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“Abbiamo incontrato il tuo povero Rick”, mi dicono nel corridoio del supermercato. Accenno un sorriso, in modo poco convincente, mentre confronto barattoli di salsa per spaghetti che nemmeno desidero.
“Abbiamo sentito del tuo povero Rick”, mi dicono, girandosi verso di me dalla panca davanti alla mia, in chiesa. Annuisco alla loro premurosa preoccupazione, che, in verità, non è né premurosa né preoccupata.
"Come sta il tuo povero Rick?", mi chiedono dal marciapiede, mentre mi dedico al giardinaggio e mi sto facendo gli affari miei. Ma non è una domanda.
È schadenfreude. Chi altri se non i tedeschi avrebbe potuto coniare un termine per descrivere la soddisfazione di assistere alle disgrazie altrui? Come ridere di qualcuno che sbatte contro una vetrina, o di una ragazza intenta a smanettare con il cellulare mentre sta per essere investita in mezzo al traffico. Come guardare me, una madre con un figlio come Rick, che cerca solo di arrivare a fine giornata.
Povero Rick.
Infuriata, mi tolgo i guanti da giardinaggio, raccolgo le cesoie, la paletta e gli altri attrezzi. Per un attimo mi chiedo se potrei usarli sui miei vicini premurosi e attenti, quelli che guardano sempre mio figlio come fosse un criminale invece che un tossicodipendente disperato che ha bisogno di aiuto.
Spingo tutto nella carriola e porto tutto in garage. Il giardino può anche ingiallire, marcire e morire, non me ne importa niente.
Rientro in casa ed entro in cucina. Riempio un bicchiere d'acqua, che rovescio. Mi metto le mani tra i capelli. Mi vergogno del mio imbarazzo. Rick è mio figlio.
“Tesoro?” mi chiama mio marito. Lui è inutile in questo e in tutto il resto.
“Sì, caro”, rispondo nel modo più neutro possibile.
“Rick ha chiamato. Verrà stasera”, dice mio marito con tono noncurante. Lui non partecipa mai in alcun modo alle attività di Rick. “Volevi dei bambini...”, mi disse una volta in una frase che è rimasta celebre. “Già, anch'io una volta desideravo un marito”, gli risposi in cuor mio.
Rick era stato un bambino difficile fin dall'inizio. Nausea mattutina terribile, gravidanza problematica, parto cesareo d'urgenza. Dal momento in cui era nato, tutto sembrava sovrastimolare i suoi sensi. Soffriva di coliche, piangeva a tutte le ore della notte in cerca di conforto, che non arrivava mai. Ci avevo provato; l'avevo tenuto in braccio, cullato e gli avevo cantato ninne nanne. All'asilo era il bambino che mordeva. Alle elementari ci aveva messo un tempo spropositato per imparare i colori, e nessuno di noi si era accorto per troppo tempo che era daltonico. Ci aveva messo ancora più tempo per imparare a leggere, perché la dislessia faceva girare le lettere, rendendo le sue parole indecifrabili.
Alle elementari, i colloqui con gli insegnanti occupavano la maggior parte del mio tempo. Rick ha bisogno di essere spesso richiamato all'ordine. Rick non ha collaborato con i suoi compagni in modo proattivo. Rick ha bisogno di ulteriore supporto socio-emotivo. Rick non ha completato il suo progetto sulla ruota dei colori. Rick è stato sospeso per aver azionato l'allarme antincendio durante un'assemblea sul rispetto delle regole.
Nello sport era troppo impacciato e goffo, poichè lanciare, afferrare, colpire e palleggiare palloni di varie dimensioni non faceva che evidenziare la sua mancanza di coordinazione occhio-mano. Nelle amicizie era a tratti distaccato, poi improvvisamente esigente. I suoi coetanei lo ignoravano senza esitazione. Vederlo camminare da solo verso la fermata dell'autobus, passando accanto alla folla di altri bambini che ridevano con facilità, mi spezzava il cuore. Era avvolto dalla solitudine, e la sua disaffezione di adolescente si trasformava in improvvisi scoppi d'ira. Man mano che le scuole medie avanzavano, nella sua stanza si accumulavano sempre più segni nel muro, grandi come pugni. Non potevo far altro che torcermi le mani e preparargli i maccheroni al formaggio, gli unici che mangiava.
