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Scrivo col cervello. Mentre il cammino va nel freddo gelido e la bocca fuma come la locomotiva di un tempo andato lontano.
Si disegnano in aria i pensieri. Sono pentagrammi i rami che vengono incontro,
e mi sovvengo delle letture sui sillabari, del borgo che cantò il Vate di San Guido con ben altro tono.
Da qui, sulla schiena della mia città, s’aprono i voli dei gabbiani multiformi.
Non più solo diretti al mare.
Gridano.
E si rincorrono con l’urlo di sempre ma espanso fino al supremo “nonsocosa” che mi percuote perché s’amplia e s’impiglia a tondi giri in un rincorrersi che parte dalla sciarpa dei colli e sorvola geometrie, cubiche case incagliate.
L’aria splende.
Limpida e chiara, smentisce il motore delle macchine, rare a quest’ora. Tenaci nelle impronte invisibili.
Mi sento dentro un diamante a taglio brillante.
La natura è Arte. Arte del vivere e del non vivere.
Di più con questi colori taciturni, suggeriti. Perché fanno leva sui cardini di un terreno profondo. Un terreno che, se pur fertile e buono, deve essere coltivato e curato per includersi come merita in un dipinto d’Autore.
Andando il motore si riscalda, dicono. Voglio crederci. Malgrado il freddo che tenace colpisce e pialla gli zigomi.
Rispondo addormentando le mani nei guanti, i piedi nelle scarpe.
Con i lati delle labbra che hanno piega all’insù, tanto per fermarsi lì e non salire sulle falde dello sguardo a dire altro.
Fingo sia io a volerlo questo freddo, e non l’anestesia che scevra dalla mia volontà mi si inietta.