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Camminavo, in quella giornata soleggiata, con passo svelto, quasi nervoso, verso il mio appartamento. Ripenso all’appuntamento appena terminato, con Matteo, un mio collega. Di qualche anno più piccolo, Matteo è un ragazzo brillante, ironico e decisamente aperto al dialogo; dal fascino non esagerato, ma sicuramente non brutto. Il problema? È un mio collega.
“Avere una storia con i colleghi non è mai sembrato un grande problema per me” mi rimprovero, sottovoce.
Da qualche mese, infatti, mi vedevo con Alessandro, un uomo fidanzato di vent’anni più grande di me, padre di due figli. Alessandro, diversamente da Matteo, è estremamente egoriferito, esageratamente distaccato nei miei confronti e, ovviamente, irraggiungibile. Paradossalmente però, la storia che poteva nascere con Matteo mi spaventa molto di più di quella che aveva intrapreso con Alessandro, che era, di per sé, sbagliata. Organizzare uscite di nascosto con un uomo con cui non ci sarebbe mai potuto essere nulla di serio e stabile, è molto più rassicurante che intraprendere una frequentazione con un collega che avrei potuto ferire o che, viceversa, avrebbe potuto farmi soffrire, per l’ennesima volta.
“Cosa c’è che non va in me?” mi domando, esasperata.
Rallento il passo, perché la fatica di tenere quel ritmo inizia a farsi sentire.
Ero nata in una famiglia in cui il dovere di sostenere i valori morali comunemente diffusi nella nostra società era al primo posto; un ambiente dove l’importanza del mostrarsi perfetti era maggiore rispetto a quella dello stare bene dentro casa. Crescendo, ho tentato con tutta me stessa di sottostare a questi doveri, fino a quando non mi sono spezzata. L’anoressia e la depressione erano arrivate d’improvviso, strappandomi a quella realtà e regalandomi un momento di sospiro, un attimo di pace. Quando racconto del mio passato, mi guardano tutti con occhi colmi di compassione, ma nessuno capisce che è stata quella la mia salvezza, il mio modo per chiedere aiuto non agli altri, ma a me stessa; una via per allontanarmi da tutte quelle prigioni che mi ero costruita attorno e tornare a vivere. Ora, la mia paura di diventare nuovamente prigioniera di me stessa mi perseguita. Non cerco adrenalina, se non nel vivere le mie emozioni appieno, in modo totalizzante e talvolta eccessivo; le ho represse talmente tanto per apparire la ragazza perfetta che, adesso, non riesco più a contenerle.
Con un sospiro, infilo le chiavi nella serratura e apro la porta. Entro, mi sfilo le scarpe e mi lancio sul divano, sbuffando.