Dialogo da pranzo

scritto da Autore anonimo
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Testo: Dialogo da pranzo
di Autore anonimo

«Dialogo da pranzo»
La casa è piccola. Una portafinestra come ingresso. Dovevamo prendere l’altra, l’ho
sempre pensato, ma no, no, guarda qui che bella luce, luce, luce ovunque. La casa è
piccola. Sarà il nostro nido d’amore, qui potremmo mettere la cucina e qui… È
piccola. Chi le pulisce poi tutte quelle stanze? E poi guarda, ci sta tutto!
È piccola.
«Ben tornato! Il pranzo è quasi pronto, togliti le scarpe che ho appena lavato in
terra.»
«A che ora sei tornata?»
Si toglie le scarpe, il cappello sull’appendiabiti insieme al cappotto. In punta di piedi,
evitando le chiazze bagnate sul pavimento, raggiunge il bagno.
«Lavati le mani che è già tutto in tavola!»
«Si, sto facendo, arrivo.»
La sala da pranzo coincide con il salotto, tutto davanti alla porta finestra. Un tavolo,
quattro sedie, troppo vicini al divano, con la televisione accesa che parla parla parla,
la cucina attaccata al muro, ovvero due piani d’appoggio, un fornello, un forno, un
frigorifero… “Ci sta tutto”. L’odore della minestra riempie la stanza, permea tutte le
superfici, rimane sui cuscini del divano. La finestra è aperta anche d’inverno perché
la cappa è troppo piccola. Io volevo la cucina separata. È open-space, moderno, non
capisci?
“È piccola.”
“Come scusa?”
E intanto appoggia i piatti in tavola, e intanto cade qualche goccia di brodo dal piatto,
e intanto macchia la tovaglia.
“Niente”. Si siede a tavola, guarda il piatto e poi lei, poi lo sporco sulla tovaglia, lei
che gira le zucchine sulla griglia, il piatto, e aspetta, aspetta, aspetta.
Forse che, aspettando, gli piomberà davanti una nuova casa? Una nuova vita?
«Com’è andata oggi? Erano più calmi? Hai parlato con qualche genitore?»
Lei si siede e inizia a mangiare, soffia sul cucchiaio per raffreddare la pietanza ma si
scotta lo stesso mandando giù il boccone. Non sa proprio aspettare, lei. Tutto, tutto,
subito e all’istante. Se avesse saputo aspettare, quella casa non l’avrebbero comprata,
non così, non in quel momento. Ma prima di sposarci dobbiamo convivere, dobbiamo
prenderci una casa, sistemarci. E se non volessi sposarmi?
Quanto rumore fai mentre mangi, è davvero insopportabile, poi il ciarlare del
telegiornale, bla bla bla, e i vicini che si sentono urlare attraverso quella maledetta
finestra che va tenuta aperta perché altrimenti rimane odore in casa, come se poi non
rimanesse lo stesso sui cuscini del divano, e intanto fa freddissimo e, e, e.
Io qui non ci voglio stare.
«Si, sembrano già più tranquilli. Alcuni hanno anche imparato come mi chiamo.»
Un cucchiaio di minestra. Lei con gli occhi fissi su di lui, interessata, da quel lavoro
dopotutto dipende il loro futuro, serve per pagare il muto della loro casetta, per fare la
spesa, per le bollette. Perché lei il lavoro lo sta ancora cercando, dopo che è stata
licenziata, però almeno ora si può dedicare al trasloco e ai lavori di casa e alle pulizie
e a fare amicizia con i vicini così potranno essere ben accolti dal vicinato.
«Di genitori ne ho incontrato qualcuno. La mamma di Lucia, una biondina che credo
lavori in banca, mi stava già chiedendo della recita di fine anno. Voglio dire, sono
appena arrivato, cosa posso saperne io di che recita fanno questi bambini.»
«Non ti hanno ancora informato su tutto quindi?»
E intanto mangia, si alza per girare quelle zucchine, che saranno bruciate comunque,
e poi torna a sedersi.
«Sono arrivato solo ieri, penso che la loro priorità sia accertarsi che io non sia un
totale incapace.»
«Sei un bravissimo maestro, sono sicura che se ne accorgeranno presto.»
Finalmente sono pronte, sempre le solite zucchine, e le porta a tavola.
«Per quanto riguarda il matrimonio stavo pensando…»
Eccola che ricomincia, fiori, partecipazioni, vestiti e invitati. Ha già trovato la sala, la
chiesa, il sacerdote, i bambini per lanciare petali di rose, di vari colori ma tutti in