Al liceo, il signor Schuster, l'insegnante di teatro di Rick, che intanto frequentava l'undicesimo anno, vide in lui qualcosa che nessuno di noi aveva saputo vedere: Rick amava il palcoscenico. Amava immedesimarsi completamente in un personaggio e dare forma alle sue emozioni di fronte al pubblico. Ormai lontano dalla pubertà, la sua voce aveva sviluppato una profondità e un timbro che risuonavano nel grigio teatro del liceo; sul palco, Rick si trasformava in un'altra persona, sicuro di sé, eloquente, carismatico.
Con le lacrime che mi rigavano il viso, guardavo la sua magnifica interpretazione del Principe Amleto.
”Ahimè, povero Yorick! Lo conoscevo, Horatio. Un tipo dallo spirito arguto e dalla fantasia più raffinata”, dice Rick, sollevando un finto teschio umano. Il pubblico è rapito, completamente rapito dalla sua intensità. Quando aiuto Rick a imparare le sue battute, mi racconta cosa prova Amleto durante la sua scena preferita: Amleto al cimitero.
“La morte, mamma. La morte è solo un concetto filosofico finchè non capita a te. Il signor Schuster dice che Amleto si interroga continuamente sul perchè qualcuno scelga di restare in vita: Essere o non essere. Ma Amleto non è un suicida, non realmente. Si chiede solo perchè la gente sopporti le infinite sofferenze della vita.”
“E non è quanto mi ripugna! Mi si stringe la gola al sol pensiero. Qui pendevano quelle labbra che ho baciato non so quante volte”, recita Rick, guardando disperatamente il teschio. La visione della morte di Amleto è ipotetica, ma ora stringe tra le mani il teschio del giullare di corte che aveva tanto amato da bambino. Una cosa è tenere in mano un teschio umano; un'altra è aver conosciuto e amato la persona il cui teschio tieni nel palmo della mano.
Ma quella serata sul palco era avvenuta anni prima.
Prima che i veri guai di Rick avessero inizio.
Il mio cellulare squilla. Rick.
"Ciao tesoro," alzo apposta la voce, "papà mi ha detto che vieni stasera?"
Riesco a malapena a sentirlo respirare: sta ansimando piano.
“Figliolo…?” dico, a voce più alta. «Rick, parlami...”
“Mi... mi dispiace, mamma.” Sembra ubriaco.
Un senso di malessere gelido mi pervade lo stomaco e si irradia verso l'esterno, avvolgendomi completamente. Conosco questo tono nella sua voce. Ci sono già passata.
“Rick”, riprovo, “dove sei, figliolo? Lascia che venga a prenderti”, lo supplico.
"Ti voglio bene, mamma."
“Rick.” Ora sono arrabbiata. “Adesso chiamo la polizia. Stai prendendo le tue medicine? Posso essere lì tra venti minuti…”
“Non chiamare nessuno, mamma. Sto bene”, dice con fermezza. Non gli credo.
“Rick…”
"Promettimelo, mamma."
"Va bene, Rick. Te lo prometto."
"Sto bene", dice ridacchiando leggermente. "È stata solo una giornata davvero brutta. Sto bene. Promettimi che non chiamerai nessuno."
“Rick…”
"Promettimelo, mamma. Non sarà come l'ultima volta", mente.
"Anch'io ti voglio bene, Rick. Vieni a cena a casa domani."
"Maccheroni al formaggio?" ridacchia in modo strano.
“Certo, posso farteli. Quelli nella scatola blu", dico, senza accorgermi che le lacrime mi rigano il viso.
“Va bene, allora. Buonanotte, dolce principessa. E schiere di angeli ti accompagnino nel tuo riposo.”
La connessione si interrompe. Guardo il telefono.
“Ahimè, povero Yorick.”
Ahimè, povero Rick.
Inizio a comporre i soliti numeri.