Otto Chilometri di Sogno

scritto da Nene
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Tre amici, una passione comune, una scommessa per caso con una birra in mano che li unirà per un anno intero
- Nota dell'autore Nene

Testo: Otto Chilometri di Sogno
di Nene

Otto chilometri di sogno

Di Pistore Emanuele

 

In una domenica di fine settembre, tre amici si ritrovano lungo un rettilineo della campagna veneta per una gara a cronometro. Tra motori, polvere e sogni, nasce un’idea semplice e potente: correre, un giorno, con una macchina tutta loro.

Capitolo 1 - Settembre

Il sole di fine settembre scaldava ancora l’asfalto, stendendo un velo dorato sulla campagna veneta. Là dove il graticolato romano tracciava linee perfette tra campi di mais e fossati dritti come righe d’inchiostro, il ronzio dei trattori aveva ceduto il posto al rombo dei motori.

Le rive erano piene di vita: famiglie con i bambini sulle spalle, ragazzi con le bandiere, vecchi con la radiolina gracchiante sotto il braccio. C’era chi si era portato la sedia da campeggio, chi si accontentava dell’erba secca, chi teneva in mano una birra come fosse un trofeo. Ogni volta che un’auto sfrecciava, l’aria tremava, la polvere si sollevava e un applauso correva dietro alla scia del motore.

Lele, quarantasette anni, artigiano edile con le mani dure come il legno che lavorava, stringeva un cronometro come se fosse la leva del destino. Max, quarantacinque, meccanico per vocazione più che per mestiere, ascoltava i passaggi delle auto con l’orecchio teso, cercando nei giri del motore un’imperfezione, un segreto. Alex, trentasette, manager dal sorriso facile e dagli occhi sempre in movimento, guardava più spesso il pubblico che la pista, soprattutto quando il vento alzava i capelli delle ragazze sulle rive.

Erano arrivati lì quasi per caso, in una domenica rubata al lavoro e alla routine. Avevano sentito parlare di quella gara: otto chilometri di rettilineo sul disegno perfetto del graticolato romano. Niente curve, niente fronzoli. Solo chicane artificiali a spezzare la velocità, e un tracciato ricavato da una strada di tutti i giorni.

Una vecchia Alfa Romeo GTV, rossa e lucida come una ciliegia appena colta, ruppe il silenzio con un rombo che fece vibrare il terreno sotto i piedi. Per un attimo, il mondo tacque. Lele seguì la macchina con lo sguardo, e nei suoi occhiali si accese un lampo, come se avesse visto un pezzo di sé stesso correre via.

«L’anno prossimo ci veniamo con una macchina nostra,» disse piano, ma con la voce di chi non scherza.

Max rise, la barba che graffiava il mento. «E chi la prepara, secondo te?»

«Tu, ovvio.»

Alex sollevò il bicchiere di plastica, mezzo vuoto. «Io mi occupo del marketing… e magari delle ombrelline.»

Risero, ma dietro quella battuta restò sospeso un silenzio pieno di possibilità. Forse non lo sapevano ancora, ma avevano appena deciso qualcosa. Il loro discorsi furono interrotti dal frastuono in rilascio di una Subaru Impreza, il Bang del turbo sembrava un mitragliatore calibro 50, affrontò la chicane artificiale con una rapidità che il pubblico si alzò in piedi battendo le mani, Alex guardano i due amici sottolineò «partecipare si, ma contro queste squadre che corrono con aerei che ci veniamo a fare» Lele lo guardò : «Intanto proviamo ad entrare in questo rodeo, magari qualcosa di buono esce», «Eh no Lele! Il signorino se fa una cosa la deve fare in grande stile, lui è un vincente» disse Max e si misero a ridere 

A fine giornata, il rombo dei motori lasciò il posto al profumo del fumo e della carne alla griglia. Lungo i fossati, i chioschi sputavano luci e voci: costicine grigliate, birra fresca, chiacchiere che sapevano di festa. I tre amici, seduti su una balla di fieno, guardavano il cielo arrossarsi piano, mentre l’odore di benzina si mescolava all’aria dolce della sera.

«L’anno prossimo ci saremo,» ripeté Lele. E stavolta nessuno rise, mentre si alzavano Max vide che nel parco chiuso c’era movimento, «Dai fioi andiamo a dare un’occhiata» e si avviarono nella zona box dove ancora si stava festeggiando per la vittoria, la Subaru che aveva attirato l’attenzione di tutti durante la gara troneggiava sotto al gazebo, mentre i Lele e Max ne osservavano le peculiarità Alex si avvicinò al pilota che stava rispondendo alle domande di un giornalista di una testata locale, lo conosceva di vista e appena finì l’intervista pensò di salutarlo «Ciao Alfredo, certo che è un aereo quella macchina» e l’altro senza neanche fermarsi « si ma bisogna saperla portare la bimba» alché Alex tirò fuori un filo di spacconeria, « Dai che l’anno prossimo avrai uno che ti mette il pensiero» e l’altro si fermò guardandolo dall’alto del suo piedistallo «ah, eh chi sarebbe?, tu?», « beh ci si prova», « E con cosa pensavi di correre? Noi siamo una squadra seria, non come quei quattro campagnoli improvvisati che vengono a correre qui per passare la domenica, ma almeno ce l’hai una squadra?» in quel momento sopraggiunsero Max e Lele che sentirono l’ultima frase tronfia di sapere, Alex che non sapeva star zitto con l’arrivo dei due compari si sentì armato, « un Team non una semplice squadra, ci vediamo l’anno prossimo.»

Alfredo neanche gli rispose e se ne andò con la sua arroganza, mentre Alex era puntato dai due amici, « Ma che cazzo vai dire in giro» disse Max, e lui ancora risentito dalla risposta di Alfredo « Fioi guardate che io ero andato a complimentarmi, è lui che si comporta da stronzo,» e Lele mentre si accendeva una sigaretta, « Beh adesso non ci sono più scuse, il Bocia ha lanciato il guanto della sfida, e per questo ci offrirà l’ultima birra» e diede ad Alex un pugno sulla spalla mentre si incamminavano ridacchiando verso il banco della birra.


