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Acqua-parquet
I
Arrivavo sempre per prima. Non era una virtù, era che a casa non avevo motivo di restare, e alle otto meno un quarto l'ufficio era l'unico posto in città che mi aspettasse. Salivo le scale, giravo la chiave, e per dieci minuti la stanza era mia.
Era una stanza grande, con il soffitto alto e il parquet, che in una ditta di strade e ponti era una stranezza: lo avevano messo i proprietari di prima, quando lì ci abitava qualcuno, e nessuno si era mai preso la briga di toglierlo. Era a spina di pesce, chiaro, di un legno che con gli anni aveva preso il colore del pane, e rispondeva. Rispondeva a tutto. Sapevo dove scricchiolava e dove no, e nei dieci minuti in cui ero sola lo attraversavo senza far rumore, come si attraversa un'acqua bassa, per abitudine, come se anche da vuota la stanza potesse sentirmi. Era l'unico momento della giornata in cui ci stavo dentro senza sentirmi fuori.
C'erano tre scrivanie. La mia stava vicino alla porta, con la macchina da scrivere, il telefono e il registro di protocollo: tutto quello che entrava e usciva passava di lì, e io lo segnavo. Le altre due stavano sotto le finestre, e tra le due c'era il tecnigrafo, che era la cosa più grande della stanza e la più pesante, e sotto cui il parquet aveva un lamento suo, diverso da tutti gli altri. Sul tecnigrafo la sera restava sempre una tavola fissata con il nastro, e la mattina la trovavo lì, coperta da un foglio di carta velina perché non prendesse polvere.
Aprivo la finestra, anche d'inverno, il tempo di cambiare l'aria. Mettevo su il caffè sulla piastra che tenevamo nel ripostiglio. Poi mi sedevo, e aspettavo che il parquet mi dicesse chi arrivava.
Avevo quarantun anni. Vivevo sola in due stanze dalle parti della stazione, e questo, detto così, è già tutto quello che c'è da sapere: nessuno mi telefonava la sera, nessuno mi aspettava, e la mattina uscivo di casa senza che ci fosse qualcuno a cui dire che uscivo. Non ero infelice. Mi ero fatta l'idea che certe cose per me non ci sarebbero state, e l'idea, una volta fatta, mi era sembrata anche abbastanza comoda. In ufficio ero la signorina. Ero quella che batteva a macchina e che segnava, e quando c'era da chiedere qualcosa, di solito la chiedevano a qualcun altro.
*
Roberto arrivava alle otto e cinque. Non alle otto, non alle otto e dieci: alle otto e cinque, con un margine che in venticinque anni doveva essersi ridotto a niente. Lo sentivo dalle scale. Aveva un passo che non aveva fretta e non aveva mai avuto fretta, e sul parquet faceva sempre la stessa figura: tre assi che cedevano appena, una che taceva, poi il tratto lungo fino al gancio dell'attaccapanni, il suo, il secondo da sinistra. Il cappotto. La sciarpa dentro la manica del cappotto. Il cappello, d'inverno, sopra. Poi la giacca, che restava addosso, e la cravatta, che si controllava con due dita senza guardare, un gesto che gli usciva così, come a certi uomini esce di toccarsi il portafoglio.
«Buongiorno, signorina.»
«Buongiorno, geometra.»
Era il capo disegnatore dell'ufficio tecnico. Aveva cinquant'anni, forse qualcuno di più, e stava in ditta da prima che ci fossero i viadotti, quando facevano solo strade. Aveva la faccia larga e tranquilla di uno a cui le cose sono andate bene abbastanza, e un modo di dire buongiorno che sembrava una cosa già decisa il giorno prima. Si sedeva, tirava fuori dal cassetto la scatola delle matite, la apriva, la posava a destra. Poi andava al tecnigrafo, toglieva la velina, la piegava in quattro e la metteva nel cassetto sotto, e cominciava.
Io lo guardavo. Non c'era altro da fare, la mattina, finché non arrivava la posta, e lui era lì, a tre metri da me, che faceva ogni giorno la stessa cosa nello stesso ordine. Certe mattine mi sembrava di guardare un orologio. Altre mi metteva addosso un disagio che non sapevo spiegare, e che all'inizio avevo preso per antipatia, ma non era antipatia. Era che lui stava in quella stanza come se la stanza fosse sua, e io ci stavo come se fosse di qualcun altro, e questa differenza, ogni mattina alle otto e cinque, si sentiva.
