sempre» rispose il barista. «Se lo portavo via prima che l’avesse finito, si arrabbiava Diceva che era curioso di vedere cosa c’era sul fondo del bicchiere». Sopra la barba, i suoi occhi, tra il grigio e l’azzurro, erano stanchi, smorti. Come l’acqua in un bicchiere dimenticato e ricoperto di polvere disse una voce nella testa del giovane. Bella immagine pensò. Sarebbe andata bene per un racconto. Ma lui doveva scrivere un pezzo sui locali di tendenza, possibilmente prima che diventassero di tendenza. E il Benbow Bar era uno di quelli. O avrebbe potuto esserlo se dall’ultimo romanzo di Timothy M. Iron avessero tratto un film – o più probabilmente una serie.
«Devo berlo?» chiese indicando il liquore.
«No» rispose l’altro. «Forse è meglio di no».
Giusto. Non era Timothy M. Iron, lui. Meno che mai Raymond Chandler. E non bastava una metafora per trasformarlo in uno scrittore.
Era solo il luogo che lo suggestionava.
Nella tarda mattina di una giornata feriale il Benbow Bar sembrava vasto come una cattedrale e altrettanto silenzioso. Dava un’impressione di..
«Sembra tutto sfasato, non è vero?» disse il barista.
Il giovane trasalì. Se avesse avuto in mano il bicchiere avrebbe versato qualche goccia, ma non l’aveva toccato.
“Sfasatura” era proprio la parola che stava per venirgli in mente.
Dunque no. Non era uno scrittore.
«Sembra un’OPA, non crede?» aggiunse il barista.
Il giovane sobbalzò di nuovo.
«No, non un’Offerta Pubblica di Acquisto. Un Out of Place Artifact. Qualcosa che non dovrebbe esistere nel tempo e nel luogo in cui, invece, si trova. I locali Jazz dovrebbero esistere solo di sera, con i marciapiedi lucidi, il fumo che esce dai tombini e i lampioni accesi che deformano le ombre. Invece eccoci qui». Curvò la bocca in una specie di parentesi che forse era un sorriso. «Ho imparato un po’ a parlare come lui».
«Timothy Iron. Mario Timoteo Ferro» confermò il giornalista.
«Odiava quel nome. “Timoteo”. E chi lo ha mai sentito? Negli ultimi secoli o fuori da un cartone animato, voglio dire» indicò lo smartphone «Non sarebbe ora di accendere quell’affare, signor… Mi deve scusare: mi sono già scordato il suo nome. Divento vecchio».
«Federico Guidi» disse il giovane
«Niente pseudonimi? Qualcosa come “Freddie Drive”?».
Il giovane scosse la testa. «Sono solo un giornalista». Mio Dio, com’è vero. Un’OPA... appena aveva sentito la parola, aveva pensato proprio a una proposta di acquisto. Di nuovo ebbe l’impressione che il vecchio potesse leggergli nella mente. «E poi non sono più indispensabili come una volta». Accese lo smartphone e accennò a un angolino sulla sinistra a ridosso della parete. Poco sopra la boiserie c’era una foto. Un ritratto, probabilmente, anche se, a quella distanza, non si capiva di chi. La perlinatura era nera e spessa e la luce di una lampada lo colpiva come un faro su un mare notturno. Sotto, un tavolino rotondo, nero, per una persona sola.
«Il suo posto?» chiese il giornalista.
«Non si è mai seduto da nessun’altra parte. Se non era libero, se ne andava».
«E succedeva spesso?».
Il barista allungò un braccio sotto il bancone e, per un istante, Guidi temette che estraesse una pistola o un fucile a canne mozze.
Una musica – una playlist, senz’altro – si diffuse nel locale. Fuori, una nuvola passò davanti al sole e fu come se, dentro, il tempo avesse fatto un balzo in avanti. Non sera, ma le ore prima del tramonto, quando le auto che tornano a casa sono più di quelle che vanno in città.