Capitolo 2 – Il capanno rosso

Il capanno di Lele era diventato il loro quartier generale.
Stava dietro casa, affacciato sui campi, un rustico alto otto metri, tutto in legno rosso con un grande portone verde e catenacci di ferro battuto che sembravano usciti da un film americano. Dentro, il pavimento in cemento lisciato rifletteva le luci a neon del soffitto. C’era un ponte sollevatore, un banco in acciaio pieno di chiavi e bulloni, tre sgabelli da bar, un fornello con la moka da dodici sempre pronta e un vecchio frigo bianco che sputava birre fredde come una benedizione.

La radio non taceva mai.
Rock classico, anni ’70 e ’80, Deep Purple, Led Zeppelin, AC/DC, il battito costante di quelle sere d’inverno.

Lele ci arrivava per primo, subito dopo cena. Si puliva le mani con uno straccio, si legava la tuta da lavoro in vita e apriva il portone verde come chi entra nella sua chiesa. Lisa, sua moglie, lo salutava con la solita frase:
«Mi raccomando, non fare tardi e non bere troppo!»
Lei era una donna forte, maestra supplente alle elementari, instancabile e tradizionalista. La cucina di casa loro profumava sempre di ragù o di baccalà alla vicentina, e anche quando brontolava, negli occhi aveva ancora l’affetto di chi ama davvero.

Giulia, la loro figlia quindicenne, spesso lo seguiva fino alla porta.
«Papà, posso venire anch’io un po’? Voglio vedere la macchina che non avete ancora comprato!»
Rideva, e poi spariva dentro casa.

Quando arrivavano anche Max e Alex, il capanno prendeva vita.
Max si toglieva la giacca da officina, apriva il frigo e tirava fuori tre birre. Alex arrivava sempre ultimo, giacca elegante, scarpe pulite, cellulare pieno di notifiche.
«Scusate, riunione lunga... e una cena saltata,» diceva ogni volta.
«E le donne?» lo punzecchiava Lele.
«Quelle non mancano mai,» rispondeva Alex con un sorriso di chi la sa lunga.

Il progetto stava prendendo forma.
Volevano comprare un’auto da corsa, ma senza svenarsi: massimo diecimila euro per la base, poi altri ventimila per prepararla come si deve.
Solo che i soldi non c’erano.
Le spese di casa, le tasse, la scuola di Giulia, i lavori in cantiere che non pagavano in tempo… ogni calcolo finiva sempre con un sospiro.

Ma nessuno mollava.
Ogni sera, tra una birra e un disegno sul banco, tra un pezzo rock e una battuta, quel sogno cresceva. Max studiava schemi di motori, Lele prendeva misure e conti su fogli unti di olio, Alex cercava online “affari imperdibili” e finiva su siti di auto usate in mezza Europa.

Fu un autunno lungo, ma mai noioso. Una di quelle sere mentre Alex spulciava annunci sul portatile Lele gli si avvicinò «Senti fenomeno, lo conosci vero il campione di quest’anno? Lo sai che quello è un industriale e che l’auto che guida ha una preparazione da gruppo A?», Alex senza alzare lo sguardo dal pc «si che lo so, lo conosco lo stronzo, di certo non gli mancano i soldi e ti dico che se trovo quello che ho in mente ci divertiremo». Max dall’altro lato del capannone ci rideva sopra mentre faceva posto per la zona verniciatura.
Il capanno rosso diventò un rifugio. Un posto dove la vita non era solo lavoro, famiglia e obblighi, ma qualcosa di più: un sogno condiviso.


Capitolo 3 – Mario Motorsport

La voce era girata tra bar, officine e cantieri: da qualche parte, nelle campagne tra Padova e Venezia, c’era uno sfasciacarrozze che teneva da anni una macchina “che andava forte”. Nessuno sapeva dire quale, ma il nome tornava sempre lo stesso: Mario Motorsport.

Un sabato mattina, con la convinzione di portare a casa il risultato, i tre amici partirono con il Ducato di Lele.
Sul retro, un carrello appendice vuoto e un thermos di caffè bollente nella cabina.
L’aria era umida, la nebbia tagliava i campi e le strade bianche sembravano non finire mai, l’inverno si era fatto vedere prima del previsto.

«Ma dove cavolo stiamo andando?» brontolò Alex, stringendosi nel giubbotto.
«Stai buono Bocia,» disse Max, «questo Mario lo conosco di fama. È uno che non butta via niente.»
Lele teneva il volante con le mani grosse e callose, fissando l’orizzonte.
«Finché non la vedo, non ci credo.», ad un certo punto fecero una sosta nel bar di un piccolo paesino, il navigatore del cellulare non deva segni di vita e vagavano praticamente a casa da venti minuti «Buongiorno Signora,» disse Alex appena entrato alla barista, «Ciao caro dimmi pure,» «due espressi, un americano e un “informazione”,» Max guardò Lele, «ma a te ha chiesto cosa prendevi?» «ovviamente no» disse Lele ridendoci sopra, intanto Alex continuava,« stiamo cercando l’officina di un certo Mario dovrebbe essere da queste parti, sa noi..» ma lei lo interruppe «voi siete quelli che cercano la macchina da corsa, si si Mario mi ha detto che sareste passati stamattina, ma andate a farvi male se volete vincere quella gara l’anno prossimo» i ragazzi con il caffè in mano si guardarono basiti, raccolsero le informazioni stradali e risalirono sul Ducato.

«Cos’è sta storia Max? questi sanno più di noi tra poco» esclamò Lele accendendosi una sigaretta mentre metteva in moto, «E pensa che ho cercato di essere più vago possibile quando l’ho chiamato», rispose stupito Max, intanto Alex «ma certoo, ma sicuramente..» sogghignava mentre guardava dall’altra parte.  

Lo sfasciacarrozze stava ai margini di un vecchio casolare, con carcasse d’auto accatastate come ossa arrugginite. Sopra il cancello, una scritta dipinta a mano: MARIO MOTORSPORT, con la “S” storta.

