( Ho sognato )
Ho sognato che scappavi coi cani in corsa,
girando la strada nuda,
ho sognato che i cani ti mangiavano le caviglie,
ti azzannavano i fianchi.
Ho sognato la morte dei bambini
e gioivo per la cenere cremata nelle mani
che tendevo a dimenticarmi.
Ho sognato Ezra Pound comunista,
colla fascia nera al braccio ad impartire ordini in russo
e, ad una finestra, Stalin applaudiva.
Ho sognato il terzo segreto di Fatima,
l’attimo dopo esser stato rivelato
ed era tutto diverso
ed era tutto diverso
ed era tutto diverso.
Ho sognato guidarmi la lingua,
guidarmi sulla lingua la strada perversa dell’ozio.
Il cielo cartone bruciava da lontano,
io bevevo menta piperita in un bicchiere,
bevevo menta piperita in un bicchiere,
la bevevo per dimenticare.
( il corretto disporsi a ruota d’incenso mi regolarizza, mi destabilizza,
mi corregge le mani giunte quanto mantide religiosa insonne.
Ho aspettato prede stanotte, le ho aspettate per te che mi mangiavi i gomiti in tasca )
Ho sognato il tuo ultimo giorno di vita,
che lo passavi, facendo l’amore in gonnellino scozzese,
che lo passavi in gonnellino scozzese senza esserci.
La languida aurora boreale seduta al tavolo,
al tavolo con una mela bacata, abitata dal bruco narcolettico.
Ti ho mai confessato che voglio venirti in mano, riempiendoti i polmoni? –
Ho sognato la guerra fredda all’equatore,
la pioggia d’aprile battere il selciato
e io disimparavo a scrivere.
Le ossa mi fan male,
ho quindici tumori da prestare questa sera.
Ho sognato De André con la faccia intelligente,
però non sapeva comporre
e allora cosa importa se sei bello, ma stupido?
Ti ho sognata dipinta,
ammazzata,
esausta.
Il tuo culo, a prolungamento del mio.
Ho sognato di scriverti sul viso pregi e difetti nient’affatto scontati,
perché ciò che gli altri vedono in noi quando ci ricalcano sopra,
potrebbe inorridirci di godimento.
Ho sognato bucarti gli occhi con le mie carezze,
renderti pelle così sottile da stenderti ad asciugare.
Ho sognato le tigri di Blake, arse fenici incorollate dal tempo,
che il tempo si fermava e solo io avanzavo.
Di parlarti ore sul letto senza toccarci,
perché ogni punto di noi era gravido di simboli.
Ho sognato di renderti madre, poi padre, poi ancora madre e così via,
l’ho fatto per ricordarmi che esisti in duplice filamento d’insieme.
Ho sognato che ti entravo in gola col collo teso,
ma non mi aiutavi.
Mi deridevi.
Fra i seni, un intero oceano ad annegare profumi.
Ho sognato la vaniglia nel caffè,
poi te dentro me,
io dentro te.
Ho sognato di cercarti,
annusandoti nel calore dell’estate,
nel colore della pioggia marcia,
nel tepore dei soliti inganni.
Ti cercavo fra le case vecchie,
scassinate dal tempo che usura
e il porto rovesciato a U sulla spiaggia.
Contando le ombre consumate che calpestavo.
Ho sognato di cercare la tua orma nell’ombra.
Di riconoscerne i tratti cadenti.
I bordi frastagliati.
Irregolari.
Ho pensato di invitarti a pranzo,
tenendo per mano una lucertola strabica.
Ho sognato di occuparmi dei tuoi bisogni talmente forte,
da disperdermi sobrio.
Tu che recidevi la mia gola coi baci.
Mi sono sentito agonia e vita,
proprio nel momento in cui agonizzavo la morte.
Ho sognato d’incontrarti al bar
e far finta d’innamorarmi della tua pelle.
Di far finta di niente,
tanto mi stavan tradendo i battiti del cuore
di mio padre, di fianco.
Ho sognato che riempivo una stanza di foglie,
che le spiavo raccogliersi in elegia silenziosa
ai margini dell’universo.
Ho sognato che quella stanza non aveva più pareti,
soltanto suoni.
Mi sono chiesto cosa indossassi d’intimo.
Poi ho capito che sono io il tuo intimo vagarmi attorno.
Ho sognato di toccarti i fianchi con la punta del naso
E di sentirti ridere.
Di stenderti a gambe chiuse sul tavolo,
poi mangiare mattoni.
Ho sognato di stendermi accanto a te.
Di stare in silenzio.
Di condividere gli stessi spazi.
Lo stesso pigiama.
Gli stessi rumori.
Li senti gli uccelli cinguettare?
Gli stessi semi per far nascere piantagioni di margherite.
Di esserti coperta su cui abitare,
vicini quel tanto da ingannare l’attesa col pathos.
Ho sognato di renderti liquide le labbra.
Di scoperchiarti vestita.
Risvegliandoti nuda, imbarazzando momenti.
Ho sognato Ungaretti in trincea,
a scrivere,
a piangere,
a sopravvivere, per nostra fortuna.
Che mi invitavi fuori, dentro te.
Che a quell’appuntamento arrivavo in anticipo,
che la tua casa era scaduta
e sulla porta metafore
e, ogni tanto, ancora il tuo sapore.
Ho sognato testo di DitaDiBrezza