Il passo del cardellino

scritto da Autore anonimo
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Testo: Il passo del cardellino
di Autore anonimo

La moquette del corridoio del quarto piano aveva il colore del fango rappreso. Era una scelta voluta, supponevo: una tonalità che non ammetteva distrazioni, che assorbiva la luce invece di rifletterla, proprio come l’atmosfera che regnava in quegli ottanta metri di passaggio.

Lavoravo lì da tre anni come impiegato di concetto. Un ingranaggio tra seimila, ma con una collocazione geografica peculiare: il mio ufficio distava appena dieci metri da quello del “Padreterno”, l’Amministratore Delegato.

Avevo sviluppato un mio rituale di precisione quasi maniacale. Arrivavo sempre in anticipo, entravo in ufficio furtivo, poggiavo lo zainetto, accendevo il PC e controllavo che la scrivania fosse in ordine perfetto. Solo a quel punto, con il cuore leggero di chi ha già tutto sotto controllo, uscivo per andare a timbrare il badge alla fine del corridoio. Era una questione di etica, o forse di paura: non volevo che nessuno potesse dire che rubavo tempo all’azienda per sistemare le mie cose. Quei tre minuti tra l’accensione del monitor e il “clic” del timbratore erano il mio tributo di onestà.

Quella mattina, però, il rito si spezzò.

Mentre tornavo dal timbratore con il mio solito passo spedito, sentivo dentro una strana vibrazione. Era una di quelle mattine in cui il sole filtrava dalle finestre alte con una tale prepotenza da farti dimenticare i fogli di calcolo. Senza accorgermene, stavo canticchiando tra i denti un motivo jazz che avevo sentito alla radio. Sorridevo. Sorridevo alle porte chiuse, sorridevo al silenzio, sorridevo all’idea di una giornata produttiva.

Poi lo vidi.

L’Amministratore era appoggiato allo stipite della sua porta. Un uomo di cinquant'anni, vestito con un abito che costava quanto tre dei miei stipendi, il cui volto sembrava scolpito nel granito. Mi ferma con un gesto lento della mano.

«La osservo da parecchie mattine», esordì. La sua voce era bassa, piatta. «Lei va a timbrare con il sorriso sulle labbra. E canticchia. Stamattina l’ho sentita fin qui.»

Rimasi interdetto. In un mondo normale, un capo sarebbe stato felice di vedere un dipendente motivato. «Mi scusi, Direttore... è solo che mi sento bene, sono pronto per iniziare e...»

Lui mi interruppe, non con rabbia, ma con una sorta di fastidio filosofico. «Vede, caro lei, io apprezzo che lei sia contento. Ma io odio chi sorride di prima mattina. Peggio ancora chi canticchia. Il lavoro non è un dopolavoro ferroviario. È una lotta, è concentrazione, è gravità. Il suo sorriso... stona. Distrae dal peso di quello che stiamo costruendo.»

Guardai oltre la sua spalla. Nel corridoio, le porte degli altri uffici erano socchiuse. Sapevo chi c’era dentro: colleghi che non salutavano mai, che camminavano rasente i muri, che tenevano lo sguardo basso come se cercassero monete invisibili sul pavimento. Se l’Amministratore era nei paraggi, il corridoio diventava un cimitero di anime vive. Erano diventati specchi della sua oscurità per puro spirito di sopravvivenza.

«Capisco», risposi. Ed era la verità. Capivo tutto in un istante.

L’Amministratore tornò nel suo antro senza aggiungere altro. Io tornai alla mia scrivania. Per la prima volta, il monitor acceso mi sembrò una cella luminosa.

In un’azienda da seimila dipendenti, il benessere dovrebbe essere il lubrificante degli ingranaggi. Ma la realtà è un’altra: il potere spesso si nutre di conformismo estetico. Se il re è triste, la corte deve piangere. E io? Io avevo un mutuo, una famiglia, una dignità da mantenere che passava paradossalmente attraverso la rinuncia a un’altra parte di dignità: quella di essere felice apertamente.

Nelle mattine successive, continuai il mio rito. Zainetto, PC acceso, badge. Ma il mio passo divenne pesante. Imparai a contrarre i muscoli del viso in una smorfia di austera preoccupazione. Imparai il silenzio assoluto, quel silenzio che l'Amministratore chiamava "professionalità".

Sopravvissi. Mantenni il posto. Ma ogni volta che incrociavo lo sguardo spento di un collega nel corridoio, capivo che stavamo pagando il nostro stipendio con la valuta più cara del mondo: la nostra spontaneità. E mentre camminavo verso il timbratore, l'unica cosa che canticchiavo, stavolta solo dentro la mia testa, era un requiem per il mio sorriso perduto.

Il passo del cardellino testo di Autore anonimo
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