Mario li accolse davanti al capannone.
Un uomo sulla sessantina, sigaretta sempre accesa, giacca unta d’olio e un sorriso che non si capiva se fosse accogliente o ironico.
«Siete quelli che cercano la tedesca?» chiese sputando un filo di fumo.
«Siamo noi,» rispose Max.
«Venite, ve la faccio vedere.»

Li condusse sotto un telo impolverato.
Con un colpo secco lo tirò via, e sotto apparve una BMW 328i, blu scuro, ammaccata sul fianco destro, gomme sgonfie, ma con una linea che, anche così, faceva battere il cuore.
«È ferma da un po’, ma il motore gira come un orologio,» disse Mario, dando un colpetto affettuoso sul cofano.

Lele si chinò, guardò sotto, toccò la lamiera.
«Bella bestia,» mormorò.
Max sollevò il cofano e diede un’occhiata. «Motore sei cilindri in linea, aspirato... vecchia scuola.»
Alex, meno tecnico ma più entusiasta, fece una foto col cellulare. «Già me la vedo tirata a lucido sul rettilineo!»

Seguì una contrattazione lunga e colorita, piena di venetismi, sospiri e silenzi misurati.
Mario voleva ottomila.
«Ma dai, Mario, non fare il furbo,» disse Lele, «tu lo sai che non vale neanche sette...»
«Eh, ma questa se la mettete in ordine vola!» ribatté lui, col mozzicone che gli pendeva dalle labbra.
Alla fine, tra una stretta di mano e una pacca sulla spalla, chiusero a 6500 euro.

«Portatevela via, ma occhio: la signorina va trattata bene,» disse Mario mentre la caricavano sul carrello.

Il motore partì al primo colpo.
Quel suono roco, profondo, bastò per farli guardare tutti e tre negli occhi: sapevano che ce l’avevano fatta.

Sulla via del ritorno, il Ducato arrancava piano, col carrello che sobbalzava dietro.
Alex filmava con il telefono. «Ragazzi, questa è la nostra prima vittoria!»
«Speriamo non sia anche l’ultima,» ridacchiò Max.
Lele, al volante, non disse nulla.
Ma dentro, già immaginava il capanno rosso, la radio accesa e quella BMW sul ponte sollevatore, pronta per rinascere.

 

Capitolo 4 – Team Squerciatombini

Quando i tre condottieri arrivarono sul viale di casa di Lele erano le undici in punto, il morale era alto lo stereo del Ducato per tutto il viaggio sparava rock dalle casse.
Il sole, ormai alto, faceva brillare il blu scuro della BMW caricata sul carrello, ancora coperta di polvere e con le gomme sgonfie.
Davanti al cancello, Lisa e Giulia stavano tornando dalla spesa: due borse di tela piene di verdure, pane e una bottiglia di vino rosso che faceva capolino. 

Appena Lisa alzò lo sguardo e vide la macchina sul rimorchio, si mise le mani tra i capelli. 
«Madonna santa... ma cos’è adesso questa roba qua?» 
Giulia scoppiò a ridere: «Non ci credo mamma! L’hanno presa!» 
E Lisa, scuotendo la testa: «Sapevo che erano pazzi ma fino a questo punto…» 

Lele parcheggiò il Ducato davanti al capanno rosso. Scese piano, quasi impacciato, mentre Max e Alex cercavano di non ridere. 
«Amore, ti spiego...» provò a dire lui, ma Lisa era già lì, a braccia conserte, con quello sguardo che faceva più paura di un temporale. 

«Ti spiego un corno! Prima mi scarichi la spesa dall’auto, poi mi dici cos’è ’sto catorcio. E spera che almeno funzioni, che se no te la metto in giardino come fioriera!» e Lele «Ma quale catorcio questa è meccanica Bavarese amore» e lei che già gli dava le spalle, « Te la do io la bavarese, i ciclamini ci metto, ma guarda dove buttano i soldi sti caproni!» 

Max e Alex, nel frattempo, si offrirono di scaricare le buste. 
«Bravi, bravi... almeno servite a qualcosa!» tagliò corto Lisa, entrando in casa. 

Dentro, la stufa a legna era accesa, e l’aria profumava di spezzatino con le patate. Il tavolo grande di legno era già apparecchiato, e Lisa, nonostante le proteste, alla fine li invitò a sedersi. 
«Dai, ormai è ora di pranzo sedetevi a tavola, tanto fino a che non vi sarete confessati non tornate in officina!» 

Seduti intorno al tavolo, con il vino rosso nei bicchieri e lo spezzatino fumante nei piatti, i tre si rilassarono. 
Alex raccontò l’incontro con Mario Motorsport, esagerando i dettagli come un venditore di fiera. 
Max spiegava con gesti ampi le condizioni del motore, mentre Lele guardava Lisa cercando di farle capire che, in fondo, non era una follia , o almeno, non del tutto. 

Giulia, divertita, li osservava tutti e tre. 
«Ma papà, ora siete un team! Ce l’avete un nome?» 

Il silenzio cadde per un istante. 
Poi Max si grattò la testa. «Un nome? Eh, serve qualcosa che renda l’idea...» 
Alex rise: «Magari qualcosa che parli di... velocità! Tipo Team Turbo Veneti!» 
Lisa scoppiò a ridere: «Turbo? Sì, turbo de spritz!» 
Lele ci pensò un attimo, poi disse con aria fiera: 
«Ragazzi, ho un’idea: Team Squerciatombini!» 

Ci fu un attimo di silenzio, poi un’esplosione di risate. 
«Perfetto!» disse Max battendo il pugno sul tavolo. 
«Originale!» aggiunse Alex. 
«Adatto a voi,» commentò Lisa, ironica ma sorridente. 
Giulia fece un applauso: «Allora è deciso. Il Team Squerciatombini è ufficialmente nato!» 

Fu così, davanti a un piatto di spezzatino e un bicchiere di vino rosso, che il sogno prese nome e forma. 
E nel capanno rosso, appena il pranzo fu finito, già li attendeva la loro nuova avventura.