«David Shire. Il tema di Marlowe in “Addio mia amata”» disse il barista. «Ha visto il film?».
Il giornalista negò.
«Diceva che la “M” di “Timothy M. Iron” stava per “Marlowe”. A volte per “Mitchum”. Secondo lui il miglior Marlowe sullo schermo».
«Suona meglio di “Mario”» disse Guidi.
Il barista alzò il volume «Fa atmosfera. E, per rispondere alla sua domanda, non accadeva spesso che qualcuno occupasse la sedia di Timothy M. Iron. Solo i primi tempi, quando era ancora Mario Ferro. Nel 2003 portò qui per la prima volta la macchina da scrivere. Era un pezzo da museo già allora. Uno scrittore che usa una macchina da scrivere nel Terzo Millennio. Per un po’ fece avanti e indietro da casa, o dovunque la tenesse, reggendola sotto il braccio, poi la lasciò qui. Da allora, nessuno ha osato occupare quel posto. Non a lungo».
Il giornalista aguzzò la vista come se volesse provare a distinguere la foto nella cornice, ma dopo un po’ lasciò perdere. «Scelse il “Benbow Bar” per la storia del locale, non è così?».
Il barista prese un bicchiere che non aveva nessun bisogno di essere pulito e cominciò a strofinarlo con uno straccio. «In un sacco di locali sono successe brutte cose».
«Ma di solito vengono tenute nascoste».
«Mai piaciuti i segreti. Si scoprono sempre».
«È stato lei a raccontarglielo? È questo che mi sta dicendo?».
«Non era mica niente di speciale. Un tale cercò di rapinare il locale e il barista dell’epoca lo fece secco».
«Teneva una pistola sotto il bancone».
Il barista smise di strofinare il bicchiere e guardò Guidi in faccia. «È solo questo che le hanno raccontato?».
Il giornalista non rispose e il barista proseguì. «Se è così non è vero. Non proprio. La pistola sotto il bancone c’era, ma i baristi erano due. Il primo puntò la pistola contro il rapinatore e ci fu una colluttazione. Partì un colpo e il primo barista quasi ci rimise la pelle. Il secondo prese la pistola al rapinatore e lo accoppò».
Guidi prese il bicchiere del whisky, lo guardò, sogghignò, ma non bevve. «Ma vent’anni dopo, più o meno, il secondo barista uccise il marito di una cliente. Una sua vecchia amica, a quanto dicono. Poi i due scapparono insieme. Sono ancora latitanti».
«Allora è questo che le hanno raccontato».
Il giornalista avvicinò il bicchiere alle labbra, incrociò lo sguardo dell’altro e lo posò senza bere. «No. Mi sono documentato».
Il barista contorse le labbra in una smorfia di approvazione. Ma c’era una punta di sarcasmo come un’oliva in un Martini. «Un professionista, insomma. Ed è la verità?».
«Non lo è?».
«Il buon vecchio Timothy M. Iron si appassionò a quella faccenda. Divenne un racconto, poi un romanzo, ma prima era stata una storia. La raccontava a chi si sedeva vicino a lui, magari quando stava con lo sguardo perso nel vuoto e le dita sospese sopra i tasti come uccelli che non sanno se appollaiarsi o no. E ogni volta era una storia diversa».
«Perché, le cose non sono andate così?».
Il barista scosse la testa. «Non è quello che sto dicendo. Sto dicendo che, lui, Timothy M. Iron non la raccontava così. Ne forniva una versione differente a chiunque gli offrisse da bere e ciascuno diceva che quella che gli stava rifilando era la verità perché lui, Timothy M. Iron aveva fatto ricerche e sapeva come realmente si erano svolti i fatti». Guardò il bicchiere che non aveva bisogno di essere pulito e lo rimise al suo posto. Poi ne prese un altro e ricominciò. «Proprio come lei».
«Era già alcolizzato?».
