La sveglia suona. Penso siano le 5.12. O le 5.14. Non ricordo a che ora l’ho puntata ieri sera. Certamente ad un’ora pari. Ma credo siano le 5.12. Ieri l’avevo puntata alle 5.14 e non è stata un granché di giornata.
Allora ho puntato la sveglia ad un’altra ora. Come a volermi assicurare una giornata nuova davvero.
Che giorno è? Credo sia martedì. Mi capita spesso, ultimamente, di non saper dire subito e velocemente che giorno sia. Forse è lunedì. Allora è il tuo compleanno.
No. Realizzo di colpo che è martedì. Il tuo compleanno era ieri. L’abbiamo già festeggiato.
Appoggio una mano sul seno sinistro per accertarmi delle condizioni di salute del mio cuore. Batte a rilento, a colpi alterni. È malmesso. O forse è solo la tachicardia del mattino, quella che mi annuncia che sono sveglia e che è ora di rimettersi in piedi.
Mi accorgo che il mio umore, appena sveglia, è neutrale. Assume le sfumature del caso solo quando ricordo come mi sono addormentata.
Vicino a me dorme l’uomo che divide il letto con me da anni. È raggomitolato. Sembra un gatto. La sua mano è sulla mia pancia. Gliela scosto e davvero mi alzo.
Faccio attenzione ad appoggiare il piede sinistro per primo. Ne va dell’andamento della mia giornata. Guai se dovessi appoggiare quello destro. Se oggi tu dovessi decidere di lasciarmi (ipotesi che considero spesso, indipendentemente da come stanno andando le cose tra noi. Sono una vittima di Cenerentola. Mi mancano solo gli stracci, le sorellastre e…il principe azzurro) non riuscirei ad accettare il fatto che tu abbia deciso di farlo il giorno in cui ho appoggiato il piede destro per primo. Piuttosto me lo amputerei. Ma questa opzione comporterebbe altri tipi di disagio.
Mentre appoggio il piede sinistro e spengo il Liga che incessante mi annuncia la nascita di altre nuove 24 ore, mi accorgo che nel letto c’è qualcun altro. In casa mia, sai dove vai a dormire ma non sai mai in quale letto ti svegli. Adoro questa cosa che i pedagogisti invece disapprovano. Ma chissenefrega delle teorie. La pratica è più divertente.
È mia figlia che dorme con la testa al posto dei piedi. Ma le sue gambe sono corte e arrivano giusto all’altezza delle ginocchia del papà. La guardo e mi incanto. Tutto ciò che non sono io, è lei. Ne sono felice perché così ho le prove che la genetica ha davvero i suoi limiti.
Le scosto i capelli e riconosco un naso perfetto e delle mani calde. Come le tue. Quelle dell’uomo che da anni amo e che non ha invece mai diviso questo letto con me. Nemmeno il mio piede sinistro, la sveglia del Liga, la mia mano sul seno che ausculta il battito cardiaco.
Da questo momento tutto è cronometrato. Ho 18 minuti per la doccia e i capelli. 8 per cercare di mascherare le prime rughe e cercare di essere almeno guardabile. 12 per avviare l’attività di una famiglia che prosegue da sola l’intera giornata.
Mentre bevo il primo di un’interminabile serie di caffè costruisco la giornata cercando di far combaciare ogni pezzo. Oggi il grande ha pattinaggio. La piccola nuoto. Gli zaini sono pronti? Credo. Forse. Mi sembra.
Ricontrollo. Preparo la merenda della piccola che si è raccomandata di non darle più da bere il succo di mela. Dice che ha paura di trovarci dentro i semi della mela. Ieri sera ridevo. È strana. Esattamente come me. Forse la genetica non ha poi così torto.
Mi siedo e penso. Trovo che la mia attività cognitiva sia l’evento più interessante a cui io mi ritrovo a partecipare. Trovo che la riunione condominiale tra la parte più razionale del mio mondo cerebrale e il mio cuore sia eccitante. Mi dispiace solo che vinca sempre e solo il mio cuore (tachicardiaco, tra l’altro).
Raccolgo me stessa, le borse che indicano una giornata lunga e pesante ed esco. Fa freddo. Ma me ne accorgo solo quando ormai sono troppo poco coperta e troppo in ritardo per risalire a casa.
Sotto mi aspetta quello che da 5 anni (5 anni, esattamente come la durata della mia relazione con te) è il mio peggior inizio di giornata. Un uomo povero in tutto. Un compagno di viaggio maleducato e scontato.