*
Davide era arrivato a settembre. Era il nuovo, il giovane, il geometra che avevano preso per dare una mano a Roberto, e in ottobre ancora non aveva capito dove tenere le mani. Sul parquet si sentiva subito: entrava troppo veloce, si fermava a metà, riprendeva, e le assi lo tradivano una per una. Aveva ventisette anni e una giacca che gli stava larga, che doveva essere di suo padre o comprata pensando a suo padre. La scrivania sotto l'altra finestra era sua, ma ci stava poco: passava le mattine in piedi accanto al tecnigrafo, un passo indietro, a guardare Roberto disegnare.
Guardava come si guarda uno che sa. Aveva quella faccia lì, la faccia di chi aspetta che gli venga spiegato qualcosa, e io, che di quelle facce ne avevo fatte, la riconoscevo.
Una mattina, la prima settimana di ottobre, gli chiese una cosa. Non ricordo cosa, e forse non lo capii nemmeno allora, era una cosa tecnica, una questione di una tavola, di un dettaglio che nel disegno c'era e nel capitolato no, o il contrario. Ma ricordo che era una domanda precisa, di quelle che vogliono una risposta precisa, e ricordo come Roberto rispose. Non alzò la testa dal tecnigrafo.
«Eh, vedrai» disse. «Vedrai, vedrai.»
E Davide annuì. Annuì come si annuisce a una risposta, e tornò alla sua scrivania, e sul parquet fece il suo rumore. Io segnai una lettera sul protocollo. Erano le nove e un quarto e fuori cominciava a piovere.
*
Fu quello stesso mese, verso la fine, che sentii la parola.
Ero uscita per portare una busta al piano di sotto, e quando tornai su mi fermai sul pianerottolo, davanti alla porta socchiusa, per riprendere fiato: le scale erano ripide e io, quell'anno, avevo cominciato a sentirle. Dentro parlavano. Roberto parlava, con la voce che usava per le cose senza importanza, quella con cui commentava il tempo o la partita, e Davide rideva, la risata corta di chi ride perché ride l'altro.
Non dirò cosa aveva detto prima, perché non lo sentii. Sentii la fine. Sentii «la signorina», e poi una pausa, e poi «zitella, poveretta», detto senza cattiveria, come si dice di uno che è calvo o che zoppica, un fatto. E poi la risata di Davide, e il rumore della matita che riprendeva.
Rimasi lì il tempo di due respiri. Poi appoggiai la mano sulla porta e la spinsi, e il parquet mi annunciò come sempre, e Roberto disse «Signorina» con un cenno, e Davide non alzò gli occhi. Mi sedetti. Segnai la busta in uscita sul registro, con la data, e ci misi anche l'ora, cosa che non facevo mai.
La sera, a casa, mangiai in piedi davanti alla finestra, come mi capitava. Il telefono stava sul mobiletto dell'ingresso e non suonò. Non mi aspettavo che suonasse. Pensai a quella parola una volta sola, prima di dormire, e la misi via. Nessuno dei due seppe mai che l'avevo sentita, e non lo seppe nessun altro. Era, credo, l'unica cosa che avevo che fosse soltanto mia.
II
A novembre Davide cominciò ad arrivare alle otto e cinque.
Me ne accorsi dal parquet, prima ancora di alzare la testa: due passi sulle scale invece di uno, e poi nella stanza due figure, quella di Roberto, che conoscevo, e subito dietro una che cercava di essere la stessa e non ci riusciva ancora. Tre assi, una che tace, il tratto lungo fino ai ganci. Il secondo da sinistra per Roberto, il quarto per Davide, perché il terzo era rimasto libero da quando se n'era andato il disegnatore di prima e nessuno aveva mai avuto il coraggio di prenderlo.
Non so se si fossero messi d'accordo. Credo di no. Credo che Davide avesse semplicemente capito che alle otto e cinque, davanti al portone, c'era Roberto, e che entrare con lui fosse più facile che entrare da solo. Salivano parlando. Roberto parlava; Davide diceva «eh», «certo», «eh già». Poi buongiorno signorina, buongiorno geometra, e Davide, dietro, «buongiorno», senza niente dopo, perché non aveva ancora deciso come chiamarmi.
Roberto parlava della televisione. Il sabato sera c'era Canzonissima, e il lunedì mattina c'era Roberto che la raccontava a Davide, che l'aveva vista anche lui ma la ascoltava come se non l'avesse vista. Quell'anno c'erano Cochi e Renato, e Roberto li adorava. Aveva preso da loro una frase, quella del maestro che dà il voto all'alunno, e la usava per tutto: quando la posta arrivava in orario, quando il caffè veniva buono, quando Davide finiva una tavola. «Bene, bravo, sette più.» Lo diceva con la mano aperta, come sul palco, e ogni volta rideva per primo. Davide rideva secondo.
