Shantaram

scritto da antos
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Un romanzo epico
- Nota dell'autore antos

Testo: Shantaram
di antos

Il romanzo autobiografico di Gregory David Roberts, edito da Neri Pozza, inizia con l’arrivo a Bombay di Lindsay Ford, nome falso di un evaso dal carcere australiano di massima sicurezza che approda in India per sfuggire alla legge.
Lindsay è lo stesso Greg che racconta i suoi dieci anni di permanenza in India. Un incontro, quello con Bombay, che ha cambiato per sempre la sua vita dal punto di vista personale, spirituale ed anche economico. In poche pagine iniziali Linbaba, “Lin”, come verrà affettuosamente rinominato dai suoi amici indiani, ci catapulta nella città frenetica, colorata, trafficata e assurda di Bombay, dove l’odore di spezie e i suoni del clacson lo immergono in un caos che sarà la cosa più vera ed appassionante di tutto il romanzo, 1177 pagine! La storia si snoda poi in mille avventure impossibili da elencare; entra a far parte della mafia locale che ricicla il denaro, falsifica passaporti, recita nei film di Bollywood, si unisce ai guerriglieri dell’Afghanistan. È un turbinio di avvenimenti, di colpi di scena, di situazioni illegali e cruente.
In tutta questa moltitudine di avventure, ciò che colpisce e che ci fa arrivare con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, è la rete di relazioni che intesse il protagonista con gli indiani di Bombay, personaggi unici e irripetibili, ciascuno dotato di una sua spiccata umanità, anche nei momenti peggiori, quelli delle uccisioni, dei regolamenti dei conti fra bande avversarie. Il personaggio principale, che tutti noi iniziamo ad amare dalle prime pagine è Prabaker, una guida turistica/tassista che Lin conosce appena mette piede a Bombay. Lin trascorrerà poi sei mesi nel villaggio natale di Prabaker, imparando la lingua marathi. È qui che la madre dei Prabaker gli darà il nome di Shantaram , “Uomo della pace di dio”. Prabhu, come viene affettuosamente chiamato, sarà il fedele compagno che morirà a seguito di un incidente automobilistico; lascerà un grande vuoto nella vita di Lin che non si darà mai pace per questa morte prematura. Rimasto senza soldi, Lin andrà ad abitare nello slum, una delle tante baraccopoli che a Bombay sono situate ai margini dei grattacieli e dei quartieri eleganti. Nello slum Lin aprirà un improvvisato ambulatorio da campo; in questo modo assisterà le migliaia di abitanti dello slum, approfittando delle vaghe conoscenze di medicina che possedeva. È proprio nello slum che Lin conoscerà la vera India, i veri poveri che non hanno nulla se non un misero tetto di foglie e fango:
“I miei amici non potevano capire cosa intendevo quando parlavo loro della purezza dello slum, perché guardandosi intorno vedevano solo misera e sporcizia, non vedevano la loro purezza. Per sopravvivere in quel miscuglio caotico di speranza e sofferenza la gente doveva essere onesta in modo scrupoloso, quasi struggente. Era quella la fonte della loro purezza”.
Qui inizierà la sua rinascita personale, ritornerà a fidarsi del genere umano, a scoprire la fratellanza, la solidarietà, l’amore che unisce queste persone prive di tutto. Dimentica l’egoismo e la sopraffazione, proprio lui che aveva subito terribile violenze nel carcere da cui era evaso.
Le sue gesta vengono notate dal Boss della mafia di Bombay, Abdel Khader Khan, “Kadherbai” che per Lin diventa un mentore, come un padre, il padre che non ha avuto. È il personaggio più carismatico del libro, circondato da un alone quasi di santità, che porta giustificazioni filosofiche alle sue azioni:
“Per sapere se un’azione umana è giusta o sbagliata, bisogna chiedersi se tale azione favorirebbe o ostacolerebbe lo sviluppo del mondo”.
L’autore narra delle affascinanti riunioni del clan, in cui gli adepti, fumando il narghilè, si interrogano sui grandi problemi della vita. Per seguire Kadherbai e i suoi insegnamenti Lin affronta anche in un’assurda e pericolosa guerra in Afghanistan che costerà la vita a molti dei suoi amici. Kaderbai è il “guru” che dispensa saggezza, il suo insegnamento su cui per tutto il romanzo riflette il protagonista è: “Si possono fare tante azioni ingiuste (come uccidere e mentire) se si fanno per la giusta causa”.
Non manca il personaggio femminile, Karla, una svizzera trapiantata a Bombay, “dagli occhi verdi e i capelli dal profumo di cannella”, donna bellissima e misteriosa con la quale Lin avrà una relazione difficile.
Di grande effetto è il Leopold Cafè, il locale bohémien di Bombay in cui si incontrano strani personaggi di malaffare, nella maggior parte stranieri che sotto le arcate e i ventilatori tessono amicizie con attrici di Bollywood, filosofi, spacciatori. Una varia umanità, tra cui spicca senz’altro l’amico francese Didier, persona ambigua e affascinante che tratta affari sporchi sotto l’eterno effetto dell’alcool. Si rivela però un fine dicitore di frasi ad effetto ed aforismi, nella sua superficialità decadente si nasconde la sofferenza esistenziale che lo porta a conoscere e a vivere di riflesso le vite dei frequentatori del Leopold.
Shantaram non è un racconto, non è un libro, non è un romanzo, è l’epopea di un uomo. È stato accertato che i personaggi non sono reali, ma frutto della fantasia; una fantasia che però affonda le radici nella vita vera dell’autore, che veramente ha vissuto in India le avventure descritte nel romanzo.
La sua è una scrittura dura, aspra, granitica, spesso cruenta, quasi volesse rendere tangibili le sofferenze, come nella descrizione del periodo di disintossicazione dalla droga che lo vede per mesi legato al letto e amorevolmente assistito dall’amico Nazir. “Il tacchino freddo dura un paio di settimane, ma i primi cinque giorni sono i peggiori…”. Oppure quando descrive le torture di cui spesso è vittima o testimone. Tutta questa crudezza è però ammantata spesso di poesia che cancella in un attimo il rosso del sangue con appassionate descrizioni degli stati d’animo al cospetto della bellezza caotica di Bombay e dell’inesorabilità del male: “Non esistono un uomo o un luogo senza guerra, l’unica cosa che possiamo fare è scegliere da che parte stare e combattere”.
L’autore talvolta si dilunga sulla narrazione meticolosa delle giornate di guerra in Afghanistan, o sulla descrizione delle dinamiche tra le varie bande rivali di Bombay che rivelano una profonda conoscenza e frequentazione di questi ambienti. Ma tutto è condito da pagine di lirismo che trascina il lettore in un mondo fantastico ed avvincente. Chi non ha sognato di vivere anche solo per un giorno a Bombay, nel caos della metropoli, ed assaporare i colori, gli odori, i sapori del caffè o dell’aromatico tè del Leopold?
Il romanzo è la storia della rinascita di Lin, e di rimando dell’autore Gregory David Roberts, che si tuffa nel caldo abbraccio dell’India per ritrovare la fiducia nel genere umano e in quei sentimenti che fanno da filo conduttore in ogni pagina del libro: l’amore e la speranza: “Fino a quando il destino ce lo consente, continuiamo a vivere. Che Dio ci aiuti. Che Dio ci perdoni. Continuiamo a vivere”.

Shantaram testo di antos
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