Recensione di Polifonia dell'io di Hossam Barakat

scritto da Lozio
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Testo: Recensione di Polifonia dell'io di Hossam Barakat
di Lozio

Un appassionante viaggio poetico dentro i labirinti dell’identità contemporanea, è quello che offre al lettore il poeta egiziano Hossam Barakat con la sua ultima opera dal titolo “Polifonia dell’Io”, Youcanprint, 2026, ove fotografa la complessità dell’uomo del terzo millennio attraverso una straordinaria varietà di stili e voci interiori.
Il libro si dispiega dentro una circolarità ermeneutica di momenti creativi che convergono nell’unità di una poetica che si dipana su cinque orizzonti tematici di significativo spessore esistenziale:
-l’esplorazione di un io diviso e sospeso nel tempo, dove la scrittura diventa l’unico strumento per dare un senso allo smarrimento, per dialogare con la memoria e per tentare di ricomporre i pezzi della propria anima;
– l’ambivalenza dell’amore nelle sue varie forme espressive: desiderio, bellezza, devozione romantica e spirituale, disincanto e legame che crea dipendenza ma che rappresenta anche l’unica via per toccare una verità profonda;
– la voce del mondo intercettata in una dimensione civile e sociale, con immagini dal forte impatto simbolico, se è vero che il poeta affronta i drammi del nostro tempo come la tragedia di Gaza, gli orrori della guerra, il miraggio della pace e la sete di giustizia sociale;
– la lingua e l’arte, l’identità poetica, la metapoesia e l’etica, ruotanti dentro un bilinguismo percepito come ponte d’incontro tra la cultura araba e quella italiana. Per Barakat, infatti, abitare due lingue diverse non è un limite, ma un punto di forza: il bilinguismo si trasforma in un ponte culturale sospeso, in una straordinaria risorsa che arricchisce l’identità e la musicalità dei versi;
– il tempo e l’altrove: qui il poeta esprime il bisogno dell’io interiore di trovare un centro di gravità permanente. Dopo aver attraversato il caos del mondo e della storia, Barakat si rifugia nella dimensione ciclica della natura (le stagioni) e nell’astrazione metafisica (l’altrove)riconciliandosi con se stesso attraverso una scrittura che abbandona la lama della denuncia per farsi balsamo spirituale e sguardo filosofico sulla brevità e sulla bellezza della vita.
Dal punto di vista formale, il libro vive di un continuo e affascinante contrasto tra il caos delle emozioni e la ricerca di un ordine. Barakat si muove con naturalezza tra strutture classiche e moderne, alternando la precisione millenaria di haiku e tanka, l’eleganza di sonetti e madrigali, la sintesi degli aforismi e la libertà del verso libero.
Il tutto immerso in una profonda tensione spirituale, in una costante ricerca di luce e di significato che si riflette in simboli naturali come il mare, il deserto, il ciclo delle stagioni e la luce stessa, metafore universali del continuo mutamento interiore.

La frantumazione dell’io tra identità, introspezione e contraddizioni interiori

Il titolo stesso della raccolta, Polifonia dell’Io, ci dà certamente la chiave di lettura per capire di cosa parla l’opera: la parola polifonia indica infatti l’unione di più voci diverse che suonano insieme creando un’armonia. Nella silloge, queste “voci” sono le diverse sfumature dell’interiorità dell’autore, le cui poesie toccano la frammentazione e la complessità dell’identità, atteso che Barakat esplora i diversi lati del proprio essere (l’io intellettuale, l’io emotivo, l’uomo diviso tra le sue radici e il presente); canta l’amore con grande trasporto, sia come sentimento universale sia come legame verso figure specifiche della sua vita; mette al centro del suo poetare l’introspezione e il ricordo con una riflessione profonda sul tempo, sulla memoria, sulle proprie radici e sul senso profondo dell’esistenza.
La poesia Polifonia dell’io, che dà il titolo alla silloge, è sicuramente il vero e proprio manifesto poetico e filosofico di Hossam Barakat:

Centomila io dentro uno stesso respiro,
che cambiano volto senza mai fermarsi.
Ogni nome mi attraversa e poi mi
abbandona
come se non fossi mai stato uno soltanto.

A volte sono luce che non sa dove andare,
altre volte ombra che non trova confine.
Vivo di echi che non risuonano mai uguali,
di ritorni che non tornano mai interi.