«In ogni bar del mondo c’è un cliente abituale. Un ubriacone, se vogliamo chiamarlo con il suo nome. Se attaccate bottone con lui, vi racconterà di come e perché ha cominciato a bere. Una storia strappalacrime. E ogni volta sarà differente perché nemmeno lui lo sa, il perché, o lo ha dimenticato».
Il giornalista sogghignò di nuovo. «Riconosco questo pezzo. Più o meno. Raymond Chandler. “Il lungo addio”, se non sbaglio». Guardò il bicchiere di bourbon che rimaneva tra loro come un ospite che non si sa bene come trattare.
«“Il lungo addio”. È proprio un lungo addio. E... no. Timothy M. Iron non era alcoolizzato. Non ancora. Quanto a Mario Ferro, non ebbe il tempo di diventarlo. Aveva fatto fagotto da un po’, lasciando a Timothy il posto in quell’angolo, con la macchina da scrivere davanti».
Il giornalista si piegò un po’ in avanti come un prete che ascolta una confessione scabrosa. «E lei lo ha capito perché beveva? Ne avrà visti tanti, di alcolizzati».
Il barista alzò le spalle e riprese a strofinare il secondo bicchiere. «La solita storia, suppongo. La giustificazione di Hemingway. O di Chandler. O di chissà quanti altri. “Sono un duro, ma anche un tipo sensibile. Non tanto smidollato da andare da uno psichiatra o in un centro di recupero, ma abbastanza da dover bere per dimenticare le brutture del mondo”».
«Ha detto “suppongo”. Quindi non lo crede».
Il barista posò il secondo bicchiere sul bancone senza metterlo via. «Credo che sia per l’atmosfera. Gli serviva per essere Timothy M. Iron. Era Tim, a scrivere. Faceva parte del personaggio, delle storie che leggeva e di quelle che scriveva. Non dimentichi che aveva scelto il Benbow per questo… ma non mi chieda se sia stato il Benbow a creare Timothy M. Iron o viceversa perché non lo so».
«Una questione d’immagine, insomma». Stavolta fu il giornalista a contrarre la faccia in una smorfia un po’ amara. «Come gli articoli sulla mia rivista. Tendenze. Mode».
«Lei sa che cos’è il noir, l’hard boiled».
Il giornalista annuì. «Un’arcadia. Un posto dove puoi vivere di uova, superalcolici e carne rossa, sfrecciare su un bolide per le strade della giungla d’asfalto, magari con una bionda poco vestita accanto, mentre i proiettili degli scagnozzi ti fischiano vicino alle orecchie senza colpirti. Un’illusione. Un rifugio, forse».
«Non è così che viviamo? Illusioni. O come direbbe uno della sua età...».
Guidi esitò, poi disse: «Virtuale. Credo».
«Virtuale, giusto».
«Non è solo sopravvivere?».
«Non è abbastanza?».
Il giovane alzò la testa come se cercasse la risposta tra le note nell’aria. La musica era cambiata. «Questo non è proprio jazz. Non di quell’epoca, comunque».
«“This side of forever”. Roberta Flack. Lo hanno usato per i titoli di coda di un paio di film dell’ispettore Callaghan, quindi è abbastanza hard boiled».
«In ogni caso, non è quel jazz» insistette il giornalista.
«Magari questa non è una storia hard boiled. Magari è una storia di fantasmi».
«Il posto che nessuno osa occupare?».
Il barista sollevò il bicchiere, lo osservò, aprì il rubinetto, ce lo mise sotto e lo sciacquò, poi riprese a pulirlo. «Per un bel pezzo, ci si è seduta un sacco di gente» disse.
«Dopo “Babylon Blues”, immagino».
Il barista annuì.
«Il suo maggior successo» disse Guidi «Ho fatto delle ricerche».
«Non sarà stato difficile».
«Foto da tutte le parti. Non come adesso, non nell’era dei social ma… foto da tutte le parti» confermò il giovane. «È vero che chiamava le ragazze “pupa”?».