Una persona con la quale (nemmeno in seguito ad una tronca colossale )non potrei mai uscire nemmeno per bere un caffè.
Il rituale è lo stesso, da anni.
“Ciao”
“Ciao”
“Tutto bene?”
“Yes”
“Che palle è martedì. (O mercoledì, giovedì. Con il venerdì la frase invece si trasforma in “Dai che è venerdì”)
“Che freddo”
“Già”
“Cosa hai da fare oggi?”
“I soliti colloqui. Le solite lezioni”
“Anche io, che pazienza ci vuole, però!”
Sono passati esattamente due minuti di viaggio e cala il silenzio. A me non pesa. A lui forse un po’ di più.
Così accende la radio. Una radio noiosa, la peggiore che potesse scegliere. Una noia terribile. Canzoni vecchie e stantie, notizie provinciali.
Unico aspetto interessante: l’oroscopo. E qui il mio pensiero torna a te.
Oggi danno lo scorpione fortunato in amore. È una congiura. Secondo me lo fanno tutti apposta. Secondo me lo sanno che ho una relazione particolare con uno scorpione.
Il mio segno, invece, non è fortunato in niente: né amore, né lavoro, né fortuna. Mica male, penso.
Mi rituffo nuovamente nei pensieri che vengono lasciati tranquilli da un sottofondo di radio noioso e da un vicino silenzioso e pure lui pensieroso.
E se gli oroscopi avessero ragione? Se davvero lo scorpione fosse felice in amore perché sta vivendo realmente un altro grande amore?
Sento la tachicardia aumentare. Un po’ mi si raffreddano anche i piedi.
Cerco di razionalizzare, provo ad entrare in contatto con la parte razionale di me che però, forse, dorme ancora.
“Non hai tempo per altre donne”, mi dico. “E poi me lo diresti”.
Perché me lo diresti, vero? Ma come fai a dirmi che ti sei innamorato di un’altra? Ti capisco. Nemmeno io, al tuo posto, troverei le parole giuste per dirlo a me.
“Stai calma”, mi ripeto. È di nuovo partito il film che da 5 anni imperversa costantemente sugli schermi cinematografici della mia vita.
Devo essere coerente. Ma come si fa a diventare coerenti? Tu che sei un coach, spiegami come si fa a diventare coerenti? Perché io, da sola, non so farlo.
Arriviamo. Sono le 6.56 e tutto intorno è triste. La zona dove lavoro è superficiale, come le persone che la circondano. Sono vittima dell’ambiente che mi circonda.
Salgo in ufficio e mentre aspetto che il computer si avvii, penso. Quando si accende controllo subito la posta. Controllo anche lo spam (non si sa mai…) e spero che, non so, tu abbia avuto un’illuminazione, un barlume di voglia, di tempo, di iniziativa, e mi abbia scritto. Credo resterà sempre il mio più grande desiderio.
Ancora più che fare l’amore con te in un letto per tutta la notte (beh, no, dai, non così grande. Ma certamente una tua mail sarebbe il mio secondo grande desiderio).
Appoggio il telefono sul lato sinistro della mia scrivania. È sulla vibrazione. Se chiami, lo sento subito perché vibra davvero tutto. Le penne, i fogli, la tastiera. Ma chiamerai? Mah. Forse oggi sì. Le mie statistiche indicano che ci sono buone possibilità, oggi.
Mentre entro in contatto con la realtà che dovrò affrontare da qui a qualche mezz’ora, mi sconsolo costatando che oggi vedrò solo persone che non vorrei vedere. Immagino come sarebbe averti come vicino di scrivania. Immagino la gioia che proverei a sentirti fisicamente vicino. A compiere con te tutte quelle micro operazioni quotidiane forse banali ma per noi nuove e dico che sì, sarebbe bello.
Ma poi penso anche a tutto ciò che mi farebbe anche stare meno bene. Il controllo della tua posta, il vederti alzare, uscire dall’aula per rispondere al telefono. Operazioni normali, certo. Ma che per me rappresenterebbero un carico emotivo difficile da gestire. Perché il confine tra il fidarsi e il non riuscire a farlo è labile e sottile.
Mi fido? Sì. Devo per forza farlo. Nonostante tu non sia innamorato di me (così come lo sono io…) e non mi abbia mai detto che posso farlo. La libertà di fidarmi me la sono presa da sola. Tu mi hai semplicemente fatto capire che faccio bene.