Capitolo 5 – Le mani nella benzina

Il giorno successivo, alle otto del mattino, il capanno rosso si risvegliò prima di tutti.
Dalla porta verde spalancata usciva il profumo dell’olio motore misto a quello del caffè della moka da dodici, già borbottante sul fornello.
La BMW, ora senza il telo, troneggiava sul ponte sollevatore come una regina malconcia. 

Lele, con la tuta blu macchiata di calce e grasso, era già al lavoro. 
Max arrivò con una cassetta di attrezzi e un sacchetto di brioche calde. 
Alex si presentò mezz’ora dopo, in giubbotto di pelle e occhiali da sole, tenendo una busta di birre. 

«Sempre puntuale, eh?» commentò Lele senza alzare lo sguardo. 
«Io porto il morale, ragazzi!» rispose Alex ridendo. 

Max si infilò sotto la macchina e cominciò a parlare in linguaggio tecnico, una specie di dialetto parallelo fatto di coppie coniche, bestemmie, rapporti e alberi motore. 
Lele lo ascoltava a metà, più preso dal sogno che dalla meccanica. 
Alex, nel frattempo, puliva il cofano con uno straccio, fischiettando Highway to Hell. 

La mattina passò tra chiavi inglesi, battute soffocate e risate. 
Quando Lisa sbirciò dalla porta con un vassoio di panini al salame, trovò i tre completamente presi. 
«l’odore di benzina si sente fino al cortile!» disse scuotendo la testa. 
«Profumo di libertà!» ribatté Alex, ricevendo uno sguardo che lo fece zittire al volo. 

Il pomeriggio lo dedicarono al primo vero intervento: visionare nel suo intimo il motore per controllare testata e guarnizioni. 
Max era nel suo elemento; Lele lo seguiva con dedizione quasi religiosa. 
Ogni bullone tolto sembrava un passo verso il loro sogno, anche se l’elenco delle spese cresceva a vista d’occhio. 

«Ci vorranno almeno cinquemila euro solo per i pezzi di ricambio,» disse Max, asciugandosi la fronte. 
«E altri duemila per il differenziale sportivo,» aggiunse Alex, leggendo da internet con aria esperta. 
Lele sospirò. «Va bene, un passo alla volta. L’importante è che parta.» 

Quando, nel tardo pomeriggio, finalmente riattaccarono la batteria e girarono la chiave, il motore tossì, borbottò e poi, come un vecchio leone, ruggì. 
Il suono riempì il capanno, rimbalzando sulle pareti di legno e sulle risate dei tre amici. 

Lisa e Giulia uscirono in giardino a vedere cosa stava succedendo. 
«Signore e signori la belva è rinata!» urlò Alex. 
«E noi siamo rinati con lei» aggiunse Lele, alzando il pugno come un pilota vittorioso. 

Giulia filmò la scena col cellulare. 
Quel video, caricato più tardi su internet con il titolo “Il risveglio della Squerciatombini”, fu il primo di tanti. 
E da quel giorno, il capanno rosso non fu più solo un rifugio, ma l’officina ufficiale del loro sogno.


Capitolo 6 – Benzina, ferro e social

Le settimane seguenti furono un turbinio di pacchi, corrieri e fatture.
Quando arrivarono i componenti ordinati , Lele quasi non ci credeva: scatole di cartone impilate come regali di Natale, piene di pistoni, guarnizioni, tubi in acciaio e filtri lucidi come gioielli. 
Pochi giorni dopo, toccò ai duemila euro dell’assetto sportivo: ammortizzatori regolabili, molle più rigide e barre stabilizzatrici che promettevano di far stare l’E36 incollata all’asfalto. 

Una cosa che mancava, però, erano i cerchi alleggeriti. 
«Qua ci serve roba seria,» disse Max, seduto sullo sgabello col catalogo in mano. «Ma costano un botto sti cerchioni.» 
«Allora in qualche modo li facciamo saltar fuori,» rispose Lele, fumando una sigaretta dietro l’altra. 
«O provare a trovarli usati, ma dritti!» aggiunse Alex, con un sorriso sfrontato. 
Alla fine ne trovarono quattro, di un’auto da pista incidentata, recuperati da un conoscente di Max. Le gomme semislick arrivarono qualche giorno dopo: nere, lisce, pronte a masticare l’asfalto. 

Nel frattempo, il capanno rosso era diventato un’officina da gara. 
Il roll bar, costruito con tubi d’acciaio e molta inventiva, nacque tra imprecazioni e risate. 
Lele e Alex lo saldarono a mano, con la maschera abbassata e la radio che sparava Smoke on the Water. 
«Attento che se sbagli l’angolo, mi tocca rifare tutto!» gridava Lele. 
«Stai calmo, artista!» ribatteva Alex, il toscano spento in bocca e gli occhi lucidi per il fumo della saldatura. 
Ogni scintilla che volava sembrava un piccolo brindisi al loro sogno. 

Quando finalmente montarono il motore, Max si chiuse in un silenzio quasi religioso. 
Collegò i cavi della centralina e cominciò a digitare sul portatile, le dita veloci e precise. 
«Qua non è più roba da meccanico, è informatica applicata alla fede,» disse Lele, guardandolo lavorare. 
Max non rispose, troppo concentrato sullo schermo. Dopo un’ora, sorrise. 
«Adesso sì... la centralina è dedicata. Respira come vogliamo noi.» 

Il pilota, ufficiale, sarebbe stato Alex. 
«Ragazzi, è naturale. Ho la precisione di Senna e il fascino di De Niro,» diceva serio, mentre indossava un casco provvisorio davanti allo specchio del capanno. 
«Ma che figo che sei Bocia,» lo prese in giro Lele. 
«Aspetta di vedermi in pista, poi ne riparliamo!» ribatté Alex, gonfio d’orgoglio. 

