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Passato lo stupore per le sue prime parole, che gli riuscirono strane e sussurrate, il filo della storia procedeva veloce, e il disgusto si accumulava sempre più denso sui nostri volti, immischati in quell'abominio di orrore. Il bagliore infernale del fuoco illuminava il viso del narratore, che con ampi e plateali gesti ci aveva ormai intrappolati nell'universo della sua follia.
Improvvisamente, uno dei presenti si alzò in piedi colpito da un dolore al ventre, probabilmente in preda all'impossibilità di controllarsi, laddove coinvolto in un simile vortice di emozioni. Proprio in quel momento, il cupo bardo fulminò il povero dolente con lo sguardo, e subito riprese le redini del racconto.
Quella sera, da quelle parole, per la prima volta mi giunse alle orecchie il caso di una donna svegliata nel cuore della notte dallo sconvolgente e umano grido di un cane che, dopo essersi dimenato di fronte a quella che lei aveva creduto essere la visione dello spettro del povero marito scomparso, morì di crepacuore per aver compreso per la prima volta il destino dei mortali. "Che terribile condanna" pensai fra me e me, "una simile consapevolezza. Meglio che resti fra noi umani, ne siano invece risparmiate quelle povere bestiole degli animali".
Ma il peggio non era ancora giunto alle mie orecchie; il vecchio verme che ci aveva riunito in quella gelida sera per tempestarci del suono delle sue parole, proclamò con sconvolgente semplicità la scoperta di quel composto, quel dannato composto!, che molti dei suoi seguaci avrebbero in seguito denominato "il farmaco della perenne follia canina", poiché sui poveri cani se ne avviò la sperimentazione. Era questo un vero e proprio distillato di pazzia umana, "invenzione" neppure degna dell'ultimo posto fra le sgangherate trovate degli Ig Nobel.
Fu così che per colpa della nostra (orribile e criminosa!) associazione il morbo si diffuse rapidamente, molto rapidamente, e i poveri animali persero il privilegio di quell'idilliaca dimensione atemporale in cui erano sempre vissuti. Da quel giorno, vidi con i miei occhi il dolore della più terribile e amara presa di coscienza; lo vidi negli occhi delle tante bestiole morte suicide che calpestai per sbaglio sul mio cammino; lo vidi negli occhi di quelle che decisero di convivere con la conoscenza, e che aborrirono la procreazione per il timore di consegnare il loro stesso dolore alla progenie; lo vidi anche in quelle che, dominate da un istinto più che mai furibondo, assaltarono me, e qualunque altro essere umano capitasse a portata delle loro fauci rancorose.
E quando un giorno mi ritrovai a camminare nei pressi di una minacciosa spelonca non lontana dalla mia piccola casa di campagna, vidi da questa spuntare un orribile essere bipede e selvaggio, che nulla più aveva della bellezza di un tempo, e che mi squadrò con le peggiori intenzioni, con uno sguardo e una mente votati esclusivamente alla distruzione.
E fu così che da quel giorno compresi che non avrei più visto un animale.