Mio, Suo: Nostro.

scritto da Errante
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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un vecchio testo ripescato nel ricordo di un vecchio amore finito...
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Testo: Mio, Suo: Nostro.
di Errante

“Vai da qualche parte stamattina?”
Dove dovrei andare? Ancora non hai capito che per me un posto vale l’altro?
“Da nessuna parte, dove dovrei andare?”
Tanto tutto mi ricorda lei. Anche questa parete bianca che la settimana scorsa accoglieva, indifferente, la sua ombra grigia.
“Ma si può sapere a cosa pensi? A ieri?”
A cosa penso? Penso a lei, ad un’ombra che ora non vedo e alla sua tazza da cui ora stai bevendo.
“Non penso a nulla. Niente di importante. Niente…”
Nulla. Sì: nulla, non è più nulla; la sua ombra ora non esiste e la sua tazza, quella tazza da cui beveva il suo cioccolato caldo, non è più la sua tazza. Sua? No, quella tazza non è mai stata sua: è sempre stata mia, l’ho comprata con i miei soldi, è sempre stata nella mia cucina. Anche questa sedia, questa sedia che scaldava con il suo corpo, senza lei sopra non è più quella sedia. Mio? Sua? Che differenza dovrebbe mai fare se in tutte le cose, nessuna esclusa, ha lasciato la sua ombra; un’ombra questa volta indelebile che i miei occhi non possono accogliere indifferenti.
“Quindi ieri notte non è stato niente?”
Sì, giusto: ieri notte, con te, non è stato niente. Con lei, anche se non è qui, nemmeno adesso posso dire che sia nulla. A lei vorrei essere indifferente come lo sono con te; se solo tutti questi oggetti non le corrispondessero ci riuscirei. No, balle! Non ci riuscirei: un posto vale l’altro; mi accorgo che è il suo ricordo a corrispondere a questi oggetti e non il contrario.
“Forse. Scusami, ma vado in camera.”
Ecco: avrei dovuto immaginarlo. Il quadro. Il suo quadro. Il mio quadro, me lo ha regalato, me la ricorda. No, non è possibile: mi sembra di essere prigioniero di un’infinita ragnatela tessuta dai suoi passi e temo di non riuscirmi a liberare.
Meglio uscire.
“Avevi detto che non uscivi: dove vai di bello?”
Dove vado? Non lo so!
“Esco. Faccio qualche passo.”
Ciao. Mi è sembrato di averlo sentito, non né sono sicuro: non me né importa. Sì, non mi interessa, di lei non mi interessa, ma di quella ragazza che mi sembra veder sparire dopo il settimo gradino mi importa eccome.

E tu, chissà dove sei, anima fragile…

Mi domando dove possa essere facendomi tornare in mente quella canzone di Vasco. Vasco. Il concerto di Vasco, le note di Vasco, le note di “E...”, le note della nostra canzone, le stesse note che si disperdevano nella notte mentre facevamo l’amore. Sì, con lei era amore, ma con lei, che forse mi aveva appena salutato, era stato sesso, solamente sesso. C’è una differenza che tutti conosciamo, ma la notiamo solamente quando non è amore.
Sono appena uscito dal portone e vedo un cane: non è la stessa razza di Regina, il suo cane, ma è un cane, un cane come tanti, un cane che con lei non ha nulla a che vedere. Un cane che me la ricorda. Devo tentare di non pensarci, anzi: non pensarla.
Decido di andare a prendermi un caffè. Sì! Un caffè sarebbe stato l’ideale: lei odiava il caffè, invece io lo adoro, ma adoravo anche lei. Credo che non odiasse tanto il caffè quanto la sigaretta che seguiva immediatamente dopo; quando ero con lei, per farle piacere, non fumavo, ma quando lei era con me dopo il caffè, per farmi piacere, non commentava il mio vizio. Erano i nostri taciti accordi, quelli stipulati per firmare il nostro amore, oppure era il nostro amore a far da intermediario ai nostri accordi. In ogni caso, ora capisco che in quei giorni non esisteva ne il mio ne il suo di amore, era solamente nostro. Nostro soltanto. Ora mi fa male vedere il nostro amore abbandonato nelle cose in cui è vissuto e dover, inevitabilmente, veder la differenza fra il mio ed il suo.
Arrivo a un semaforo. E’ rosso. Noto una C3. La sua C3. Incrocio il suo sguardo e abbasso gli occhi per rimanere solo con il mio amore: ora non era più nostro.
Mio, Suo: Nostro. testo di Errante
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