Giulia, intanto, era diventata la regista dell’impresa. 
Ogni sera montava video e storie per i social: clip del motore che ruggiva, delle saldature che scintillavano, delle mani unte di grasso e dei brindisi con la birra. 
Nel giro di due settimane, Team Squerciatombini era diventato un piccolo fenomeno online. 
«Papà, siete virali!» annunciò un giorno, mostrando il telefono. 
«Virali? Siamo malati, piuttosto!» scherzò Lele, ma con un sorriso pieno d’orgoglio. 

E mentre le visualizzazioni salivano, nel capanno rosso la BMW prendeva forma: più leggera, più cattiva, più viva. 
Ogni notte finiva allo stesso modo, un brindisi con la moka o con la birra, un «Domani si ricomincia», e una promessa non detta: ce la faremo.

Capitolo 7 – La prima prova

Era una domenica mattina di dicembre, fredda ma secca.
Il sole, timido e pallido, stava appena sciogliendo la brina sui campi.
Davanti al capanno rosso, il Ducato di Lele era già acceso, col carrello agganciato e la BMW sopra, lucida come non lo era mai stata. 

Lele e Max caricavano gli ultimi attrezzi: una cassetta di chiavi, il cric, una tanica di benzina e tre thermos di caffè.
«Sempre puntuali noi,» disse Max guardando l’orologio, «manca solo il signor pilota.»
«lo spaccacambi,» aggiunse Lele, con mezzo sorriso. 

Alle otto in punto, un rombo spaccò il silenzio della campagna: la Golf GTI di Alex arrivò come un uragano, lo scarico dritto che faceva tremare i vetri della cucina.
Si fermò di traverso davanti al capanno, scese con gli occhiali da sole e un sorriso da rockstar.
«Scusate il ritardo, ragazzi... notte impegnativa. Due svedesi focose, un disastro!»
Lele scosse la testa. «La tua vita è un film, cazzo!.» 
«Si caro, ed io sono il protagonista!» rispose Alex, mentre Lisa spalancava la finestra del piano di sopra. 

«Alex! Ma sei matto? È domenica mattina! C’è ancora gente che dorme!»
«Scusa, Lisa, la Golf ha fame d’aria!» tentò di giustificarsi lui, ma lei non lo lasciò finire.
«Disgraziato!! Vieni dentro, che ho fatto i pancake. Almeno mangia qualcosa prima di fare il fenomeno!» 

Dentro la cucina, il calore della stufa e il profumo dei pancake si mescolavano a quello del caffè.
Lisa, in vestaglia, distribuiva piatti e tazze.
«Mangiate che a stomaco vuoto non si ragiona. E che sia l’ultima volta che mi svegliate alle otto di domenica con ‘sti rumori da officina!»
Lele, seduto con la tazza in mano, sorrideva. «Guarda che se va bene, la prossima volta ci sarà pure la stampa.»
Lisa lo fissò, poi sospirò. «L’importante è che non vi rompiate le gambe.» 

Giulia scese le scale ancora assonnata, i capelli arruffati e il telefono già in mano.
«Cosa succede? Cos’è tutto sto casino?»
«Prima prova della belva!» disse Alex con orgoglio, infilando un pancake intero in bocca.
Gli occhi di Giulia si illuminarono. «Sul serio? Aspetta che lo dico ai miei amici!» 

In meno di dieci minuti, aveva mandato messaggi, vocali e video.
I suoi amici e le sue amiche sapevano già tutto: il Team Squerciatombini stava per scendere in pista.. o quasi. 

Un’ora dopo, il piccolo convoglio partì: Ducato davanti, Golf dietro, e la BMW legata sul carrello.
Destinazione: una zona industriale dismessa nel Veneziano, tra Dolo e Mirano, piena di capannoni chiusi e lunghi rettilinei asfaltati. 

Arrivati lì, l’aria sapeva di freddo e nebbia.
Il sole, basso sull’orizzonte, faceva brillare le pozzanghere ghiacciate.
Alex infilò casco e guanti, Max controllò le pressioni delle gomme, Lele guardava tutto con la calma di chi sa di star vivendo un momento importante. 
L’E36 era li, pronta per la prima prova su strada, bassa, lucida, regolata a puntino.
«E’ pronta?» chiese Lisa, arrivata poco dopo con Giulia in macchina.
«Pronta e affamata,» rispose Lele, stringendo le cinghie del sedile a quattro punti. 

Alex salì a bordo, accese il motore e il ruggito della BMW fece vibrare l’aria.
I presenti, amici, curiosi, e qualche compagno di Giulia arrivato in scooter, trattennero il fiato. 
Con un colpo di gas, la belva blu scuro scattò avanti, lasciando dietro di sé una scia di fumo e applausi.

All’interfono Lele riprese Alex «bocia devi rodarla la belva non romperla subito cretino!» e lui ridendo «Scusate mi è scivolata la frizione», «Cazzo ti è scivolata la frizione e sei caduto sul pedale del gas? Hai fatto due righe da dieci metri per terra» aggiunse max con un rosario di santi chiamati in causa. «C’è un problema con l’interfono, non vi sento bene ragazzi», e continuava a ridere mentre faceva avanti e indietro tra i capannoni, Lele e Max si guardarono scuotendo la testa, era inutile rimproverarlo e lo sapevano.
Per la prima volta, la Squerciatombini era viva davvero. 
E in quel rettilineo d’asfalto, tra pancake e benzina, cominciava la loro leggenda.


Capitolo 8 – L’iscrizione

Dopo una mattinata di test tornarono al capanno stanchi ma soddisfatti. L’auto reagiva bene alle modifiche apportate: il motore rispondeva con rabbia, il telaio sembrava finalmente bilanciato. Non rimaneva che un ultimo passo, iscriversi alla gara.

Lo fecero seduti nella cucina di Lele e Lisa, con i piatti ancora caldi del coniglio arrosto cucinato nel forno a legna. Fu un momento semplice ma solenne: un clic sul portale, un nome scritto nella lista, e il sogno della Squerciatombini Racing diventò ufficiale.

