Ogni volta è sempre più difficile accettare di essere ricaduti di nuovo nei vecchi errori, in cui ho sguazzato per anni, su un fragile equilibrio fra sicurezza ed impotenza, fra stabilità e completa follia. Eppure ogni volta mi sembra di aver capito qualcosa in più, riempiendomi la bocca e la mente delle parole dette dalla psicologa durante l’ultima seduta. “ce la farò stavolta” mi dico, “questa è l’ultima” mi ripeto, “il cibo non ha più ostacoli” mi convinco. Ma mi trovo di nuovo qui, venti minuti dopo ogni pasto, con le ginocchia che premono sul freddo pavimento del bagno e l’immensa bocca del gabinetto che mi guarda e sembra dirmi “vedo che hai avuto di nuovo bisogno di me”. Arriva il fallimento che mi riempie il corpo con il suo alito maleodorante e denso di vomito, riversato all’interno del mio tempio sacro per l’espiazione dei peccati di gola. Tutta l’ansia sembra essersene andata, resta solo la spavalda convinzione che il mio tentativo di rovina sia una grandissima vittoria. Le mani odorano di vomito, la ferita sulle nocche destre si riapre facendo sgorgare gocce di sangue che colorano il pavimento trionfanti: “sei riuscita a rovinarti” mi sussurra una parte dell’animo, “hai fatto ciò che dovevi” mi dice l’altra. Lo stomaco si ribella ai tuoi ordini, a volte un po’ indecisi, e manda su per la gola un’onda di magma, che serve solo a ricordarti che ti stai distruggendo per colpa di altri e a volte solo tua. Brava, ora sai cosa vuol dire soffrire per cercare di avere risultati e non ottenerne mai. Soffrire ti fortifica, fra poco il fuoco che ti percorre l’esofago sarà soltanto una delle numerose punizioni, una fra le più lievi. Un eterno calvario a cui tu stessa hai deciso di sottoporti, condannandoti in eterno alla prigione di un bagno che ti si restringe intorno, fino a non farti più percepire il corpo, inutile gabbia del tuo spirito ribelle e assetato di perfezione. Brava, ti sei costruita una prigione funzionale ai tuoi bisogni di disperata penitente. Potresti anche morire affogata nel tuo vomito, ma non te ne importerebbe un bel niente: il tuo corpo se lo merita, non ti ha obbedito come avresti voluto, ad un’azione corrisponde una reazione e quindi una degna punizione. Ti fai schifo ora, vero? A chi piacerebbe un grasso maiale che puzza del suo stesso vomito? Punisciti, diventerai sicuramente più appetibile per una massa di animali che desidera solo affondare i propri artigli in una carne soda e in forma. Sei tu l’animale, non riesci a controllare ciò che mangi e grufoli in una montagna di cibo senza sapore, per poi stordirti con i fumi acidi provenienti dal tuo stomaco e della decima sigaretta della giornata.
Le lacrime non bastano più, come non bastano nemmeno la rabbia o una felicità di massimo dieci minuti. Non basta più chi mi sta intorno e cerca di aiutarmi: io ho bisogno di me stessa, ho bisogno di qualcuno che mi legga e mi comprenda. Ho bisogno di essere felice per ciò che già possiedo, ho bisogno di pace, ho bisogno di ascoltarmi e al tempo stesso di non sentirmi più. Ho bisogno di dormire e al tempo stesso vorrei essere baciata da una vita che mi aspetta. Ho bisogno di sfogarmi, ma anche di non esasperare più nessuno con il mio piagnucolio. Ho bisogno di equilibrio, cosa per me da sempre sconosciuta e inarrivabile. Ho bisogno di affogare nel cibo e dimenticare, ma al tempo stesso vorrei trovare me stessa privandomi di ciò che soddisfa il corpo, animale tormentato da una mente che nemmeno io controllo più e che da sempre mi rende schiava delle sue ombre.
Sono stanca di avere problemi creati da una mente che nessuno ha mai cercato di comprendere fino in fondo. Sono stanca e basta. Non ho più voglia di affrontare vecchi problemi e di mettermi faccia a faccia con gli spiriti che hanno sempre avuto una latente potenza su di me, ormai usciti alla luce del sole, pronti a tormentarmi per tutta la vita. Per questo a volte sono stanca di vivere un’esistenza che so che mai mi appagherà né troverà per me un porto sicuro in cui vivere e riposare dopo tanti anni di una guerra contro me stessa, contro il mio corpo e contro il mio spirito.
Storia di un corpo testo di Cecilia Torcigliani