Emma e Ilaria

scritto da Non Sono Una Signora
Scritto 5 mesi fa • Pubblicato 5 mesi fa • Revisionato 5 mesi fa
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Due ragazze così diverse, una un film in bianco e nero, l'altra una tavolozza piena di colori e vivacità. Le loro personalità contrastanti, le distruggeranno, i renderanno più forti? Ebbene, sta a voi scoprirlo
- Nota dell'autore Non Sono Una Signora

Testo: Emma e Ilaria
di Non Sono Una Signora

Quando si nasce con delle emozioni, nessuno potrà mai veramente cambiarle. È come se nella nostra testa prevalessero dei colori, che poi si collegano a delle emozioni, giallo per la gioia, blu per la tristezza e così via. Anche se poi noi provassimo a cambiarli, andremmo soltanto ad incastrarli in un modo più stretto, che in alcuni casi può essere una cosa sia positiva che negativa. Ognuno di noi è una tavolozza colorata, tutti diversi, ma allo stesso tempo ciascuno è in parallelo all'altro .

Ecco, io non ho mai capito perché si debba escludere qualcuno soltanto perché abbia dei colori diversi dai nostri, diversi dal “normale”. Che poi, il concetto di normalità, in base a cosa lo stabiliamo? Secondo chi? Qualcuno ha il giallo, chi ha il rosso? 

No, io non ci sto. Non voglio pensarla così. Andrò contro corrente? Non m' importa. Sarò io quella fuori dal coro? Forse, e non cambierò una singola parola di quello che penso, mai. Anche se fosse l'ultima cosa che faccio. In prima media, nella mia classe, c'erano due ragazze, una di nome Emma, l'altra invece si chiamava Ilaria. Emma non stava mai ferma, se uscivi un attimo per andare in bagno sicuramente la trovavi a correre per i corridoi. Raramente studiava. Se proprio apriva libro, studiava anche male. Che non era tanto un problema suo, più che altro non riusciva semplicemente a concentrarsi. “Semplicemente”. In questo caso mi sembra un eufemismo; non è mai stata aiutata dai professori. Non riuscivano a farla stare seduta e zitta per più di due minuti. Quando la misero vicino ad Ilaria la situazione cambiò molto. Emma guardava con curiosità quella ragazza così taciturna. Ilaria infatti,a differenza sua, era totalmente l'opposto. Non riuscivano mai a farla parlare e se apriva bocca o era un monosillabo oppure una frase lasciata incompleta nell'aria. Indossava raramente colori accesi, si nascondeva in felpe nere ed enprmi. La si trovava spesso con la testa china sul banco, intenta a disegnare uno dei suoi capolavori; era bravissima col carboncino. L'unica materia in cui potevamo ammirare i suoi occhi azzurri era proprio arte, in cui la prof Zamborra le faceva sparire il broncio, lasciandola divertire con tempere e acquerelli. Che ve lo dico a fare, sia Emma che Ilaria erano emarginate dal nostro gruppo classe. Non parlavano mai con nessuno e sembravano appartenere entrambe a due mondi distinti e separati, che non c'entravano nulla col nostro. Ma in fondo, che c'è di male?

Assolutamente nulla, quindi qual era effettivamente il loro problema?

Emma

Quando entravo in classe, mi sembrava di aver appena varcato la soglia di una gabbia. Mi sentivo oppressa, fuori luogo. Le mani mi prudevano dalla voglia di fare e le gambe cambiavano mille posizioni al minuto per trovare un modo comodo per stare seduta. Quando uscivo per i corridoi sentivo un po' più di libertà, passavo il tempo col signor Mario (il collaboratore scolastico) e di tanto in tanto i prof mi spedivano dal preside. Non riuscivo a concentrarmi, a stare ferma. Era come se un serpente nero mi passasse davanti agli occhi mentre leggevo, oppure che mi faceva il solletico quando dovevo stare seduta. I miei compagni di classe a volte mi insultavano, dicendomi che toglievo loro la possibilità di prestare attenzione. Magari fossi stata al posto loro, almeno avrebbero capito come ci si sente. Quest'enorme costrizione non la augurerei a nessuno, neanche al mio peggior nemico. Vicino a chiunque mi sedessi, finivo per parlare a capofitto, finendo per essere spostata di nuovo di posto. E così, si creava questo circolo vizioso che mi sembrava non finire mai. La situazione poi cambiò, facendo scontrare le mie chiacchiere col silenzio più assoluto, il buio, aria fredda almeno quanto un iceberg, questo silenzio, si chiamava Ilaria.

