A chi mi ha donato il cuore

scritto da Anna_Lisa
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Autore del testo Anna_Lisa

Testo: A chi mi ha donato il cuore
di Anna_Lisa

Giugno, sono le 7.00 di mattina e non riesco a dormire, vengo attirata dalle risate dei bimbi di fronte casa, giocano allegri e spensierati, li guardo dalla finestra aperta della cucina. Il cielo terso, l'aria è fresca con un forte profumo dolce e persistente del glicine. Amo questa pianta e la sua capacità di crescere ovunque, il colore dei fiori dalle varie tonalità del lilla, viola e che toccano le sfumature del porpora. Un ombrello di fiori fragranti.
Preparo il caffè, anche se penso a come sarebbe bello uscire e fare colazione fuori con brioches al miele e cappuccino con cannella come ero abituata a fare, per me una coccola mattutina. Ma da un po' di tempo a questa parte cerco di uscire il meno possibile se non per urgenze. Metto su il caffè e inizio a camminare nervosamente tra la cucina e il salone, mi guardo i piedi nudi e penso all'anno prima quando tutto era diverso, quando sotto ai piedi non vedevo la mattonella grigia della cucina, ma la spiaggia dorata e calda del mare.
Squilla il telefono.
Ecco penso, ci siamo, tra pochi secondi saprò la verità.
"Pronto?"
"Buongiorno, sono la dottoressa Gilbert, vorrei parlare con Emma"
"Buongiorno dottoressa, sono io"
Intanto dal piano di sopra arrivano mio padre e mia madre.
"Come ti senti Emma?"
"Dottoressa, mi scuso ma sono nervosa e vorrei sapere quanto prima gli esiti"
"Certo Emma, lo capisco".
"Facciamo così, passa nel mio studio anche ora e ne parliamo a voce".
"Va bene, grazie".
Attaccai il telefono, non avevo il coraggio di guardare i mie genitori negli occhi, mia mamma aveva quello sguardo, implorava di sollevarla da quello strazio.
Dissi solamente "dobbiamo andare da lei" e sapevo che non era nulla di buono.
Lasciai mamma e papà tra la cucina e il salone, io andai su a vestirmi e li vidi riflessi nello specchio vicino alle scale che si abbracciavano.
Anche loro sapevano che non sarebbe stato nulla di buono.
Presi i jeans sul letto, la t-shirt azzurra con i bordi rossi, l'avevo indossata per l'ultimo estenuante esame all'università e mi aveva portato fortuna, così mi piaceva pensare, anche se io alla fortuna o sfortuna non ho mai creduto, ma ho pensato che tanto male non poteva fare.
Raggiunsi i miei e uscimmo.
Aprì la porta di casa e i raggi del sole entrarono impetuosi nel salone, di nuovo il glicine, il suo profumo, i bimbi che giocavano e la voce della madre per farli rientrare in casa, la signora che portava a spasso il cane, Quella rountine vista e rivista ogni mattina mi fece sorridere con un po' di amarezza. Salì in auto e guardando fuori dal finestrino ad un tratto la bambina di fronte casa, Alice, si fermò e con la sua piccola e paffuta manina mi salutò sorridendomi.
Parcheggiammo sotto l'ombra di un grosso albero. Stavamo per entrare nello studio, quando mio padre, si avvicina e mi dice "andrà tutto bene, vedrai, noi siamo qui".
Ci dicono di attendere il nostro turno, aspetto con impazienza, a questo punto voglio solo sapere.
Quante persone pensai. La chiamano sala di attesa, dove aspetti una bella o brutta notiza, cambia solo l'animo con cui speri e da quel momento tutto cambia nel bene e nel male in un giorno come questo, di giugno a 23 anni dove i pensieri dovrebbero essere altri e le ansie pure.
