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C'è un concetto in psicologia che mi è tornato in mente pensando e ripensando a una discussione accesa tra me e un mio amico sulle intelligenze artificiali generative( E immagino, anzi, so che molti la pensano come lui). Si chiama completamento amodale: la capacità del cervello di percepire un oggetto intero anche quando una parte è nascosta. Non vedi tutta la sedia dietro la porta, ma la sai intera lo stesso. La mente completa da sola.
Ecco, io penso che l'IA faccia qualcosa di simile — ma con i pensieri.
Quando ho un'idea in testa, ce l'ho davvero. So cosa voglio dire. Ma a volte le parole non vengono, o vengono storte, o vengono in un ordine che non rende giustizia a quello che avevo in mente. L'IA, in quei casi, non mi sostituisce: mi completa. Come il cervello che finisce il profilo della sedia.
E qui mi viene in mente un'altra cosa, che forse rende tutto ancora più chiaro.
David Chalmers ha proposto negli anni Novanta un'idea che all'epoca sembrava provocatoria e oggi mi sembra quasi ovvia: la mente non finisce nel cranio. Si estende negli strumenti che usiamo, negli appunti che prendiamo, nelle protesi cognitive che abbiamo imparato a considerare parte di noi. Il loro esempio classico era un taccuino: se un paziente con problemi di memoria annota tutto su un quaderno e lo consulta sistematicamente, quel quaderno non è un aiuto esterno alla sua mente — è parte della sua mente. Funzionalmente, non c'è differenza.
Applicato all'IA, il ragionamento regge benissimo. Se uso uno strumento per esternalizzare e completare un pensiero che ho già formato dentro di me, quello strumento diventa un'estensione del mio processo cognitivo. Non una sostituzione — un prolungamento. La paternità del pensiero resta dove è nata: nella mia testa.
Capisco chi ce l'ha con chi usa questi strumenti. Anch'io mi infastidisco quando qualcuno butta giù un prompt generico tipo "scrivimi un articolo sul cambiamento climatico" e poi ci mette la firma sopra. Lì il problema esiste, è evidente. Non c'è stato nessun pensiero originale, nessuna intenzione precisa — solo una delega in bianco.
Ma non è sempre così. E fare di tutta l'erba un fascio mi sembra sbagliato.
Usare l'IA per dare forma a qualcosa che hai già in testa non è barare. È come usare un dizionario quando hai la parola sulla punta della lingua, o chiedere a un amico più bravo a scrivere di aiutarti a rivedere un testo. Il pensiero era tuo. L'intenzione era tua. Lo strumento ti ha solo aiutato a tirarla fuori.