La mia Rita

scritto da Alma Gjini
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Autore del testo Alma Gjini

Testo: La mia Rita
di Alma Gjini

A Reps il vento arrivava prima delle persone. Scendeva dalle montagne della Mirdita come un animale antico, infilando il gelo dentro le finestre, sotto le porte, nelle ossa. D’inverno il paese sembrava fatto soltanto di grigio: grigie le strade, grigi i palazzi, grigi i volti della gente che usciva all’alba con le sporte vuote in mano.

Eppure quei palazzi avevano una storia che nessuno raccontava ad alta voce. Li avevano costruiti i prigionieri di Spaç, uomini consumati nella miniera, dissidenti, professori, scrittori, medici, ragazzi troppo intelligenti o troppo sinceri per inginocchiarsi davanti al regime di Enver Hoxha. Bastava una parola, una battuta, una frase detta alla persona sbagliata. E sparivi.

Quando ero bambina non capivo davvero cosa fosse la paura. La respiravo soltanto. Stava negli occhi di mia madre quando qualcuno bussava alla porta di sera, nel modo in cui mio padre abbassava la voce perfino dentro casa, nel silenzio improvviso che cadeva quando io entravo in cucina. La paura a Reps era come la polvere della miniera: si infilava ovunque.

Io abitavo al secondo piano di un palazzo costruito dai detenuti di Spaç. Le scale odoravano di umidità, cavolo bollito e carbone. I muri erano screpolati e d’inverno l’acqua che arrivava direttamente dalla montagna gelava nei tubi. Mia madre scaldava le stanze con una stufa che tossiva fumo nero.

Due piani sopra di noi viveva Rita. La mia Rita.

Avevamo otto, forse nove anni, e facevamo tutto insieme. La mattina andavamo a scuola correndo, stringendo i quaderni al petto per proteggerli dalla neve. La scuola era vicinissima, duecento metri appena, ma il freddo riusciva comunque a tagliarti le guance come una lama.

Rita rideva sempre. Rideva mentre saltava le pozzanghere, rideva quando scivolavo sul ghiaccio. Rideva così forte che a volte sua madre si affacciava dal balcone e gridava: «Rita! Tutto il quartiere ti sente!» E lei rideva ancora di più.

Aveva una palla rossa, ormai consumata, con cui giocavamo davanti al palazzo fino al tramonto. Il rumore di quella palla che rimbalzava sull’asfalto è uno dei ricordi più vivi della mia infanzia.

Tac. Tac. Tac.

A volte chiudo ancora gli occhi e lo sento. Sua madre, Dila, ci guardava dalla finestra mentre cuciva. Aveva mani sottili e occhi stanchi. Sembrava sempre preoccupata, anche quando sorrideva. Prenge, il padre di Rita, tornava dal lavoro coperto di polvere rossastra. Tossiva spesso. Si sedeva sui gradini davanti al portone e si accendeva una sigaretta guardando le montagne. Una sera mi regalò una caramella al miele.

«Non dirlo a Rita», mi disse ridendo, «o penserà che ti voglio più bene».

Ricordo ancora il calore di quella caramella nella mano. Perché quando si è poveri anche una caramella diventa memoria.

A quei tempi la vita era tutta fatta di attese. Attese davanti ai negozi. Attese davanti al pane. Attese davanti al formaggio. Le donne si svegliavano prima dell’alba e si mettevano in fila nel buio, con il foulard stretto sulla testa e le mani screpolate dal freddo.

Le razioni erano precise, crudeli. Due chili di formaggio. Poco olio. Poco zucchero. Millecento grammi di caffè al mese per famiglia.

Mia madre conservava il caffè come si conserva qualcosa di sacro. Apriva lentamente il pacchetto e il profumo invadeva la cucina per pochi secondi. Poi prendeva un cucchiaio da ogni etto e lo nascondeva in un barattolo dietro le coperte. Era per mia nonna.

Lo faceva di nascosto da mio padre. Perché sotto il comunismo anche regalare un cucchiaio di caffè diventava quasi un atto clandestino.

Ma il vero cibo della gente era la paura. La paura di parlare. La paura di lamentarsi. La paura perfino dei parenti.

Il fratello di Prenge era comunista fino al midollo. Uno di quelli che pronunciavano il nome di Enver Hoxha come si pronuncia il nome di un santo. Aveva il ritratto del dittatore appeso in casa e diceva sempre: «Il Partito vede tutto, il Partito sente tutto». E aveva ragione.

Il Sigurimi era ovunque: nelle fabbriche, nelle scuole, nei palazzi. Dietro ogni finestra poteva esserci qualcuno pronto ad ascoltare.

Una sera Prenge andò da suo fratello. Forse era stanco della fame. Forse della fila per il pane. Forse del vedere sua moglie contare i chicchi di caffè. Forse semplicemente non riusciva più a tenersi dentro tutta quella amarezza.

Disse soltanto: «Non è giusto vivere così».

Una frase. Solo questo. Il giorno dopo suo fratello lo denunciò. Io non sapevo niente. Ricordo soltanto il vuoto. Quel vuoto improvviso e inspiegabile.

La mattina dopo Rita non venne a scuola. Pensai che avesse la febbre. Il banco accanto al mio rimase vuoto e continuavo a voltarmi, aspettando di vederla entrare all’ultimo momento, spettinata come sempre. Niente.

Passò un giorno, poi due, poi una settimana. Il suo posto rimaneva vuoto come una ferita aperta. A ricreazione guardavo automaticamente verso il cortile, cercando le sue trecce nere.