Un lunedì di novembre lo sentii fare tutto lo sketch.
Era presto, la posta non era ancora arrivata, e Roberto stava in piedi accanto al tecnigrafo con la velina ancora sopra, e faceva il maestro. Faceva la voce, faceva la faccia, faceva la mano che si apre. Davide stava alla sua scrivania e faceva l'alunno, cioè rideva, e a un certo punto Roberto gli disse «Dai, fai tu la domanda», e Davide fece la domanda, quella dello sketch, con la voce dello sketch, e Roberto rispose con il voto. «Bene, bravo, sette più.» E risero, tutti e due, e Roberto disse «Eh, quei due lì», scuotendo la testa, come si dice di due amici.
Io non risi. Non perché non fosse divertente — lo era, Roberto lo faceva bene, aveva l'orecchio — ma perché ero la signorina, e alla signorina non era rivolto. Lo guardavo come guardavo il resto, e quello che vidi fu che Davide, nel fare la domanda, non aveva usato la sua voce: aveva usato quella di Renato, che è la voce di uno che non capisce e che chiede, e che gli veniva bene, meglio della sua. Poi la posta arrivò, e Roberto tolse la velina, e la piegò in quattro.
La sera, a casa, la televisione la guardavo anch'io. Il sabato c'era Canzonissima e io la guardavo, sola, sul divano, con il piatto sulle ginocchia, e quando venivano Cochi e Renato ridevo, credo, come rideva Roberto. Il lunedì non lo dicevo a nessuno. Non era che non avessi niente da dire: era che nella stanza le cose si dicevano da Roberto a Davide, e da Davide, il giorno dopo, a qualcun altro, e io stavo su un ramo diverso, dove le cose arrivavano e non ripartivano.
*
Il secondo lunedì di novembre Davide arrivò con la cravatta.
Era una cravatta scura, stretta, di quelle che si comprano al mercato pensando che siano da ufficio, e sopra una camicia che non era stata stirata da una donna. La giacca era sempre quella larga. Roberto lo guardò appendere il cappotto, e non disse niente. Fece solo un cenno con la testa, piccolo, un movimento che sarebbe potuto essere qualsiasi cosa, e andò al tecnigrafo.
Io quel cenno lo conoscevo. Lo faceva quando una tavola gli tornava, quando la squadra era a posto, quando le cose stavano dove dovevano stare. Non era un complimento, perché Roberto non faceva complimenti: era la constatazione che il mondo, per un attimo, era in ordine. E Davide, che non poteva saperlo, lo prese per un complimento, e per tutta la mattina lavorò con le spalle un po' più dritte.
Da quel giorno la cravatta non se la tolse più. Ne comprò un'altra, poi un'altra ancora, sempre al mercato, sempre scure. Verso Natale si controllava il nodo con due dita, senza guardare, e non credo che si fosse mai accorto da chi aveva preso il gesto.
*
La domanda arrivò a fine novembre, un giovedì.
Dal cantiere del viadotto sulla statale era arrivata una lettera, che avevo protocollato io e portato a Roberto, e che Roberto aveva letto in piedi, due volte, prima di posarla sul tecnigrafo sopra la tavola. Scavando per la pila numero quattro avevano trovato il terreno diverso da quello delle indagini: sotto la ghiaia c'era argilla, dove i sondaggi dicevano che l'argilla non c'era, e le fondazioni, così com'erano disegnate, non andavano bene. La direzione lavori chiedeva una perizia di variante. La chiedeva a noi, e le tavole delle fondazioni, quelle che adesso non andavano bene, le aveva disegnate Roberto, l'anno prima, e portavano la sua firma in basso a destra, dentro il cartiglio.
Roberto rimase in piedi un po', con la lettera. Poi disse «Bene» a nessuno, si sedette, e cominciò a tirare fuori i lucidi dal cassettone.
Davide era andato a guardare. Era rimasto lì il tempo di leggere anche lui, e quando Roberto si mise a lavorare gli si mise accanto, un passo indietro, come faceva sempre. Ma quella volta non stette zitto.
«Geometra» disse.
«Eh.»
«Ma come si fa a dire se è un imprevisto geologico o no?»
Roberto non alzò la testa.
