La Vecchia Che Guardava La Luna

scritto da vyperetta
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Spesso si pensa agli autori come a colossali acrobati dell’invenzione. Certo, larga parte della letteratura è frutto di iniezioni di falsità nelle vene del reale, perché non ci si potrebbe appassionare tanto a un qualsiasi testo senza esagerare.
- Nota dell'autore vyperetta

Testo: La Vecchia Che Guardava La Luna
di vyperetta

Premessa: nulla impedisce però a chi scrive di riversare nei testi la parte più autentica di sé, anzi, spesso è impossibile sfuggire alla regola. Che alcuni presentano in prima persona. «È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. È sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo» dice Ian McEwan nel finale di Espiazione.
Sia esso gioco, dramma, poesia, tragedia o esercizio scolastico, la fuga è proibita. L’animo di chi sta inscenando il racconto lo impedisce. Perché anche il tempo è un’arrogante bugia, e rivela gli errori di valutazione ogni volta che si esce dalle rigide coordinate che ci si è imposti.

La Vecchia Che Guardava La Luna

Goccia a goccia, la paura assorbiva la sua volontà. Il suo corpo, scosso dal terrore, sudava freddo.
Era buio; mentre camminava con passi lenti e sicuri, Gabriele non aveva alcun timore. Da quando era giunto al villaggio, non era ancora riuscito a capacitarsi di come gli abitanti si nutrissero di una miriade di piccole superstizioni. Gli dicevano di usare prudenza, che fare lo spavaldo non serviva a niente. «Lei una matta? Fandonie» pensava, e proseguiva tranquillo, nella luce albina della luna.
Tuttavia, sapeva bene a cosa andava incontro: gli occhi gli brillavano per la commozione, doveva augurarsi che non fossero già allagati una volta a destinazione.
Eccola, lei. Ogni sera, da più di settant’anni, lo stesso rituale, che sembrava senza fine, immutabile. Seduta sulla panca del suo giardino, come stregata, fissava la luna con devozione sconvolgente: la guardava e taceva, quasi impegnata a dialogarvi in un lingua sconosciuta. Forse le consegnava i pensieri che agli uomini non poteva confessare, o che non erano in grado di capire. Forse aveva con lei un dialogo privilegiato fatto di risposte silenziose, mentre i suoi occhi brillavano della stessa luce che la confortava, prigioniera di un corpo secco e inadeguato.
A detta di molti era solo svitata, ma non incontravano mai il suo sguardo, vedevano solo ciò che era gli dato di vedere.
Gabriele sapeva che anche a lui questo era negato, intuiva che l’abisso che la separava da tutti non sarebbe mai stato colmato, ma era disposto ad entrare nelle sue profondità per riportare alla luce una dignità oscurata, costretta a muoversi fra le dicerie come un’ombra.
Era quasi del tutto trascorsa l’ora in cui ella compiva il suo rituale.
Il ragazzo arrivò in tempo per scavalcare il recinto che lo separava dal giardino in cui la donna custodiva il suo segreto. Dopo aver tentato invano di rubarlo al suo sguardo, si fece coraggio e la salutò timidamente. Ma lei guardava e taceva. Allora si sedette lì accanto, e in quell’attesa scandita da respiri sottili aspettò che se accorgesse della sua presenza. Le tese una mano, un pensiero, arrivò a piangere sommessamente. Finché la vecchia si volse verso il giovane chino sul suo dispiacere. Lui sollevò il capo; fissò prima le mani rugose mollemente adagiate sulle gambe, poi notò la sfumatura argentea della pelle illuminata di sbieco che le scuriva anche i capelli canuti, infine affondò gli occhi negli occhi di lei.
La donna inumidì le labbra e deglutì, ma prima di aver detto una sola parola osservò Gabriele per un lungo, interminabile attimo. E si velò di un’ombra di cupidigia. Goccia a goccia, lei assorbiva la sua volontà. Il suo corpo, scosso dal terrore, sudava freddo. Il ragazzo sentì la paura inzuppargli la mente e pervaderlo, gonfiarsi in un unico gelido respiro. Finché si spense.

Il tempo di ridestarsi dal torpore e Gabriele rammentò della vecchia, della luna, del giardino. Delle lacrime. Era disteso sull’erba e la donna scomparsa, come dissolta nel nulla. Solo la luna illuminava il suo volto. Doveva essere stato per forza un sogno: niente era davvero accaduto. Stava sognando, non c’era altra spiegazione. Eppure era proprio vicino alla panca su cui lei sedeva, tra i fiori di quel giardino, sotto lo stesso splendido, enigmatico plenilunio. Poteva aver camminato nel sonno: casa sua, infatti, era a due minuti di distanza, aveva la porta aperta – come spesso, del resto. Ma perché poi darsi pena? Lui era di passaggio, sarebbe partito entro poche settimane, e il villaggio l’avrebbe dimenticato alla svelta, come si scordano gli anni di magro raccolto.
Egli, invece, non poteva dimenticare: con un sorriso che ricambiai con piacere, si voltò verso quella luna beffarda quasi a volermi affidare un biglietto d’addio prima di partire. “Per dove?”, mi chiese la vecchia; ma non conoscevo la risposta. Lo osservammo allontanarsi finché sparì all’orizzonte.

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Excipit: quante volte, nella malinconia o nello sconforto, l’atto creativo è la vera salvezza? È soffrendo che si trasforma l’oro in fango, il dolore in un vantaggio, la fiaba o la leggenda in un capitolo di storia. Una composizione personale apre la finestra su un mondo di domande e intimità: uno dei cardini dell’esistenza. Jaspers l’avrebbe chiamata indagine sul limite. «Nelle cose minute, negli esercizi “dentro e fuori di noi”, cioè nelle situazioni-limite, un impulso fondamentale ci spinge a trovare nei racconti il cammino che porta all’essere».
Perché siamo ciò che scriviamo. Anche in mezzo agli striscioni, ai titoli casuali e gli schiamazzi, alle costine che sbandierano un campione di vendite, alle rovine dei poeti che nessuno ricorda, ai turisti della cultura, che visitano il pensiero come fosse un paesaggio da gita domenicale, con le digitali, le salsicce e gli indumenti sudati. Siamo un breve scarabocchio su un angolo di carta, sul lembo di un tovagliolo strappato; siamo ciò che è scritto e consegnato per sempre a qualcuno in mezzo a grida, spintoni, abbracci e difficoltà che non riescono a fermare il misterioso potere della conoscenza.
La Vecchia Che Guardava La Luna testo di vyperetta
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