Mi sembrava impossibile che una persona potesse sparire così.

Anche davanti al palazzo il silenzio era diventato diverso. La palla rossa non rimbalzava più. Nessuno rideva. Nessuno gridava il mio nome dal balcone. Le finestre di casa loro restavano chiuse giorno e notte. Ma dentro si sentivano rumori. Passi. Sedie spostate. Voci basse.

Una notte sentii piangere. Non era un pianto normale. Era un pianto soffocato, di quelli fatti nel cuscino per non farsi sentire dai vicini.

Mi ricordo ancora il gelo che provai. A dieci anni non sapevo dare un nome a quello che stava succedendo, ma capivo che era qualcosa di grave. I bambini capiscono quando qualcosa è irreparabile, anche se nessuno glielo spiega.

Provai a salire da Rita. Mia madre mi afferrò forte per il braccio. Troppo forte.

«Tu non vai sopra».

«Ma perché?»

«Perché no!»

Aveva paura. Una paura così grande da sembrare rabbia.

La sera sentivo i miei genitori sussurrare in cucina. Mio padre fumava una sigaretta dietro l’altra. Il fumo riempiva la stanza e io spiavo dalla porta socchiusa.

«Lo hanno preso stanotte», disse piano.

«Dio aiutali…», rispose mia madre.

«Il fratello lo ha denunciato al Sigurimi».

Ricordo il silenzio dopo quella frase. Un silenzio enorme, come se perfino i muri avessero smesso di respirare.

Qualche notte dopo arrivò il camion.

Mi svegliò il rumore del motore. Guardai dalla finestra e vidi degli uomini che svuotavano l’appartamento di Rita. Buttavano fuori le loro cose come se appartenessero a gente morta.

Una coperta. Una sedia. Pentole. Vestiti. La bambola di Rita cadde sull’asfalto con la faccia nel fango.

Dila aveva il volto distrutto. Non piangeva più nemmeno. Aveva gli occhi vuoti, spalancati, come una persona a cui hanno strappato l’anima.

E Rita…Rita teneva la testa bassa. Non rideva più. Non parlava. Sembrava diventata vecchia in una sola notte. Volevo correre da lei. Volevo abbracciarla. Volevo dirle qualcosa. Ma mio padre mi trattenne dietro la tenda.

«Non ti muovere».

La sua mano tremava.

Fu allora che capii qualcosa della paura che fino a quel momento avevo soltanto respirato. Non erano le urla. Non erano i soldati. Era vedere persone innocenti sparire e sapere di non poter fare niente.

La mattina dopo il loro appartamento era vuoto. Vuoto davvero. Un vuoto che faceva male guardare. Sul pianerottolo era rimasta soltanto una scarpa di Rita. Piccola. Blu.

Rimase lì per giorni. Nessuno la toccava. Ogni volta che passavo davanti a quella scarpa sentivo un nodo nello stomaco. Era tutto ciò che restava della mia amica.

Dopo due settimane arrivò una famiglia internata da Valona. Parlavano poco. Camminavano piano. Avevano lo stesso sguardo rotto che avevano tutte le persone perseguitate dal regime.

A scuola nessuno nominava più Rita. Mai. Era come se non fosse esistita.

Una volta chiesi alla professoressa: «Ma Rita torna?»

Lei impallidì. Mi guardò terrorizzata.

«Non fare domande».

Quella notte piansi in silenzio sotto le coperte. Piangevo per la mia amica, perché non sentivo più la sua risata, perché nessuno pronunciava il suo nome, perché il mondo continuava ad andare avanti come se lei non fosse mai esistita.

Ma soprattutto piangevo perché iniziavo a capire una cosa terribile: nel nostro paese una persona poteva essere cancellata. Cancellata davvero come una macchia su un foglio.

Gli anni passarono, il regime cadde, le statue vennero abbattute e la gente iniziò finalmente a parlare. Io scoprii allora cosa era successo davvero a Rita e alla sua famiglia.

Prenge era stato mandato a Spaç. Miniera. Fame. Botte. Freddo.

Lavorava fino a sputare sangue. Dormiva in una cella gelida. Veniva chiamato «nemico del popolo» per aver detto che la gente non poteva vivere facendo la fila per il pane.

Dila e Rita furono internate in un villaggio in un angolo sperduto di Tropoje. Baracche, fango, fame, umiliazioni continue.

Rita mi raccontò anni dopo che sua madre, di notte, le copriva la bocca mentre piangeva.

«Non fare rumore», le sussurrava, «o ci sentiranno».

Quando la rividi da adulta a Tirana quasi non la riconobbi. Aveva ancora gli stessi occhi color miele, ma dentro quegli occhi c’era qualcosa di spezzato.

Mi abbracciò forte e sentii il suo corpo tremare. Parlammo fino all’alba.

A un certo punto mi disse: «Sai cosa ricordo di più di Reps?»

Pensai alle montagne. Alla neve. Alla miniera. Lei invece sorrise tristemente.

«Il rumore della nostra palla davanti al palazzo».

E io sentii il cuore rompersi. Perché improvvisamente tornai bambina. Rividi noi due correre, le ginocchia sbucciate, le risate, la palla rossa che rimbalzava sull’asfalto.

Tac. Tac. Tac.

Poi più niente. Solo silenzio.

Il silenzio lasciato dal comunismo nelle vite della gente.

La mia Rita testo di Alma Gjini
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