Ci chiamano, tocca a noi. La dottoressa Gilber ci saluta, ci accenna ad entrare, lei si alza gira attorno alla scrivania e ci viene incontro. Ci accomodiamo sul piccolo divano di stoffa verde chiaro. Prende la sedia di fronte la scrivania e si posiziona davanti a me. Coda di cavallo, occhialini leggeri tondi. Sapeva come parlare alle persone, ma non in modo banale o gentile, lei in quelle parole c'era. Le fissai le labbra intensamente come mai avevo fatto prima. Ero in cura da lei da circa sei mesi. Mi guardò, si chinò sulla sedia per avvicinarsi a me quasi volesse prendermi le mani, e secondo me lo avrebbe fatto se non fosse per la sua professionalità. Iniziò a parlare e io iniziai a perderla, vagavo con la mente, non stavo ascoltando una parola. Il vuoto totale, Come un fulmine, ritornai in quello studio e su quel divano di stoffa alla parola trapianto. Ammiccai più volte gli occhi ripetendo nella mia mente la parola tra- pianto, cosa vuol dire? tra un pianto e un altro aspettando il mio nuovo cuore? e chi mi avrebbe donato il suo cuore terminando così la sua esistenza? e poi, è vero che i sentimenti provati dal donatore poi sarebbero stati anche i miei, che mi avrebbero influenzato nel corso della vita?. Che strazio pensai.
La dottoressa Gilber mi chiamò più volte così come i miei gentori, cercando di riportarmi sulla terra."Emma? Emma ci sei?"
"Voglio tornare a casa" risposi
I miei gentori salutarono la dottoressa dicendole che l'avrebbero contattata nei prossimi giorni.
Salimmo in auto in silenzio e sempre nello stesso assordante silenzio arrivammo sul vialetto di casa. Scesi e andai di corsa in camera.
"Quindi il mio cuore non funziona più? cos'è a 23 anni hai deciso che sei stanco?" la prossima telefonata sarebbe stata quella del centro trapianti di Losanna. Distesa sul letto, chiusi gli occhi e piano piano mi addormentai sfinita dai pensieri, dalle lacrime e dalla stanchezza.
Da quel giorno iniziai a sognare, una notte dopo l’altra, un drammatico incidente d’auto, proprio come se fosse capitato a me. Scoprì solo poi che a trovare la morte tra le lamiere di quell’incubo ricorrente era stata una giovane ragazza della mia età, seppi il nome solo perchè in ospedale due infermiere ne stavano parlando.
Chiamarono a casa dal centro trapianti e parlarono con mia madre. Al telefono la vidi commossa e sollevata in parte.
Può una vita confluire in un’altra seguendo i battiti del cuore? Può quel pezzo di carne portare con sé la leggerezza dei ricordi? i medici direbbero di no.
il trapianto ha marchiato il mio corpo e sconvolto la mia vita, la riabilitazione è stata lunghissima, ho dovuto imparare di nuovo a mangiare, camminare, parlare. Ma alla fine ce l’avevo fatta, stavo meglio. E non ero più la stessa. Potevo correre, nuotare, fare le scale su è giù di corsa.
Iniziai a scrivere di me su internet, in un blog che ho chiamato "A chi mi ha donato il cuore", cominciai a fare ricerche, studiando la teoria della «memoria cellulare», secondo la quale non solo il cervello ma tutto il corpo racchiude informazioni sulla vita della persona, perchè il trapianto non può essere mai ridotto a una questione meccanica. E' così che la madre di Anita viene
a conoscenza che il cuore di sua figlia batte dentro di me.
Mi scrive, all'inizio in modo anonimo e vago senza fare mai riferimento di chi fosse, poi si fece coraggio.
Un anno dopo il trapianto, le cose stavano iniziando ad andare meglio. Mi sentivo più energica, felice e soprattutto serena.
Mentre discutevo con mio padre di chi avrebbe pagato il gelato, suonarono il campanello della porta e andai ad aprire. Una donna sulla cinquantina, visibilmente segnata, mi sorrise leggermente, indossava dei grandi occhiali da sole. Vedendomi scoppiò in un pianto disperato.
In quel momento capì. Entrammo in casa e restò con noi per almeno tre ore, parlando di Anita, mi mostrò alcune sue foto. Le piaceva andare a cavallo, dipingere e praticava diversi sport. Mi chiese di potermi prendere la mano e la accontentai, non sapevo se fosse giusto sia per me che per lei questo nostro incontro, ma sentivo che aveva fatto bene ad entrambe. Ci salutammo.
Quella stessa notte, distesa sul letto mi addormentai con la mano sul cuore. Chiudendo gli occhi pensai ad Anita, alla sua breve ma intensa vita e al grande dono che porterò sempre con me e in questo vivrà anche lei.




A chi mi ha donato il cuore testo di Anna_Lisa
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