E resto sospeso tra ciò che credo di essere
e ciò che il tempo continuamente
smentisce.
(Polifonia dell’Io, p.18)

In questi pochi versi, l’autore riesce a condensare il nucleo drammatico ed esistenziale di tutta la sua opera, vale a dire la ricerca della propria identità in un mondo che ci vuole frammentati. Già il primo verso s’impone come un’istantanea folgorante: “Centomila io dentro uno stesso respiro”. Sembra cogliersi in esso un riverbero della grande letteratura del Novecento (il pirandelliano Uno, nessuno e centomila), anche se spostato su un piano più intimo e biologico: il respiro.
L’autore percepisce se stesso come un crocevia di varie identità che “cambiano volto senza mai fermarsi”, sottolineando come non esista un “io” statico ma dinamico e in evoluzione, perché l’essere umano è un flusso continuo attraversato da nomi, culture e passati che lasciano un’impronta per poi svanire. Nella parte centrale della poesia, Barakat vive poi la sua forte tensione lirica basata sul contrasto: “A volte sono luce che non sa dove andare, / altre volte ombra che non trova confine”. C’è qui il canto degli opposti dell’anima, ove la luce e l’ombra perdono le loro caratteristiche rassicuranti: la luce – afferma il poeta – è smarrita (“non sa dove andare”), l’ombra è geometricamente infinita (“non trova confine”).
Questo senso di instabilità è altresì accentuato dall’uso delle parole “echi” e “ritorni”: tutto ciò che torna indietro dal passato o dal ricordo non è mai identico a prima, non è mai “intero”.
La chiusa della poesia tocca, infine, una nota di profonda malinconia filosofica: “E resto sospeso tra ciò che credo di essere / e ciò che il tempo continuamente smentisce.”
Hossam Barakat non trova una risposta definitiva su chi sia, ma sceglie invece di abitare la sospensione, nel senso di una presa d’atto della frattura insanabile tra la percezione interna (“ciò che credo di essere”) e l’azione distruttiva e trasformatrice del tempo, che è una forza che “smentisce”, che consuma le nostre certezze e ci costringe a ridefinirci ogni giorno.
Il poeta, tuttavia, non si piange addosso per la propria frammentazione ma, al contrario, accetta questa “polifonia” come l’unica musica possibile per l’uomo contemporaneo; la poesia stessa diventa l’unico spazio in cui questi “centomila io” possono, per il tempo di un respiro, cantare insieme. Muovendosi “tra dune egiziane e gondole italiane”, l’io poetico dell’autore, inizialmente frammentato e “polifonico”, attraversa il caos emotivo e geometrico per ritrovare, grazie alla musica del verso, un perfetto e pacificato equilibrio interiore.
Significativa la poesia In cerca di un senso, che è un invito ad abbracciare l’incertezza e il cammino, nonché l’espressione della consapevolezza che anche quando non si ha una meta chiara e si è tormentati dai dubbi, vivere e rischiare di smarrirsi è l’unico modo per rimanere umani e vitali, mentre il rifiuto di cambiare e di mettersi in  gioco condanna a diventare macerie di se stessi: “…Tra il respiro affannato del mondo / intuisco appena /che vale più smarrirsi nel vento / di ciò che vacilla e crolla/ che restare fermi…”, p.19.
Un inno alla resistenza umana e spirituale è il sonetto Ancora vivo, ove Barakat dice che il dolore è inevitabile e può ferirci profondamente, ma non ha l’ultima parola; finché si è vivi, c’è la capacità di attingere a una forza interiore pura e capace di trasformare, alimentata dalla speranza e dalla grazia, le macerie del passato in un “nuovo incanto” per il futuro: “porto nel petto una fede sicura, / che il domani risplenda in nuovo incanto”, p.24.

L’amore tra desiderio, bellezza e disincanto

La tematica dell’amore trova approdo in diverse poesie, tra le quali spiccano Terapia d’amore, Un amore alla deriva, Elisir di vita, Genuflesso, Tanka 1, ove l’autore abbandona i cliché del romanticismo idilliaco per addentrarsi nei territori complessi della psicologia e dell’onestà emotiva con linguaggio spoglio, privo di ornamenti retorici, e connotato di parole che hanno il peso di una rivelazione: “…Sei il punto in cui il mio caos si ferma, / e subito ricomincia./ “Nel tuo volto non trovo risposte, / ma una forma più chiara del mio / smarrimento”. “E ogni volta che ti penso, / non divento migliore: / divento più vero.”, p.30.
L’amore autentico non è per il poeta un processo di perfezionamento morale, ma la vicinanza emotiva dell’altro che elimina le maschere, le difese, le ipocrisie che si usano per proteggersi dal mondo. Pensare all’altro costringe il protagonista a spogliarsi di ogni finzione, restituendolo alla sua essenza più nuda, fragile e, appunto, vera.
Hossam Barakat descrive l’amore non come una medicina che guarisce dal dolore di esistere, ma come uno spazio di libertà assoluta, e la “terapia” da lui indicata non consiste nel diventare perfetti o felici a tutti i costi, ma nel trovare qualcuno davanti al quale poter essere finalmente se stessi: caotici, smarriti, ma autentici. Sintomatico in questa direzione dell’amore è la poesia Tanka 1 in cui il poeta afferma:

