Scrissi una poesia una volta, la pubblicai su un sito online; non ricevette molte letture, circa un’ottantina, ed ancora meno commenti, esattamente due, e uno di questi mi colpì profondamente, era il commento di una ragazza che diceva “È una perfetta descrizione di un attacco di panico, cosa credevo fosse difficile da spiegare, ma tu hai reso palpabile tale sensazione”. Mi fermai qualche minuto a rimuginare su quello che avevo letto, sentendomi onorata, ma non riuscendo a capire cosa quella ragazza vedesse di tanto speciale in quelle poche righe scritte di fretta, ma poi capii; la mia poesia parlava del sentimento che si prova nell’annegare, parlava di non essere sentiti, parlava del senso di libertà di cui spesso ci sentiamo privati: parlava di attacchi di panico, parlava di paura.
Tutta la mia vita ho odiato avere paura, forse perché era un sentimento così vicino alla rabbia che quando arrivava uno, l’altro lo seguiva subito a ruota. Delle volte sono arrivata ad avere paura della paura stessa, poiché scatenava in me reazione devastanti, che non sono però mai riuscita ad esternare sotto forma di richiesta d’aiuto, condizionata forse dal fatto che la paura viveva sul divano di casa mia, sbirciava dalle finestre, dipingeva i muri.
Fin da piccola ho avuto due grandi paure: la paura del buio e la paura dei ragni.
Ogni volta che spegnevo la luce in bagno correvo come una pazza finché non arrivavo in camera mia, e non riuscivo a chiudere occhio la notte sapendo che da qualche parte nella mia stanza c’era un ragno pronto a camminarmi addosso mentre dormivo. Crescendo ho imparato ad apprezzare il buio, a sentirmi protetta e capita fra le ombre, i ragni mi fanno ancora una paura matta però.
Questo per dire che ci sono diversi tipi di paura che una persona può provare, alcune paure infantili spariscono col tempo, altre ci accompagnano per tutto il corso della nostra vita, alcune paure si rifanno a cose materiali presenti nella realtà di tutti i giorni, altre vivono nei meandri della nostra mente.
Le paure degli uomini sono varie, c’è chi ha paura di perdere il treno la mattina perché potrebbero licenziarlo a lavoro, c’è chi ha paura dei cani e c’è chi ha paura della morte; tutte le paure sono valide e vanno rispettate.
Di recente ho avuto modo, per la prima volta in vita mia, di vedere la paura che tormentava anche me, espressa dagli occhi di qualcun altro. Quella fredda mattina d’inverno ho dovuto stringere le mani ad una mia compagna di classe mentre cercava di combattere un attacco di panico, ho dovuto vedere tutte le emozioni che una volta dipingevano anche il mio viso, sporcare il volto della mia compagna.
Ho sentito la mia paura salire quando pensavo di non riuscire ad aiutarla, quando non mi sentivo abbastanza.
Ho visto la paura sulla sua faccia quando cercava disperatamente di ordinare ai suoi polmoni di respirare, e quando pensava di non farcela.
Ma poi ce l’ha fatta.
Ed è questo il particolare della paura, che ad un certo punto ne esci, anche se per un solo secondo, perché se diventa un’emozione costante allora vuol dire che stai vivendo in un incubo.
Non tutti ne escono allo stesso modo, però: alcuni ce la fanno da soli, altri hanno bisogno d’aiuto. Resta a me ignoto il come ne sia uscita la mia compagna, se grazie al mio aiuto o soltanto per merito della sua forza d’animo.
Penso sia facile vedere il mondo come singoli alberi piuttosto che come una foresta, lo fanno i codardi, lo fanno coloro che non vogliono, o non possono, agire emotivamente in base alle azioni degli altri; preferiscono prendere una strada prettamente razionale, privandosi dunque di tutti quei legami che rendono l’uomo ciò che è: un essere sociale.
Nessuno di noi può sopravvivere da solo, che sia per scelta o per caso, perché essendo creati per stare assieme non ci si può, e non ci si deve, privare di tutte le azioni solidali che caratterizzano il nostro mondo: da una stretta di mano o una spalla su cui piangere, ad una voce da ascoltare e rispettare; poiché, in fin dei conti, se non siamo insieme non siamo nessuno.
Paura testo di ElizaPiloiu