«Giocava a fare Mickey Spillane. Chandler e Spillane non si sopportavano, diceva, ma tanto alla gente queste sottigliezze non interessavano. Tutti giocavano. Specie quando Hollywood lo chiamò per tirarne fuori un film».
Il giornalista si chinò di nuovo in avanti. Quella strana posa da confessore. «Nessuna che abbia lasciato il segno? Nessuna “Dark Lady”?».
«Vuole metterlo nel suo pezzo?».
Guidi si passò una mano sul mento. «Non lo so. Non se è una storia di fantasmi».
Il barista riprese a pulire il bicchiere. «Già. In quelle, di solito le donne vestono di bianco».
«Nessuna, allora».
«L’ho già detto: per un bel po’ di donne ne girarono un sacco. Qualcuna me la passò anche. All’epoca abitavo in uno stanzino sopra il locale. Avevo appena divorziato». Finì di asciugare il bicchiere e lo mise via. «Ce n’era una. Tim la chiamava “un sogno bagnato che camminava”. Lei non me la presentò mai. Ma durò poco».
«Insomma, non beveva per dimenticare».
«Beveva perché gli piaceva bere. Questa è la verità».
Guidi fece una nuova smorfia, ma diversa da prima. Ricordava un gatto che ha appena mangiato un topo. La coda gli spunta ancora dalla bocca, ma improvvisamente sembra non essere più sicuro che gli piaccia. «Un giudizio un po’ duro, detto da un amico».
«Forse non eravamo tanto amici. Forse ero solo il suo barman preferito. O forse è proprio agli amici che tocca dire le cose più dure».
Guidi passò un dito sul bicchiere di bourbon. La playlist si era zittita per qualche istante prima di passare al pezzo successivo e il polpastrello stridette lievemente sul vetro. «No» disse. «Non ci credo. Non ci credo che non se la sia presa perché “Babylon Blues” non divenne mai un film». Piantò gli occhi in faccia al barista. Non ci credo che uno scrittore non se la prenda per una cosa così. Io non reagisco così, quando mi tocca scrivere pezzi sui locali alla moda fu sul punto di dire, ma si trattenne. Non erano amici, lui e il barista.
«Non ho detto questo» rispose l’altro. «Certo che se la prese. E forse un po’ se la prese anche per quell’altra, il sogno bagnato. Ma non erano la ragione principale». Indicò il bourbon. Se ci fosse stato del ghiaccio si sarebbe sciolto da un pezzo, ma era un whisky liscio.
«Voleva vedere il fondo del bicchiere».
Il barista annuì piano. «Ed era più profondo di quanto pensasse».
Per un po’ nessuno dei due disse niente. La musica era cambiata di nuovo. «Questa la conosco» disse Guidi.
«“Harlem nocturne”» confermò il barista. Prese il bicchiere e, lentamente, ne versò il contenuto nel lavandino. Sax e tromba coprirono il gorgoglio. Guardò il giornalista in faccia. «Non lo scriverà, questo, vero?».
Il giovane fece di no con la testa.
«Forse, se con Babylon Blues non fosse arrivato a un passo dal successo, quello vero… puoi anche vivere di illusioni, ma...».
«… ma se ti capita di incontrare la realtà, dopo non ce la fai più» concluse Guidi.
I due uomini si guardarono in faccia per tutto il tempo che durò il brano e anche dopo, durante la pausa prima che la playlist riprendesse. Alla fine il barista sospirò. Su quella faccenda, non c’era più niente da dire. «Timothy M. Iron cominciò a recitare la parte dello scrittore genio e sregolatezza. Poco a poco, come quando svuoti un bicchiere a piccoli sorsi. I bevitori accaniti fanno così per farlo durare e spendere meno. Per un po’ reggono, ma prima o poi arriva il momento che non ci riescono più e mandano giù tutto senza neanche sentire il sapore».
E Timothy M Iron fece così e a farne le spese furono in due: lui e Mario Ferro pensò il giornalista, ma non lo disse. Non c’era bisogno.
