Susy glielo aveva chiesto. A lui sembrava una sfida, l’ennesima sfida per mettere alla prova il suo amore.
Una semplice richiesta che Susy continuava ad avanzare per paura.
Paura di non essere all’altezza, paura di non contare molto, paura di non essere migliore delle altre.
E lui, di donne, ne aveva sempre tante: non che la tradisse, questo pensiero non le è mai balzato per la mente, ma le donne continuavano ostinatamente a girargli accanto.
Susy si sentiva una piccola presenza impercettibile tra di loro, in mezzo a quel groviglio di minigonne che le voltavano attorno.
Pensava che la sua presenza, lì attorno ai tavoli, fosse invisibile alle altre, che imperterrite si avvicinavano a lui.
Lei era lì, accanto a lui, magari con il braccio attorno alla sua vita, stretto, come se quel gesto potesse essere percepito da “quella”, ma ogni suo gesto, ogni suo minimo tentativo di mostrarsi, sembrava non attecchire.
Susy si sentiva un fantasma accanto a loro, perché la ignoravano, e ogni suo gesto per mettersi in mostra non faceva altro che scatenare ancora collera, perché nessun suo gesto veniva considerato.
A lui bastava averla lì vicina, sentire il suo corpo vicino al suo, sentire la sua leggera mano intrufolarsi timidamente nella tasca dei pantaloni.
A lei bastava incontrare il suo sguardo. No, non di lui, ma di “quella”.
Tante volte, tornata a casa dopo una serata trascorsa a trattenere le lacrime, le venivano in mente le frasi da che doveva dire.
A volte era stupido osservarla mentre imitava con gesti teatrali quello che avrebbe fatto ai capelli di quella ragazza. Lei afferrava l’aria, ma con una tale forza che questa restava intrappolata nei suoi palmi.
Mentre si toglieva l’ombretto nero dagli occhi si accorgeva che i capelli non erano ben sistemati, si accorgeva che il trucco che aveva studiato per la sera non era ben riuscito, si accorgeva che ogni cosa su di lei non era in ordine e non era perfetto.
Passavano così cinque minuti. Cinque interminabili minuti in cui Susy cercava una soluzione per i capelli, un modo per migliorare la pelle del viso, per cancellare i segni che il tempo le aveva già impresso intorno alla bocca.
Gettava poi il batuffolo di cotone ormai sporco, e con un gesto brusco lo scaraventava nel cestino, e poi si dimenticava dei suoi capelli e della sua pelle.
Entrava in camera, si toglieva i vestiti e ricominciava a trovare un pretesto per far ricadere la colpa su di lei.
“Ovvio che quelle non si accorgono di me!” –si ripeteva facendo scivolare l’autoreggente sul pavimento- “Sono vestita in modo poco appariscente!”
E così seguiva una buona mezz’ora in cui Susy ripeteva che doveva vestirsi meglio, che doveva osare di più nella biancheria e che non sarebbe stato sbagliato mostrarla maggiormente.
In un attimo questo suo ultimo pensiero si annebbiò nuovamente e un nuovo elemento fu oggetto del suo malessere: quel cellulare, nascosto nella borsa, sotto qualche vestito di ricambio che Susy porta sempre con sé.
“Non si sa mai, magari potrei sporcarmi o aver bisogno di cambiarmi” –ripete alle sue amiche che le chiedono per quale motivo ogni volta che deve uscire la sua borsa si riempie di mille vestiti.
C’è da dire che Susy ha delle borse molto capienti.
Quel cellulare non è ancora suonato, e Susy sa che avrà ancora una delusione quando sul display non comparirà il suo nome.
Sa che non è da quella, come del resto, sa benissimo che non potrà mai essere da un’altra, perché in fondo, Susy sa quanto vale.
Sa che lui ora la starà pensando, e anche se un po’ è titubante, è probabile che si sia accorto di non aver fatto sentire la sua donna importante di fronte alle altre.
Sa che ha accanto una persona che la ama, sa che quello che ha accanto vuole soltanto lei, sa che quello che ha accanto è innamorato di lei ed è convinta che non lo faccia intenzionalmente a farla sentire umiliata.
Susy sa tante cose, oltre ad avere tante borse capienti.
Ma a volte tutte queste certezze non bastano, a volte queste certezze crollano di fronte ad un sorriso di un’altra, crollano davanti ad un periodo di stress, insomma.. trovano sempre un valido motivo, secondo Susy, per oscurarsi.
Afferra la borsa che era sul pavimento e la mette sopra una pila di libri, l’unico spazio che ora è “libero” sulla scrivania.
Toglie la bottiglietta d’acqua, sistema le chiavi nel cofanetto, controlla quanti soldi le sono rimasti dalla serata e poi afferra il pacchetto di sigarette, ignorando che il cellulare è proprio lì, sopra queste.
Fa finta di non vederlo, lo schiva con le dita, e si accende una sigaretta.
Le basta una boccata per prendere con decisione il cellulare (questa si chiama dipendenza, da sigaretta).
Ma stasera Susy lo prende soltanto in mano. Si accorge che ora c’è un graffio in più, poi lo pone sul tavolo.
Si gusta la sua sigaretta, come se aspirando e buttando fuori il fumo potesse in qualche modo buttare fuori anche la collera.
Poi, come se sapesse che la sto osservando, spegne la luce e si getta sotto le coperte.
Questa notte lui non la chiamerà.
Spiare testo di Irene