Ilaria

Buio. Ecco quello che vedevo. Silenzio, ombra. Neanche una luce in fondo ad un lungo tunnel, come se non ne potessi uscire.

Vorrei soltanto non vedere tutto in bianco e nero, non dover usare il carboncino perché mi sembra inutile usare l'arancione, il rosso, il blu quando…non capisco il significato di quello che realmente simboleggiano. Non voglio prenderla sul pesante, neanche sembrare pessimista, ma come faccio quando la mia mente mi ordina di vederla in questo modo? É come se non riuscissi a concepire emozioni, come se tutto quello che mi circondava fossero le solite maschere, e non riuscissi mai a vedere realmente cosa nascondono sotto di esse. Quindi perché fingere che andasse bene la realtà che mi circondava? Cercavo di starmene per i fatti miei, ma il mio silenzio venne investito dalla “parlantina in persona”. Il canto di un usignolo all'alba, il fruscio delle foglie durante la notte, oppure il picchiettare di un ramo contro la finestra. Tanti rumori differenti, a rompere la membrana perfetta del silenzio. Soltanto che questa irruzione non la si poteva chiamare fastidio, rumore o scocciatura. Emma, questo era il suo nome.

La giornata era iniziata normalmente, il prof Curci fece il suo ingresso in classe, facendo placare il brusio di voci che prima faceva da sottofondo. Posò il cappotto verde militare all'attaccapanni di fianco alla porta e prese il suo posto alla cattedra. Cominciò a fare l'appello, ed in classe regnava un insolito silenzio. D'istinto, mi girai verso Emma, che solitamente già iniziava a muovere freneticamente la gamba sotto al banco, oppure a chiedere di uscire per andare in bagno. Invece no, aveva la testa china verso sinistra e stava guardando la figura di Ilaria, che se ne stava china sul banco con la testa appoggiata sulle braccia incrociate. Il cappuccio viola scuro le nascondeva il viso, ma Emma non sembrava farci caso, continuando ad osservarla come se fosse una qualche specie di animale raro. In classe entrò la prof di sostegno, in ritardo di un quarto d'ora come al solito, ma neanche il tempo di mormorare un: «Buongiorno» che il suo sguardo cadde sulle due ragazze, sedute nella seconda fila a sinistra. Gli occhi corvini della prof si posarono sul prof Curci, che nel mentre aveva chiuso il portatile color platino e stava prendendo i libri di testo. I due docenti si scambiarono qualche parola, che a noi alunni sembravano solo dei mormorii impercettibili. La lezione iniziò tranquillamente, senza interruzioni di alcun tipo. Dopo due ore esaustive di grammatica, la professoressa Zamborra coi suoi vestiti dai colori sgargianti varcò la porta bordeaux dell'aula. Iniziò a spiegarci alcune tecniche ad acrilico che avremmo presentato per un concorso regionale, a cui le classi di seconda media aderivano ogni anno. Ilaria alzò la testa dal banco, la faccia leggermente arrossata come se si fosse appena svegliata. Si adagiò allo schienale della sedia e finalmente iniziò a seguire anche lei la lezione. Un leggero rumore metallico però, disturbò le parole della prof, che puntò i suoi occhi ambrati nella direzione di quel rumore. Emma stava facendo urtare freneticamente la matita contro le gambe di ferro verniciate di azzurro del banco. Tra me e me pensai “Già si è rotto l'incantesimo?“. Pregai che non iniziasse a dare i numeri come al suo solito, e le mie false speranze, non ressero al lungo.

