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Il gusto d’un passato remoto
s’impunta sulla lingua:
acido di gelso,
dolce di mirto.
Le filigrane della memoria
tessono un ricordo che s’addolcisce nel pianto.
Sull'erba in attesa del vento
m'adagio e consumo il ricordo.
Savi ulivi frusciavano semplici insegnamenti
e io,
imberbe,
cinguettavo
la felicità rimasta.
Rimbalzavano i fiori
e le api girovaghe
vorticavano smaniose.
Insieme imburravamo il tempo
di colori sgargianti.
Lo sentii dire
tra il meriggio della lucertola
e lo sforzo del sole:
mai più sarebbe calato
quel torpore ovattato.
Mai più sarebbe bastata
la pienezza del nulla.
Sarebbero sorte albe canute,
e io sarei fuggito nei viottoli freschi
delle canicole africane.
Nell’ombra ho posato i passi futuri
e come figlio del vespro
sono rimasto a sonnecchiare.