Quando Alex si alzò per salutare la combriccola, Lisa aspettò che uscisse e poi si fece seria. «ascoltate ragazzi» disse, asciugandosi le mani sul grembiule, «siete consapevoli che gli state dando in mano al bocia un proiettile, non un’auto. Siate sicuri che non si faccia male, mi raccomando.»
Lele annuì, guardando il monitor del portatile dove lampeggiava la conferma d’iscrizione. Max cercò di alleggerire la tensione con una battuta, ma anche lui sentiva quel peso nuovo sulle spalle: da lì in avanti, non era più un gioco.

Restava solo da prepararsi per l’evento di apertura, fissato per i primi di marzo, una domenica in cui il percorso sarebbe stato chiuso al traffico per la presentazione ufficiale dei partecipanti alla gara d’ottobre. Era l’inizio di qualcosa di grande, e nessuno di loro, quella sera, riusciva davvero a credere che stesse accadendo per davvero.

Capitolo 9 – Natale e nuove sfide

Il giorno di Natale lo passarono tutti insieme a casa di Lele e Lisa. Giulia aveva preparato un albero stupendo, alto più di due metri e mezzo, decorato nei toni dell’oro e del rosso. Appena arrivati, i figli di Max si fiondarono sotto l’albero a scartare i regali: l’atmosfera era delle migliori, si respirava serenità.

Poi arrivò il bocia, Alex , e trovò accanto all’albero il regalo più grande di tutti: un sedile anatomico nuovo di zecca, nero con le cuciture gialle, e sullo schienale la scritta “Bocia” ricamata con cura.

La gioia di Alex fu incontenibile; i tre compari si strinsero in un abbraccio fraterno. Dalla cucina, Lisa e Sara , la moglie di Max , si godevano la scena sorridendo. «guardali, sembrano tre bambini,» dissero all’unisono, «ma si vogliono bene come tre fratelli.»

La settimana seguente si trovarono tutte le sere per studiare il settaggio perfetto del 328. Erano finalmente arrivati i moduli con il tracciato definitivo: dovevano calcolare i rapporti giusti del cambio, soprattutto in prossimità dei new jersey, che creavano chicane obbligate per evitare che i bolidi rischiassero il decollo soprattutto vicino ai dossi artificiali in cemento, dopotutto sempre su una strada si correva.

Durante una di quelle serate, mentre il profumo di caffè si mescolava a quello dell’olio motore, arrivò una visita inaspettata: Il signor Mario della Mario Motorsport. Era venuto a trovare i ragazzi per vedere con i propri occhi cosa fossero riusciti a tirare fuori da quella belva blu.

Il rumore del Daily che arrivava dal vialetto fece girare tutti verso la finestra. Lele si asciugò le mani con uno straccio e uscì nel cortile. Dal furgone grigio metallizzato scese Mario, giacca da lavoro della Mario Motorsport, passo deciso e sguardo curioso.

«Ostrega, ma questa è un’officina vera!» disse ridendo, guardando l’interno del capanno. Sul banco c’erano pezzi sparsi, mappe del tracciato e tre tazze di caffè ormai fredde.

«E’ un casino organizzato,» rispose Lele sorridendo, «ma funziona!» Mario annuì, osservando la BMW. Fece un giro lento intorno alla vettura, passandoci una mano sopra come se volesse sentire le ore di lavoro che conteneva.

«Bel lavoro, ragazzi Davvero,» disse con tono sincero. «Non pensavo che ‘sto vecchio 328 potesse tornare a respirare così.» Max, un po’ orgoglioso, un po’ teso, replicò: «Eh, ci vuole pazienza... e un po’ di follia.» Alex, con le mani ancora unte di grasso, aggiunse: «E un sedile nuovo che mi fa sentire un pilota vero!»

Mario rise. Poi aprì il cofano, guardò dentro e fischiò piano. «Avete rivisto la mappatura? Perché se la centralina è troppo spinta il motore non regge, rischia di piantarsi in pieno rettilineo.» «Già sistemata,» rispose Lele pronto. «Abbiamo fatto una nuova mappa spara tutto dai 5000 in su.»

Mario si voltò verso di lui, con quell’aria di chi è abituato a parlare poco e capire al volo. «Bravi. Se continua così, a marzo farete parlare di voi.»

Ci fu un momento di silenzio, poi Mario aggiunse: «Se volete, vi porto due treni di gomme da testare. Non nuove, ma buone. Le usavano i miei nel trofeo regionale l’anno scorso.»

Max lo guardò con un sorriso incredulo. «Tu saresti un dritto, Mario. Ma perché ‘sto favore?» Lui scrollò le spalle. «Perché mi piace la passione vera. E voi, ragazzi ce l’avete ancora. Non vi fermate.»

Si salutarono stringendosi la mano con rispetto, come fanno quelli che sanno cosa vuol dire sporcarsi le mani e sognare in grande. Quando il furgone di Mario sparì nel buio della campagna, Alex si voltò verso gli altri due, «Ragazzi.. mi sa che qua sta diventando una cosa seria.»
Lele rise piano. «Seria o no, è iniziata. E ormai non si torna indietro».

Capitolo 10 – L’evento di marzo

E in un attimo arrivò marzo. L’inverno si era ritirato piano, lasciando al mattino un’aria più leggera, quasi impaziente. Nel capanno di Lele e Lisa, le serate si erano fatte sempre più lunghe e rumorose: chiavi, compressori, voci che si accavallavano, e quella musica anni ’90 che Max metteva sempre quando serviva concentrazione.

La BMW era pronta. Lucida, nervosa, quasi viva. Alex la guardava come si guarda una promessa, con rispetto e un filo d’ansia. Ogni dettaglio era stato controllato due, tre volte: pressioni, carburazione, freni, cinghie. Non c’era più nulla da aggiungere, solo da aspettare la domenica della presentazione.

Lisa, come sempre, aveva preparato panini, caffè e una bottiglia di prosecco “per quando tornerete interi”. Giulia, con il telefono in mano, riprendeva ogni istante per postarlo sul profilo del team: #SquerciatombiniRacing.

Si parte!

