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Ah sì, adesso ricordo il mio futuro.
Ricordo pezzi di vetro fondersi dentro un crogiolo immenso,
un'amalgama lenta e rossa
dove la verità era tutto ciò che perdeva la forma.
E perché, ora, mi trovo lontano da quel fuso incandescente?
Sono freddo e pieno di grigie cicatrici;
traballo come un vaso aggiustato con cocci spaiati pescati alla cieca nel secchio degli scarti.
E avanzo scricchiolando a ogni singolo passo
mentre, convinto d'essere stato qualcosa, modello qualche frammento privo di tempra.
Sono opere di sabbia quelle che lascio.
Eppure la notte, quando è nera la fornace,
quando tutta la luce non sembra attraversarmi,
mi sembra di trattenere ancora qualcosa;
forse era questo il futuro:
imparare a lasciare ciò che passa dalle crepe.