La vita di un altro

scritto da Guglielmo
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Autore del testo Guglielmo

Testo: La vita di un altro
di Guglielmo

Il diretto per Lisbona viaggiava in perfetto orario. Al di là delle gocce di pioggia sui vetri dei finestrini, distese di campi bui. Un vociare sommesso accompagnava il rumore monotono delle rotaie. I pochi passeggeri presenti erano seduti tutti in disparte e solo un gruppo di colorate vecchiette bisbigliava discorsi alla naftalina.

Alla stazione di Salamanca nel vagone era entrato un viaggiatore tutt’altro che banale. Le lunghe trecce che si formavano dalla sua barba rubavano l’attenzione solo per pochi istanti alle incompatibili incongruenze del personaggio. Dietro un luccicante monocolo spiccava un uomo dai lunghissimi capelli bianco panna con delle striature giallo sporco tipiche dei vecchi capelli trascurati. Uno sguardo appuntito penetrava dagli occhi sottili guizzando da un uomo all’altro facendo il giro di tutti i presenti in cerca di qualcosa. Un’accozzaglia di vestiti confondevano chiunque lo guardasse. Aveva due scarpe, una diversa dall’altra. Un gilet nuovo di pacca sopra una lisa camicia al cui polso sinistro brillava un costosissimo gemello.
Nel giro di qualche istante prese a muoversi sicuro verso un sedile affianco ad altri sconosciuti nonostante molti altri posti liberi. I suoi vicini si impegnarono a mostrarsi disturbati e si affrettarono a scendere alle stazioni successive.

Fu in un treno che lentamente si stava svuotando che salì una triste ragazzina. Era magra, aveva una gonna scozzese e il viso rigato dalle lacrime che si nascondevano fra le gocce di pioggia. Si muoveva a fatica come se avesse un grande peso sulle spalle. Quasi inconsciamente mosse alcuni passi fino ad accasciarsi sul primo sedile che notò. Si ravvide solo dopo qualche secondo osservando un eccentrico uomo. Quelle treccine, insieme all’elegante completo, le strapparono una malvagia risata. L’uomo di fronte a lei la sorprese con un caloroso sorriso, di quelli che non riceveva mai, tanto da non sentirne neanche la mancanza. Si osservarono a lungo mentre fuori le case lasciavano il posto alla brulla vegetazione della Castiglia. 
Tipicamente due sconosciuti, seppur interessati l’uno all’altro, non si scambiano che fuggevoli sguardi. I loro, intensi e penetranti, erano sinceri e persino sfacciati da quanto curiosi.

-Arrivi da scuola con quella cartella? 
-Perché hai quelle treccine? 
-Il corpo invecchia ma l’animo può rimanere lo stesso. Sai, alla mia… 
-Si, ma perché il monocolo, allora? 
-Non è se vieni da scuola la domanda, ma dove stai andando da sola a quest’ora. 
-A Lisbona. Come te.
-E come mai ho come l’impressione che la tua sia una decisione presa all’ultimo momento? Non hai un bagaglio se non quella cartella di scuola e, devo ammettere, mi sei sembrata alquanto spaesata salendo in treno. Stai for… 
-Parli strano. Sei lento, mi annoio. Ma soprattutto non c’è bisogno di nasconderti dietro le parole. Dimmi cosa devi dire. 
-Voglio sapere se arrivi da scuola. 
-Arrivo da scuola. 
-Cosa fai a Lisbona? 
-Vado a trovare mio padre. Non lo vedo da parecchio. 
-Divorzio? 
-Così si può dire. E tu? 
-E io sono stanco di raccontare di me. È tutta la vita che io sono io; ho deciso di cambiare. 
-Dunque non mi racconterai di te? 
-Posso raccontarti di me come di chiunque altro. Col tempo si diventa spettatori di questa vita e un bel giorno si scopre che se si vuole si puo essere un giorno un chirurgo e il giorno dopo, che so, …il mostro di Firenze! 
-E tu oggi chi sei? 
-Oggi sono il bigliettaio! 
-Che sfiga. Allora è un problema! 
-Immaginavo non avessi il biglietto. Sei simpatica e carina ma a malincuore dovrò farti la multa. 
-Dai, sembravi uno a posto. Non puoi chiudere un occhio? 
-Lo farei molto volentieri ma sarebbe scorretto nei confronti di chi il biglietto lo paga. 
-E non c’è niente che io possa fare? 
-Beh, come puoi immaginare qualcosa ci sarebbe. 
-Dimmi. 
-Io sono un vecchio, come non hai avuto timore di farmi notare poco fa. Tu sei giovane e carina. Mi piace la tua gonna. Facciamo un gioco; andiamo di là verso i bagni che te lo spiego.

La giovane era molto scettica riguardo la deriva che aveva preso la conversazione. Lei aveva retto il gioco solo per la curiosità di come sarebbe potuta finire la situazione. Ora sentiva che il tutto avesse, ormai, superato una certa soglia, ma si sentiva troppo in là per tornare indietro, oltre che, comunque, sicura di non correre alcun rischio, su un treno pieno di controlli come quelli dell’alta velocità. 
Arrivati verso la zona dei bagni il vecchio era già coi calzoni in mano senza che se ne fosse accorta. Ma fu proprio l’ingenuità e l’innocenza con la quale la stava guardando che le infuse la serenità di cui aveva bisogno. Lui la invitò a levarsi la gonna e per qualche istante rimasero in mutande l’uno di fronte all’altra. Dopodiché lui le sfiorò la mano prendendole la gonna, al ché si accinse ad indossarla. Dopo aver richiuso la zip se la aggiustò un po’ alla vita, abbassò lo sguardo passando per gli stinchi eccessivamente pelosi e quasi squamati della pelle avvizzita arrivando fino agli sgualciti calzini che gli cingevano le caviglie. Soddisfatto alzò lo sguardo riconoscente, ed invitando la ragazzina ad indossare i suoi calzoni si voltò andando via ringraziandola per aver saldato il debito.

La vita di un altro testo di Guglielmo
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