Elena diceva sempre che faccio fatica a fidarmi di te perché la fama di “donnaiolo” è l’etichetta che porti appiccicata alla fronte. Ricordo che le avevo mostrato una tua foto e che mi aveva detto, guardandoti, “E tu ti tormenti per un uomo che ha scritto in faccia che AMA le donne?”.
Avevo cercato di ricontestualizzare le cose. Intanto che faccia hanno gli uomini che amano le donne? Stavamo guardando la stessa foto, lo stesso viso. Ma per entrambe la stessa cosa evocava decisamente cose diverse.
A lei semplicemente il viso di un uomo molto amante delle donne, a me invece il viso ed i tratti dell’uomo che ha radicalmente cambiato, assestato, reindirizzato la mia vita.
Ho deciso di fidarmi perché non ho alternative. Perché so che sei una persona “a modo”, perché in fondo so di essere una “extra-compagna” che ti sta dando molto. Ma sono solo supposizioni mie.
Arrivano le 8. E poi le 8.02. La gente inizia ad arrivare. I corridoi si riempiono di visi annoiati, infreddoliti. Qualcuno sorride. Altri invece sono contrariati. Rientro in aula e il telefono vibra.
“Chiamata in arrivo: privato”.
Privato: la mia parola preferita. Da 5 anni è la mia parola preferita. Mi stai chiamando. All’inizio ho fatto fatica ad accettare che mi chiamassi così. Che non avrei mai letto sul display il tuo nome. Poi mi sono abituata e, anzi, oggi mi piace. Privato indica che nel momento esatto in cui mi stai chiamando si sta avviando una comunicazione privata. Dove rientriamo solo tu ed io.
I minuti sono pochi. Scendo di corsa le scale perché su non c’è intimità. Fuori fa freddo e cammino avanti ed indietro. Chissà cosa pensano gli operai della zona industriale, da 5 anni a questa parte, vedendomi camminare e parlare al telefono?
A volte mi hanno vista anche piangere. A volte ridere. A volte solo ascoltare.
4 minuti di telefonata. 240 secondi. Il tempo che si impiega a:
- prendersi un caffè al distributore
- lavarsi le mani
- salutare un collega (e chiedergli anche “Come va?”)
- scendere 2 piani di scale
- lavare 2 piatti e 2 posate (forse anche 2 bicchieri…)
Si riescono a fare un sacco di cose in 4 minuti. Noi oggi ci siamo raccontati la vita di ieri in 4 minuti.
Siamo diventati bravi. Brevi e concisi.
Ma l’amore è breve e conciso? Dentro qualcosa si muove (ma forse è l’effetto del secondo caffè…) e mentre ti saluto e attacco provo fisicamente la sensazione di doverti dire altro. Perché i 4 minuti non hanno incluso l’amore.
Ma poi, l’amore deve essere incluso, sempre e comunque, all’interno di una telefonata? Forse. Mi piacerebbe. Sì, mi piacerebbe tanto.
Mi guardo intorno e ti scrivo un messaggio. È il mio rituale. Lo faccio sempre. Dopo io devo scriverti quello che di privato mi è rimasto dentro. Quello che non ho avuto il tempo, il coraggio, il modo di dirti.
Da questo momento in avanti litigherò spesso con il mio telefono. Così lo nascondo. Apro l’armadio del corridoio (il numero 8, ho dovuto litigare con il segretario per avere un numero pari…non avrei potuto avere un armadio con il numero 9), tolgo il silenzioso altrimenti non lo sento, lo posiziono per bene (vicino ad un cioccolatino a forma di cuore che parla dello scorpione che forse è anche scaduto…) ed inizio a lavorare.
Ogni tanto tendo l’orecchio ma non sento nessuna suoneria conosciuta. Mi ri-immergo nel lavoro. Ascolto pezzi di vita altrui e ogni tanto lascio invece che siano i miei di pensieri che prendano il sopravvento. Immagino spesso di fare l’amore con te, ultimamente. Non è solo la risposta ad una concreta mancanza. È il modo in cui io misuro il tuo sentimento nei miei confronti. È l’atto in cui io ti sento. È la mia comunicazione non verbale preferita con te.
Mi piace proprio tutto. Non solo il sesso in sé. Mi piace l’atmosfera che c’è prima, mi piace il tuo modo diretto di iniziare, mi piace quello che mi dici durante, mi piace l’attimo esatto in cui sento che il tuo piacere cresce e mi stringi forte la mano. Quella stretta, che forse a te invece non comunica nulla di particolare, per me è la misura della passione che ci lega.