Emma

Ecco che riiniziavo ad essere solleticata dal solito serpente, che veniva a farmi visita ogni giorno. Notai gli occhi della prof che mi scrutavano taglienti come lame d'acciaio. Volevo fermarmi, dovevo fermarmi. Controllati, controllati, controllati. Tentai di bloccare la mia mano, cercando di non continuare a muovere la matita contro il ferro. Un qualcosa di elettrico mi attraversò, ma non per gli occhi della prof oppure perché realmente avevo preso una scossa. Il gelo degli inverni più freddi mi trafisse. Gli occhi di Ilaria, si erano puntati su di me. Sentii un fuoco salire rapidamente dalle dita dei piedi fino ad arrivarmi al cervello. Non si scatenò da sola, ma quando la ragazza affianco a me mormorò: «Smettila». Facile per lei dirlo, non doveva di certo essere insultata ogni giorno a causa del suo chiacchiericcio, oppure vedere più l'ufficio del preside che la sua stessa classe. Tanti sguardi ostili mi si erano puntati addosso, ed arrivata a quel punto, spuntò fuori il peggio di me. Buttai all'indietro la sedia, facendola cadere con un sonoro tonfo. Mi alzai, dirigendomi verso la porta, mentre la prof mi sbarrava la strada: «Tornatene al tuo posto!» urlò, facendomi sobbalzare. Stava per tenersi una delle solite scenate, ma un colpo secco contro il muro, distrasse l'intera classe.

Ilaria

Guardai la prof Zamborra, l'unica ad avermi mai capita in quella scuola, poi Emma, che invece di guardarmi con diffidenza aveva imparato come controllare la sua parlantina, quasi nutrendosi del mio silenzio monotono. Però poi la vedo lì, sull'orlo di un attacco di rabbia, e so che sta sclerando a causa…mia. Non riuscii a trattenermi dal lasciarmi andare sul pavimento, sbattendo con la schiena contro il muro. Che stupida che ero stata, pensando, forse, di aver trovato un'amica, qualcuna in grado di capirmi…ed invece no. Mi ero illusa come una stupida, una dannatissima stupida, che ancora non aveva capito come funzionava la vita. La vita. Cosa potevo saperne io? Una che non aveva mai imparato a godersi quei colori. Avevo la testa affondata nelle mani, le dita conficcate all'interno dei miei capelli. Le urla della prof cessarono, ed una mano calda e confortante mi avvolse la spalla.

Guardammo tutti col cuore in gola la figura di Emma abbracciare Ilaria. Entrambe le ragazze sembrarono calmarsi, quasi come se l'uragano di emozioni che le devastava si fosse placato. Il silenzio regnò in classe, quando sentimmo i singhiozzi di Ilaria contro la spalla di Emma. Era come se, la sua tavolozza di nero e di bianco che la costituiva stesse cedendo, lasciando spazio all'azzurro delle lacrime, al rosso della rabbia, al giallo della gioia…ma anche dell'amicizia. Qualcosa mi si smosse dentro, ammirando i colori che stava sprigionando Ilaria e come Emma stesse cercando di controllare i propri, affondando nel nero e nel bianco che stavano abbandonando Ilaria. Forse, dopotutto, era proprio questa la vita. Una grande tavolozza di colori. Quelli che ci vengono assegnati alla nascita, è vero, mai ci abbandoneranno, ma chi dice che non possono cambiare e mutare in qualcosa di più bello? Ecco, questa è la normalità. Una grande varietà di esperienze, emozioni, gioie, dolori, non il colore della pelle, oppure il disagio di qualcuno di diverso da noi.
              Marta Fiore

Emma e Ilaria testo di Non Sono Una Signora
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