Sera sul mare
La tua calma brucia
più del tramonto

ti perdo lentamente
come luce sull’acqua

Riprendendo la struttura classica del tanka giapponese, il poeta dipinge un quadro intimo di dolore, distacco e malinconia, fusi strettamente con gli elementi della natura. Il paradosso del sentimento (“La tua calma brucia”), la fine inevitabile (“ti perdo lentamente”) che non è rottura ma una dissolvenza che rende l’addio ancora più struggente, e infine la fluidità dell’assenza (“come luce sull’acqua”) riescono, in pochissimi versi, a condensare il peso dell’addio. Utilizzando la cornice marina del crepuscolo, Barakat trasforma un momento della natura nella cronaca di un amore che si spegne, dove il silenzio e la calma pesano più di qualsiasi grido.

La dimensione etica e sociale di una poetica tra tempo e alterità e incarnata nel mondo

Nella silloge Polifonia dell’Io, significativa è anche la sezione dedicata alla “poesia sociale”, che rivela uno sguardo lucido e privo di retorica sulle tragedie del nostro tempo. Attraverso la forma contratta dell’aforisma, Hossam Barakat ridefinisce i concetti di “guerra” e “pace” spogliandoli di ogni ipocrisia. La guerra viene smascherata nella sua vera essenza: non un atto di eroismo, ma un freddo “contratto” economico e di potere, siglato sulla carne viva e sul silenzio forzato degli indifesi (“sulla schiena di chi non aveva voce”). E il poeta si domanda:

“…Dove ti conduce, uomo, la tua guerra?
Il cielo, muto è il suo pianto,
non resta un’eco di preghiera o canto
tra le macerie fumiganti in terra” (Guerra, p. 47).

Sono versi con i quali Barakat dipinge un paesaggio post-apocalittico in cui l’umanità ha perso se stessa. La poesia si pone come una lapide su un mondo svuotato di ogni bellezza. Le macerie che fumano sulla terra non sono solo il risultato fisico delle bombe, ma la rappresentazione visiva di un fallimento morale assoluto, in cui persino il cielo non ha più parole, ma solo un pianto silenzioso.
Altrettanto disarmante è la visione di pace che Barakat porta sulla pagina. Rifiutando la narrazione ingenua che la vorrebbe ridurre a un semplice “sentimento”, il poeta la trasforma in uno spazio politico e umano concreto: una “sedia vuota”. Una sedia che rappresenta l’invito al dialogo che i potenti della terra continuano a rifiutare, perché sedersi a quel tavolo significherebbe rinunciare all’orgoglio e al profitto. In questi versi, la denuncia sociale si fa universale, ricordandoci che il conflitto non è una fatalità, ma una precisa scelta umana.
Particolarmente significativa, a riguardo, la poesia Gaza:

Ulivi che ricordano il cielo
anche quando il cielo si spezza.

Case diventate polvere
che ancora trattiene voci.

Un muro che non divide soltanto
ma insegna al silenzio la sua forma.

E la terra respira ferita,
ma non dimentica il suo nome.

In questa poesia Hossam Barakat abbandona la retorica della disperazione per abbracciare la forza della testimonianza e della dignità. Attraverso quattro tessere poetiche (gli ulivi, le case in polvere, il muro, la terra), l’autore dipinge un paesaggio ferito a morte ma antropologicamente vivo. Il testo  gioca costantemente sul contrasto tra l’efferatezza della distruzione (il cielo spezzato, le case ridotte in polvere) e l’indistruttibilità dell’immateriale (le voci trattenute nella polvere, il ricordo del cielo, il nome della terra). Gaza, in questi versi, non è solo un luogo geografico o un teatro di guerra, ma diventa il simbolo universale di una resistenza che risiede nella memoria, nell’identità e nel rifiuto di essere cancellati dalla storia.
Il viaggio tormentato di Hossam Barakat che spazia tra introspezioni e contraddizioni, tra le dinamiche dell’amore, tra le macerie della storia, della guerra e dei conflitti d’identità, trova nella parte finale del libro non una fuga, ma un necessario approdo di salvezza, dimostrando che la resistenza alle barbarie del mondo comincia proprio dal recupero della dimensione interiore dell’uomo.
Concludendo, Polifonia dell’Io si rivela un’opera orchestrale e sinfonica: un libro in cui le fratture dell’uomo contemporaneo vengono prima denunciate con la precisione di un chirurgo e poi ricucite con la delicatezza di un mistico. Barakat ci consegna una bussola lirica di forte intensità, ricordando al lettore che anche quando “il cielo si spezza”, l’essere umano ha il dovere di custodire il proprio nome, il proprio silenzio e la propria capacità di guardare l’Infinito.

Recensione di Polifonia dell'io di Hossam Barakat testo di Lozio
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