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Volevo per forza raggiungere la vetta. Tossine parassite nelle vene spingevano il corpo verso una sporgenza metri e metri più in alto, e il tutto doveva farsi con un solo salto. Tossine che accecavano il buonsenso e mostravano agli occhi gli uccelli che volavano nel cielo, un baratro cupo sotto di me. Come un domino, i muscoli iniziarono a cedere, prima le gambe, poi il busto e infine le braccia, che fino all'ultimo si erano sorrette a una piccola pietruzza della parete rocciosa, vedendo pochi centimetri in quelle decine di metri che le dividevano dall'alta sporgenza. Caddi e pensai di perdermi in quel buio profondo in eterno, il buio del mio fallimento e di tutte le energie perse in vano. Ma anziché sentirmi avvolgere dal gelo di quell'abisso, mi accorsi di essermi poggiato su un qualcosa di morbido. Aprendo gli occhi e sentendo l'aria fresca di montagna e una distesa verde brillante attorno a me, sentivo silenzio in testa e iniziai a notare quanto la valle si trovasse in basso. Notai tutta la strada che mi aveva condotto fin lì, gli strapiombi e i grandi massi, i sentierini tortuosi. Mentre ora, guardandomi attorno, godevo del profumo dei fiori, sparsi qua e là nel prato, dell'ombra di un paio d'alberi colmi di fogliame che mi donavano riparo dal sole, ammirando con me il panorama, e del canto degli uccelli, che risuonando dolce nelle orecchie e poi tra i pensieri, mi ispirò a volare come loro.