Morire nel sonno

scritto da Swann
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Autore del testo Swann

Testo: Morire nel sonno
di Swann

Capitava che nei fine settimana mia madre portasse me e mia sorella a casa di nostra nonna, che ogni volta ci riceveva con un tale sorriso e profusione di affetto e di “datemi gli zainetti”, “su, su entrate a casa”, “dai che mica vi abbandona la mamma, la sentite dopo al telefono”, da farmi dimenticare i salti di gioia e il respiro di sollievo che io ero convinto dovesse fare mia madre non appena le si chiudeva il cancello dietro le spalle ed era finalmente libera dalla sua “croce”, questo è il termine scopertamente alludente a me e mia sorella che usò durante una conversazione con il macellaio, che mentre tagliava le fette di carne volute da lei mi guardò con una simile aria di rimprovero da farmi temere che tra non molto sarei potuto finire io sotto la sua lama, carne da macello in cui è infilzato il cartellino del prezzo al kg.

Mia sorella era più piccola, e se per questo i miei genitori le concentravano maggiori attenzioni e amore rispetto a me, che ero prevalentemente ignorato da loro, mia nonna per lo stesso motivo provava un’antipatia per quell’ingestibile esserino smoccioloso che sbatteva la testa sugli spigoli, sul pavimento, sulle scale, che la senilità non aveva in alcun modo alleviato, ma al contrario reso solo più intollerabile.

Ho detto casa di nostra nonna, anche se sarebbe stato più corretto dire casa dei nostri nonni, ma in quel momento mio nonno era già una degente ombra di se stesso uniforme al letto su cui giaceva per la rilevanza del tempo, per cui ad alitare vita era solo mia nonna.

La casa era una villetta a schiera in cui si entrava tramite uno stretto cancello verde, superato il quale un lungo ammattonato che d’estate assorbiva tutto il caldo dell’inferno finiva davanti ad una porta vetrata, tragitto quasi mai esente dai pericoli di palle e palline che, a chi lo percorreva puntando dritto verso la porta, potevano mettersi sotto la suola e spedirlo in prognosi riservata.

Al lato di questo infelice viale d’accesso, c’era un giardino con vari alberi e un’altalena sgangherata che non sosteneva più il mio peso, e su cui perciò poteva salire solo mia sorella.

Che pena vederla mentre si dava la spinta con quelle gambette che se fossi stato una zanzara avrei succhiato di tutto il loro sangue! Che dolore vederla sorridente mentre oscillava verso l’alto con le mani strette alla catena per paura di essere fiondata in cielo! Ma che appagamento quando i suoi piedi toccavano terra e tornavano ad essere le lancette delle sei, dopo essere state per un attimo quelle del mezzogiorno!

Dietro la porta vetrata c’era una specie di pre-entrata dov’era collocata la casetta degli attrezzi, in cui sporadicamente entravo per sentirmi circondato da tutti quegli oggetti che collaudavano, segavano, riparavano, e ne uscivo fiducioso, finché ci saranno questi oggetti, mi dicevo, il mondo non può andare a catafascio.

Il portone d’entrata invece era massiccio e inespugnabile come la porta di un caveau e aveva un pomello d’oro perennemente lucido.

Le prime cose che si ergevano ai miei occhi erano i giganteschi armadi in cui qualche volta mi infilavo per respirare l’odore stantio dei cappotti invernali che ormai avevano stabilito fissa dimora là dentro perché né mia nonna, né tantomeno mio nonno, uscivano più come una volta, oppure per prendere, sulla mensola più alta, un basco colorato di lana intrecciata con cui, senza dire niente, come se non ce l’avessi, mi presentavo all’ora di pranzo, al che mia nonna, con un tono a metà tra lo scherzoso e lo stizzito, commentava quel mio sghiribizzo dicendo: “Dai toglietelo, non è educato mangiare con il cappello”.

Io acconsentivo, anche perché quella lattante di mia sorella continuava ad indicarmi e cantilenare, con il muso sporco di sugo, “Hai un cappello da donna, hai un cappello da donna, ah! Ah!”, ma negli occhi di mia nonna leggevo una certa nostalgia per il periodo in cui quel cappello aveva coronato i suoi capelli corvini, acconciati secondo la moda degli anni sessanta, quando suo marito non era ancora un malato, e lei era ancora una moglie, e non un infermiera.

La casa era distribuita su due piani, e quello con cui avevo più familiarità era senza dubbio il secondo, perché era quello in cui stavano le due stanze che mia nonna, quando le giungeva notizia che avremmo passato un weekend da lei, preparava per i suoi nipoti.

Io di solito occupavo, o meglio vincevo la stanza più grande, quella con la tv e un letto su cui potevo girarmi liberamente senza la paura di cadere (come più volte mi succedeva sul letto di casa mia), perché mia nonna sorteggiava a chi dovessero andare le due stanze con “amba-ra-ba-ci-ccì-co-ccò”.

Ma io ormai mi ero persuaso che il gioco fosse pilotato per farmi vincere, perché ogni singola volta che sembrava che l’ultima sillaba dovesse cadere su mia sorella, sorprendentemente, mia nonna accelerava o rallentava la scansione di essa in modo tale che il suo dito eleggesse me occupante della stanza grande.