La mattina dell’evento, il cielo era azzurro e l’aria profumava di benzina e primavera. Sulle transenne del percorso già si accalcavano curiosi, appassionati e piloti di ogni età. Il nome “Squerciatombini” cominciava a girare tra i paddock, pronunciato a metà tra il sorriso e la curiosità.
I tre amici arrivarono sul Ducato, con l'E36 caricata sul carrello appena raggiunsero il loro posto nella zona Box aspettarono dieci minuti prima di scaricarla, si sedettero sul carrello e si accesero una sigaretta bevendo il caffè che Lisa gli aveva messo nel thermos, per loro era semplicemente il momento di quiete prima della tempesta che attendevano da un anno. 
Poi all'unisono si misero all'opera, in un attimo la BMW era pronta per scendere in pista, Alex salì a bordo, fissò il casco, e prima di avviare il motore guardò i suoi amici. «Ragazzi… comunque vada, oggi la storia comincia.»

Il ruggito del sei cilindri coprì le parole, ma Lele e Max le sentirono lo stesso. Lele si avvicinò alla portiera ancora aperta e gli batté una mano sulla spalla. «Senti bocia» disse con voce ferma, «hai un passaggio da fare non cronometrato, quindi non darci dentro. Ascolta la macchina, memorizza le asperità dell’asfalto, osserva bene come impostare l’entrata nelle chicane per uscirne più dritto possibile. Poi gli altri due passaggi li fai per fare il tempo.»

Infatti, in questa giornata pre-evento, ogni concorrente effettuava due passaggi cronometrati, necessari per stabilire l’ordine di partenza ufficiale della gara di ottobre. Nella categoria Derivate dalla serie partecipavano ottanta piloti: un miscuglio di meccanici, appassionati e sognatori con il motore nel sangue.

Alex annuì, mise la prima, e la belva blu scuro si mosse lenta verso la linea di partenza. Lele e Max lo seguirono con lo sguardo, senza parlare: sapevano entrambi che, da lì in poi, sarebbe stato solo tra lui, la strada e la macchina.


Capitolo 11 – Tempo cronometrato

 Non sembrava ancora vero di essere lì. La giornata era splendida: un cielo terso, l’aria piena di rumori e di entusiasmo. La sinfonia di più di cento motori riempiva l’aria, ognuno accordato come uno strumento d’orchestra, ognuno pronto a dare spettacolo.

In mezzo a quel tripudio, la 328 blu spiccava come un colpo d’occhio tra la folla: bassa, con i cerchi bianchi e l’assetto rasoterra, sembrava pronta a mordere l’asfalto. Era reale. Dopo mesi di lavoro, sogni e risate, il momento era finalmente arrivato.

Alex, come da indicazioni, affrontò il primo passaggio senza forzare la mano. All’interfono parlava fitto, voce tesa ma lucida. «Chicane tre, buca a sinistra... la belva tiene bene... cambio in quinta, stabile.» Dall’altra parte, Lele e Max ascoltavano in silenzio, cercando di non interromperlo per non fargli perdere la concentrazione.

Quando rientrò per prepararsi al primo passaggio cronometrato, il team gli andò incontro. Avevano tempo per scambiare le ultime impressioni e controllare la pressione delle gomme. Essendo nuovi iscritti, partivano per ultimi, e l’attesa sembrava dilatare i minuti.

Alex, sorprendentemente, era calmo. Nessuna agitazione, nessun sorriso forzato. Solo occhi fissi davanti a sé, voce ferma. «Va tutto bene, ragazzi. La macchina è una lama. In seconda esce forte,  tiene bene anche fuori dal dosso.» Lele gli diede una pacca sulla spalla. «Gente il ragazzo è pronto!!» Max sorrise: «E la belva anche.»

Ora era quasi il suo turno. Alex infilò i guanti, strinse il volante, fissò il semaforo. Il contagiri segnava quattromila. La luce rossa lampeggiò, poi si accese il verde.

In un lampo la frizione staccò. Le gomme semislick posteriori lasciarono sull’asfalto una virgola nera lunga cinque metri. La BMW scattò come una fionda, e Alex infilava le marce con la precisione di chi è nato per farlo. Seconda, terza, quarta. Il sei cilindri urlava, l’asfalto correva via sotto le ruote.

Nel punto più lungo del rettilineo il contachilometri segnava 180 km/h. Alex non parlava più: respirava solo, e forse non respirava, guidava con i muscoli e con l’istinto. Ogni staccata, ogni chicane, ogni cambio di pendenza, tutto funzionava alla perfezione.

Al traguardo, il cronometro parlò chiaro: ventottesimo tempo su ottanta. Per un team nato in un capanno, era quasi un miracolo. Max alzò il pugno, Lele si tolse il cappello e lo lanciò in aria. La Squerciatombini, quel giorno, aveva cominciato a farsi un nome. 

Capitolo 12 – Il limite

Appena Alex tornò al parco chiuso, aveva una mezz’ora scarsa prima dell’ultimo passaggio cronometrato. La BMW emanava calore dal cofano, e il suo sguardo era acceso, diverso.

Mentre scendeva dall’auto tra gli applausi di Max e Lele, un’ombra si allungò sull’E36, era Alfredo, il vincitore della precedente edizione e pilota favorito di questa, si stava avvicinando con il suo sorriso beffardo e la sua tuta immacolata. «Ventottesimo tempo, eh? Niente male per essere una squadra nata nel capanno delle galline» esordì Alfredo.

Alex fece per rispondere, ma Lele lo trattenne per un braccio. «La macchina è solida Alfredo, e il bocia ha manico,» rispose Lele con calma. Alfredo ridacchiò, rivolgendosi direttamente ad Alex: «Ascolta me, bocia. Nel secondo passaggio l’asfalto è più sporco, e qui si vede la differenza tra i principianti ed i professionisti, se pensi di entrare nei primi dieci con quel ferro vecchio, fermati fin che puoi o preparati a raccogliere i pezzi lungo la strada.» Si girò e se ne andò lasciando dietro di se un silenzio carico di tensione. Alex era teso come una corda di violino

Max e Lele gli si avvicinarono subito. «bocia lascialo perdere, eh. Hai già fatto un gran tempo,» disse Lele accendendosi una sigaretta. Ma Alex non li lasciò neanche finire. «Ragazzi datemi cinquecento giri in più dal limitatore.»