palette sul rosa, sulla navata al suo passaggio. E se non volessi sposarmi?
Però la proposta l’aveva fatta lui, davvero. Stavano insieme da dieci anni, dal primo
anno di liceo, pensava fosse la cosa giusta da fare. Non che con lei avesse mai avuto
troppa scelta, però alla fine l’amava davvero. Non avevano mai convissuto però, e lei
ci teneva tanto invece a giocare alla piccola donna di casa. Non sopporto come canta
sotto la doccia, il modo in cui passa l’aspirapolvere il sabato mattina, il fatto che non
abbia la minima idea di come si faccia una spesa equilibrata. E poi le zucchine non le
sa proprio cucinare.
E intanto dice di sì, annuisce a tutto quello che lei gli propone e, per finire, le
zucchine bruciate se le mangia, con tanto di complimenti.
E se cambiassi vita domani? Se uscendo di casa non facessi ritorno, e scappassi via,
lontano lontano lontano, e nessuno sapesse mai più nulla di me, e così non dovrei più
occuparmi della casa, del nuovo lavoro, del matrimonio, di una donna che non sono
più sicuro di voler sposare, che forse non ho mai voluto, che forse non vorrò mai.
«La casa è piccola.»
«Come dici caro?»
Sta lavando già i piatti? Quando si è alzata da tavola? Quando abbiamo finito questo
pranzo? Senza nemmeno che io potessi dire…
«Non pensi che avremmo dovuto cercarne una più grande?»
E via di nuovo: no ma non capisci, è un graziosissimo open-space, moderno, ci sta
tutto alla fine, piccola ma ordinata, e poi è facile da pulire, e uno non deve fare la
spola tra una stanza e l’altra, è il nostro piccolo nido d’amore, non trovi?
L’acqua scorre nel lavello, mentre strofina lentamente i piatti con una spugna logora.
E parla, parla, parla. E lui zitto, zitto, zitto.
Crisi climatica al telegiornale, poi lo sport, poi le pubblicità, una dietro l’altra, che si
rincorrono a suon di jingle e grafiche colorate. Forse dovrei provare quel nuovo
profumo?
«Stasera viene Marta, ci porta dei fiori credo, non ho ben capito ma dice che la casa è
troppo vuota e triste. Io le ho detto che è solo perché non ti sei ancora deciso a
comprare quella bella vernice che avevamo visto, questi muri rendono tutto così
piatto e scuro. Ma ci vai domani, giusto?»
Lui la guarda e non capisce, intrappolato tra profumi di lusso e offerte di nuove linee
telefoniche.
«A comprare la vernice, quella bianco panna che avevamo visto, ti ricordi? Ci vai
domani, si?»
«Sì, ci vado domani.»
E poi il nulla. La dimensione del pranzo è un nuovo tipo di limbo, che non finisce e
non inizia. Ti ci trovi in mezzo non sai nemmeno come e, tutto a un tratto, ti hanno
catapultato fuori. Ma quanto stanca vivere così, a pezzi e bocconi, tra un pasto e
l’altro, tra una frase di circostanza e l’altra, senza mai avere il coraggio di parlare,
parlare davvero, di fermarsi in mezzo al mondo e dire che non ci si ama e va bene
così, perché tanto non si è fatti per vivere insieme, e che alla fine il matrimonio è solo
una scusa per far vedere agli altri che si è più felici di loro. E poi? Quando finisce la
cerimonia, la luna di miele, l’euforia illusoria di un cambiamento cosa rimane se non
l’amaro, se non il rumore dell’acqua che scorre nel lavello, l’odore di minestra sui
cuscini?
E intanto l’orologio va avanti, non si ferma, ci ricorda la fine delle cose, dei momenti,
della vita. Si è fatto tardi, devo andare a casa.
«Devo andare a casa.»
«Come? Ma se sei già a casa?»
Lui d’improvviso la guarda, la scruta, l’osserva. Se potessi tornare indietro, a dieci
anni fa, cambierei scuola, pur di non incontrarti.
«Ti senti bene?»
«Si, vado solo a prendere un po’ d’aria. C’è davvero caldo qui dentro.»
E si alza, la sedia che fa un rumore assordante strisciando sul pavimento.
«Lo so, lo so. Ti avevo detto che dovevi chiamare il tipo del riscaldamento, ma te ne
sei dimenticato ancora.»
Apre la portafinestra ed esce fuori, richiudendola dietro di sé.
L’aria fresca sul viso, il sole sulla pelle, il silenzio alle spalle.

Dialogo da pranzo testo di Autore anonimo
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