«Scriveva come un dannato» proseguì il barista. «Fogli e fogli come neanche quando lavorava alla sceneggiatura di “Babylon Blues”. Quella maledetta macchina da scrivere crepitava più di una mitragliatrice sulla Marna».
«L’ho letto, nei suoi libri. Quelli dopo “Babylon Blues”, intendo. Era una metafora che usava spesso».
«Non era roba buona. Più passava il tempo e più peggiorava. Scriveva come beveva. Senza neanche sentire il sapore». Toccò al barista passarsi una mano sul mento. Le dita sfregarono i peli ispidi della stanca barba candida. «Credo che scrivesse per poter bere, invece che bere per poter scrivere».
«E lei glielo disse?».
Il barista guardò il giovane. No, non lo scriverò pensò lui e l’altro dovette capirlo perché proseguì. «Forse ha ragione lei. Forse non eravamo così amici».
Guidi guardò il bicchiere. Giaceva ancora, sporco, accanto al lavandino. «Forse non c’era niente da fare».
«Non c’è niente di bello nell’alcolismo, anche se ti racconti che lo fai per l’arte e lo racconti agli altri. Niente di pulito. Vai al cesso in continuazione, farfugli, ti tremano le mani, vedi cose che non ci sono… poi arriva la cirrosi e diventi giallo o magari ti gratti a più non posso: è la bilirubina che va in circolo quando il fegato si sfascia. A Timtothy M. Iron capitò così. Ma a quel punto era arrivato il cancro e lui aveva smesso di scrivere da un pezzo. Anche roba brutta. Alla fine non rimane niente. Quando lo portarono via sulla barella sembrava molto piccolo. Quasi un bambino. Non mi ero reso conto che fosse dimagrito così. Forse per via della pancia. Era gonfia come un pallone per via dell’ascite. In ogni caso, alla fine non rimane niente».
Il giornalista allungò la mano verso lo smartphone come se volesse interrompere la registrazione, ma poi la lasciò lì, sospesa. «Tranne un posto vuoto. Un posto vuoto che nessuno osa occupare».
La playlist ricominciò. Di nuovo il tema di Marlowe. “Addio mia amata”.
«Buffo, vero?» disse il barista. «Vogliamo lasciare qualcosa di noi e alla fine non che… be’, la prima parola che mi è venuta in mente è “buco”, anche se magari non è quella esatta». Prese il bicchiere, lo sollevò come per controllare che il fondo ci fosse davvero e poi lo mise sotto l’acqua e prese a pulirlo con misurati gesti professionali. «Ma in fondo non importa. È lei il giornalista, no?».
Guidi indicò col capo la sedia nell’angolo con sopra la fotografia. La luce della lampada era sempre la stessa, ma fuori quella del sole era cambiata. Il mattino era scivolato nel primo pomeriggio. «È proprio vero che non ci si siede nessuno?».
Il barista fece spallucce. «Io non l’ho mai fatto. Una questione di rispetto. O di amicizia. O che ne so». Asciugò il bicchiere e lo osservò girandolo da tutte le parti. «Chi l’ha fatto, però, dopo un po’ si alza e questo è vero. Dicono che, se ci si rimane abbastanza, si sente una specie di ticchettio. Come quello di una macchina da scrivere. Però dev’essere una questione di suggestione. Questo posto fa così, a volte». Abbassò lo sguardo verso la mano di Guidi, ancora sospesa sopra lo smartphone. «Adesso però credo che sia il momento di spegnere quell’affare».
Il giornalista ubbidì. Guardò il barista. Sopra la barba, gli occhi erano stanchi. Infinitamente stanchi.
«Ed è ora che io vada a scrivere il mio pezzo. Si sta facendo tardi» disse.
«Sì» disse il barista. «Troppo tardi».
Federico Guidi prese lo smartphone, lo mise in tasca, si alzò e si allontanò in fretta.
Prima che quel rumore si facesse abbastanza forte da coprire la musica.
Una specie di ticchettio, come quello di una macchina da scrivere.