Max lo guardò con gli occhi sbarrati. «sei impazzito? No, no... lascia stare.» «Mi servono!» ribatté Alex, deciso. «Posso migliorare il tempo!»

Lele scosse la testa. «No Alex, Non se ne parla! Hai fatto un buon tempo, preserviamo la macchina. Non esageriamo, va bene così com’è.»

Ma Alex ormai era altrove. La voce calma di prima era sparita: dentro di lui l’adrenalina stava bruciando come benzina buona. Era entrato in modalità gara, e niente avrebbe potuto fermarlo.

Dopo i controlli di rito e le ultime raccomandazioni, tornò alla linea di partenza. Stessa concentrazione, stessi gesti, ma stavolta il motore salì più alto, rabbioso. Max e Lele si scambiarono uno sguardo preoccupato. «Mi sa che non ha capito un cazzo...» sussurrò Max.

Il semaforo scattò sul verde, e la belva blu partì come un proiettile. Già dal primo rettilineo si capiva che Alex stava tirando di più: frenava più lungo, affrontava le chicane con una precisione quasi spietata. Era in stato di grazia.

Al quarto chilometro, però, accadde qualcosa. L’auto che lo precedeva aveva urtato una delle chicane artificiali, spostando di poco un new jersey pieno d’acqua. I commissari non ci fecero caso, ma Alex sì. Quel varco, largo appena mezzo metro in più, gli sembrò un invito.

«Lo passo più dritto… tengo dentro la terza...» mormorò tra sé. Ritardò la frenata di cinquanta metri. La BMW entrò nella chicane molto più veloce del previsto.

Per un istante sembrò tutto perfetto, ma a quella velocità non aveva previsto il rialzo dell’asfalto subito dopo. La 328 prese il dosso e si alzò sulle quattro ruote. Volò per cinque metri, Alex trattenne il respiro, poi ricadde pesante. 

Il braccetto posteriore destro cedette di colpo. La macchina sbandò come impazzita, si girò di traverso e colpì un platano con il lato destro. Di rimbalzo, venne proiettata contro le balle di paglia che proteggevano la recinzione, ma non bastarono. Il muso si accartocciò con un tonfo sordo e definitivo.

Dall’interfono, Lele e Max sentirono solo un urlo del motore in fuorigiri, poi il rumore del metallo che si piegava e infine, il silenzio.

 Capitolo 13 – Silenzio e polvere

Per qualche secondo nessuno parlò. Solo il vento che muoveva le foglie del platano e il ticchettio del metallo caldo riempivano l’aria. Lele restò immobile, le cuffie dell’interfono ancora nelle orecchie, lo sguardo perso nel vuoto. «Alex?... rispondi, bocia…» Niente. Solo fruscio e silenzio.

Max fu il primo a muoversi. Corse verso il furgone, aprì il portellone e prese l’estintore. «Dai, muoviti! È al quarto chilometro!» urlò, mentre Lele cercava di avviare la vecchia Panda dell’organizzazione per raggiungere il punto dell’impatto.

Quando arrivarono, il cuore sembrò fermarsi. La 328 era ferma di traverso contro le balle di paglia, il muso schiacciato, il parabrezza spaccato in una ragnatela perfetta. Un filo di fumo usciva dal cofano, e l’odore di benzina bruciata era ovunque.

Alex era lì, immobile, la testa reclinata di lato. Per un istante Lele temette il peggio, poi vide un piccolo movimento della mano, quasi impercettibile. «Respira… respira!» urlò, gettandosi contro la portiera.

I commissari arrivarono subito dopo, e in pochi secondi tutto divenne frenetico: tagliarono le cinture, scollegarono la batteria, sollevarono il casco. Alex era pallido, ma cosciente. «Non… toccate la macchina,» mormorò con un filo di voce, «la sistemiamo… la sistemiamo ancora.»

Lele chiuse gli occhi, trattenendo le lacrime. Max gli posò una mano sulla spalla. Non servivano parole. Quel giorno avevano capito che la passione può farti volare, ma anche sbattere forte contro la realtà.

Pochi minuti dopo arrivarono i sanitari. In un attimo Alex fu caricato sull’ambulanza, monitorato e sedato pesantemente: la decelerazione era stata violenta e i medici sospettavano diverse lesioni interne. Dopo i primi controlli, emersero quattro costole incrinate ma, sembrava che non ci fosse nessun danno grave. Il casco e le cinture avevano fatto il loro dovere.

Lele e Max restarono immobili a guardare l’ambulanza che si allontanava a sirene spiegate. Poco dopo, una piccola Abarth grigia frenò bruscamente accanto a loro: Lisa e Sara erano arrivate, pallide in volto.

«Su! Salite!!» gridò Lisa. «Andiamo all’ospedale subito!» I due salirono in silenzio, ancora scossi.

Durante il tragitto, Lisa non riuscì a trattenersi: «Cazzo! Ragazzi ve l’avevo detto che gli avete messo in mano un proiettile!» La sua voce tremava, piena di paura e rabbia. Sara la fissò, poi guardò Lele e Max dallo specchietto: «Speriamo solo che se la cavi e che vi serva da lezione…»

La strada verso l’ospedale sembrava infinita, ma per Lele e Max non esisteva più niente al mondo, se non il rumore lontano della sirena e l’immagine di Alex dentro l’E36 accartocciata sotto il platano.

 Nota dell'autore: 
Il primo atto del sogno si ferma qui, tra la polvere ed il silenzio di quel platano. Ma la storia del Team Squerciatombini non finisce.

Trovate la nuova storia gia disponibile sul mio profilo
Grazie di cuore a chi ha viaggiato con me fin qui.



 

 

 

Otto Chilometri di Sogno testo di Nene
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