Mia sorella ovviamente non si accorgeva del tranello che si consumava alle sue spalle, e si limitava a sbuffare e mugugnare in preda ad un pianto trattenuto “Sempre te vai nella stanza grande, non è giusto, non è giusto, io non ci vado mai, mai!”, ma bastava che mia nonna la corrompesse dicendo che avrebbe potuto guardare per un pò la tv del piano di sotto dopo cena, per farla calmare.

La parte che più mi piaceva di quei soggiorni era sicuramente la sera, quando salivo al piano di sopra e aprivo lo zaino in cui mia madre aveva messo un pigiama, che non era il pigiama che usavo a casa mia, delle ciabatte, che non erano le ciabatte con cui mi trascinavo a casa mia, e altre moltissime cose inutili che non mi sono mai servite come il pacchetto di fazzoletti, il filo interdentale, i calzini e le mutande di scorta.

Quando indossavo quel pigiama, quando infilavo quelle ciabatte, sapevo che il letto su cui poco dopo mi sarei steso non poteva assolutamente essere il mio, ma quello di mia nonna, perché quel pigiama e quelle ciabatte esistevano solo a casa sua.

Una volta mia madre si scordò di mettere nell’equipaggiamento l’importantissimo spazzolino, e quando entrai in bagno per lavarmi i denti, vidi accanto al lavandino, prima sotto forma di miraggio poi come un’immagine veritiera, uno spazzolino ancora dentro la confezione: com’era possibile? Mia nonna aveva frugato senza dirmelo nel mio zaino? No, non era il tipo da indiscrezioni del genere, e allora cosa? Forse, quando me l’aveva tolto dalle spalle davanti al cancello, aveva notato un sensibilissimo alleggerimento che io e mia madre ignoravamo, e l’aveva subito attribuito all’assenza dello spazzolino? Non trovavo una risposta logica, condivisibile.

Però il fatto di avere un oggetto di proprietà all’infuori di casa mia, mi mandava su di giri.

La notte, dentro quel letto troppo vasto per il mio corpicino, che cercava disperatamente di allungarsi per ridurre al minimo gli spazi in cui potevano materializzarsi mani amputate che mi ghermivano i piedi per farmi sprofondare nel buco nero in cui ogni grido di aiuto rivolto a mia nonna (che intanto dormiva beatamente, senza neanche il più vago sospetto che suo nipote stesse roteando infinitamente nella galassie, sbattendo la testa sui pianeti che incrociava) veniva neutralizzato dagli anni luce al ritmo dei quali viaggiavo, poteva essere inquietante.

C’era un minuto, un minuto esatto, che magari non era sempre lo stesso, ma nella mia mente si, in cui cominciavo a sentire degli scricchiolii, dei rumori che si insinuavano nelle mie orecchie come formichine solleticanti, cui seguivano dei suoni più netti, come di chi voglia far sapere agli abitatori della casa scassinata che i loro sistemi di sicurezza non valgono un accidente ed ora la casa è nelle sue mani, e in quel minuto la mia mente smetteva di macinare sonno, e i miei occhi si aprivano, come sotto l’impulso di una scarica di terrore, e mi alzavo per prendere il capo di quel filo e seguirlo, fino a che non mi sarei trovato faccia a faccia con colui che ne teneva l’altro capo: il ladro, che stava sicuramente mangiando i miei biscotti preferiti come un babbo criminale.

Tastando ciecamente le pareti, arrivavo senza volerlo nella stanza in cui riposava mia sorella: era tutto buio, ma il pallore della sua faccia risaltava così tanto da sembrare che fosse rischiarato da un lume.

La fissavo, dormiva come un angioletto, con le mani giunte sotto la guancia, e alternativamente il petto si alzava e si abbassava.

Che sogni stava facendo? E se fosse morta nel sonno? Il petto si muoveva sotto lo stantuffo del respiro, ma se la morte avesse già agito e lei continuasse a respirare solo per inerzia? Morire nel sonno, comunque, era per me il modo più dolce con cui dipartire: sgusci via dal tuo corpo senza beceri dolori, stupidi infarti (la mano al cuore, il fiato boccheggiante che cerca l’aria ma non la trova, la caduta all’indietro: al cestino questa sceneggiata) e, soprattuto, senza l’abominevole consapevolezza di star morendo.

Prima di lasciare mia sorella, ne guardavo a fondo il viso angelico per stamparmelo nella memoria, nel caso in cui fosse stata l’ultima volta che mi era dato contemplarla da viva.

Ovviamente, quando raggiungevo i piedi delle scale, mi accorgevo che il ladro altro non era che mia nonna, la quale, ogni notte, alla stessa ora, scendeva dal suo letto, si avvolgeva in una vestaglia e entrava nella stanza di mio nonno (odore di medicinali, garze e falconi dentro un armadietto), per fargli la puntura di rito.

“Che ci fai sveglio?” Mi diceva con una curiosità in cui era implicita la condanna per aver infranto la legge emanata da mia madre che mi proibiva di stare sveglio oltre le dieci.

“Ho paura di morire nel sonno” risposi una volta con voce tremolante.

Considero tutt’ora la morte nel sonno il modo più auspicabile con cui morire, anche se non l’avrei auspicato a mio nonno perché non gli avrei auspicato di morire in generale, mio nonno che perì nel sonno.

Morire nel sonno testo di Swann
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