Che non è solo passione. È stima, collaborazione, ascolto, condivisione.
Mentre il colloquio finisce, sento il mio telefono. E mi accorgo che cambio viso. Cerco le chiavi per riaprire l’armadio ma naturalmente non le trovo. Così rovisto nella borsa, sulla scrivania, in cucina, ma non le trovo e sono curiosa di vedere chi mi ha scritto.
Alla fine mi ricordo che le ho lasciate in bagno…
Le raccolgo e mi dirigo verso l’armadio. Ma mi bloccano. È il capo. Ha bisogno di parlarmi. Andiamo in cucina e mi intrattiene per quasi un’ora. Un’ora passata a pensare al telefono (mi sta bene, così la prossima volta imparo a tenerlo vicino invece che ricorrere a questi espedienti da adolescente…).
Dopo il capo ho di nuovo un colloquio. Sarà lungo e faticoso.
È mezzogiorno e finalmente riesco ad aprire l’armadio. Allungo la mano sul ripiano dove è appoggiato il mio piccolo ponte che mi unisce a te e guardo.
È arrivato un messaggio da mia mamma.
Riguardo.
Il display non mente “SMS in arrivo da Mamma cel”. Povera mamma. Se sapesse, in questo momento, come mi sento si sentirebbe così in colpa e non oserebbe scrivermi più.
Non c’è traccia di te. Controllo meglio ma no. Tu non hai risposto.
Il pomeriggio è lungo e affollato. Il mio telefono nuovamente chiuso nell’armadio. Forse mi chiami a mezzogiorno. Forse solo stasera. Forse domani.
A volte ho la sensazione di complicarmi da sola un processo che invece è di per sé semplice e naturale. Se voglio sentirti devo solo chiamare. Ma spesso non oso. Ho sempre qualche dubbio. Magari ti disturbo.
Magari sei preso. Magari.
Mi piacerebbe tanto vedere il tuo viso quando ricevi un mio messaggio o quando ti chiamo. Mi piacerebbe vedere con che sguardo leggi il mio nome. Ma soprattutto con che stato d’animo. Mi piacerebbe vedere con che nome mi hai registrato sul tuo telefono. Con il mio, immagino. Mica sei contorto come me.
Rientro a casa e nuovamente il pezzo di vita che ho lasciato qui questa mattina, mi riaccoglie.
Il grande deve farsi correggere inglese. La piccola deve leggere “Cicciabombo diventa pirata” (io prima o poi protesterò visibilmente contro la scelta dei libri di testo alle elementari…), domani sera sono in aula e devo stampare un sacco di fogli.
Mi lascio riassorbire dagli eventi, parlo e faccio anche finta di cucinare mentre il mio pensiero più vivo rimane indirizzato a te. Avrai già finito? Starai ancora lavorando?
Il display si illumina: “Chiamata in arrivo: privato”. Eccoti.
Solo non posso rispondere. Troppa gente intorno e nessuna capacità da parte mia di fare finta tu sia chiunque.
Ho aspettato tutto il giorno di vederti apparire sul telefono e quando questo si avvera io non posso rispondere. Tempismo crudele. La prossima volta che ci sentiremo ti proporrò di costruirci un universo parallelo, dove tutto è possibile e dove tu potresti finalmente capire con che donna hai deciso di iniziare l’altra tua vita.
Quando ormai la casa tace perché tutti dormono (il grande nel suo letto, la piccola nel mio e l’uomo che divide la sua vita di tutti i giorni con la mia, sul divano) mi dedico l’ultimo pezzo di giornata.
È quello che preferisco. Quello in cui faccio i conti di ciò che è successo. Programmo il domani (frasi comprese) e ti penso. Ma ti penso con calma. Senza la frenesia tipica del giorno. Penso che sono stata fortunata a conoscerti. Penso che sono lusingata tu mi abbia in qualche modo “pescata”. Sono onorata che un uomo come te abbia ancora, dopo tanti anni, la costanza e la pazienza di volermi bene.
Punto la sveglia per il giorno dopo. Domani sarà mercoledì. Bilancio di oggi: 0 a 0. Né vinti né vincitori. Poteva andare meglio ma potevi anche lasciarmi. Non è successo. Merito tuo, certo. Ma merito anche del mio piede sinistro.
Domani la sveglia suonerà alle 5.14.
Il mio piede sinistro testo di parlodime