«Cioè» continuò Davide, «se i sondaggi erano fatti bene, e l'argilla non c'era, è un imprevisto e paga il committente. Ma se i sondaggi erano pochi, o erano nel posto sbagliato, allora è progetto nostro, e paghiamo noi. Come si fa a dire quale delle due?»
Era una domanda giusta. Lo capii anch'io, che non capivo niente di fondazioni, dal modo in cui la stanza cambiò. Era la domanda che decideva chi avrebbe pagato — e sotto, in un posto dove Davide forse non era arrivato a guardare, era la domanda se Roberto, l'anno prima, avesse sbagliato.
Roberto finì di tirare una linea. Poi disse:
«Si fa la perizia. La firma la direzione lavori. Si è sempre fatto così.»
«Sì, ma —»
«Davide.» Alzò gli occhi, sorrise, un sorriso da uomo che ha tempo. «Tu fammi le copie delle tavole vecchie, che mi servono. Poi vedrai.»
Davide rimase lì un secondo. Poi disse «Va bene», prese le tavole vecchie e uscì per andare a farle tirare in eliografia, e sul parquet fece il suo rumore, che quel giorno era diverso, più lento, come di uno che porta in mano qualcosa che non sa dove posare.
Io guardai Roberto. Aveva ripreso a disegnare. La mano andava come sempre, la matita faceva il suo rumore, e per un momento pensai una cosa che poi misi via subito, come avevo messo via la parola sulla porta. Pensai che non aveva risposto perché non lo sapeva. Non che non volesse dirlo: che non lo sapeva. Che in venticinque anni aveva fatto le perizie di variante, e le aveva fatte firmare, e non si era mai chiesto una volta chi avesse ragione, perché nessuno gliel'aveva mai chiesto.
Lo pensai a metà, ecco. Lo pensai come si pensa a un numero di telefono che non si intende chiamare, e poi la posta arrivò, e mi misi a segnarla.
*
Le copie tornarono nel pomeriggio, e Davide le posò sul tecnigrafo, e Roberto le guardò e disse «Bene, bravo, sette più», e ridevano tutti e due.
In quelle settimane cominciai a sentire Roberto due volte. La prima era Roberto. La seconda era Davide, il giorno dopo, al telefono con qualcuno di un altro ufficio, o con il ragazzo dell'eliografia, o con me, che diceva la stessa cosa con le stesse parole, un giorno dopo, come una copia tirata su carta più chiara.
Roberto diceva che il dottor Macchi era uno che «le cose le firma, ma non le legge», e il giorno dopo Davide, al telefono, diceva che «il dottore firma, ma leggere non legge». Roberto diceva che quelli del cantiere «vogliono sempre la variante, perché la variante è soldi», e Davide lo diceva al ragazzo dell'eliografia, che di varianti non sapeva niente e non gli importava. Roberto diceva che il governo, quello di allora, non sarebbe durato fino a Pasqua, e Davide, il giorno dopo, con me, disse che secondo lui il governo non arrivava a Pasqua, e io dissi «Ah», e lui sembrò contento, come se l'avesse pensata da solo.
Non ci trovavo niente di male. Non era una colpa, era il modo in cui un ragazzo di ventisette anni impara a parlare in un posto dove non ha mai parlato. Ma lo segnavo, come segnavo tutto. Ed era strano, sentire la stessa frase due volte: la seconda volta si sentivano le cose che la prima volta non si sentivano, i punti in cui la frase non stava in piedi da sola e stava in piedi solo perché a dirla era Roberto, con la sua faccia larga e la sua sicurezza. Detta da Davide, la stessa frase aveva dei buchi. E lui non li vedeva, perché li vedeva solo chi la sentiva per la seconda volta, e quella ero io.
*
Poi vennero le altre cose, quelle che non erano dell'ufficio.
Il caffè: Roberto lo prendeva al bar sotto, alle dieci e mezza, macchiato caldo, in piedi, e Davide cominciò a scendere con lui e a prendere il macchiato caldo, lui che a ottobre lo prendeva normale. Il pranzo: Roberto andava alla trattoria dietro la chiesa, dove aveva il suo tavolo e la sua mezza minerale, e Davide, che i primi tempi si portava il panino, smise di portarselo. Il giornale: Roberto leggeva quello, e Davide, che non ne leggeva nessuno, cominciò a comprare quello. La macchina: a gennaio Davide disse che voleva comprarsi una macchina usata, e chiese a Roberto quale, e Roberto disse la Centoventotto, e Davide prese una Centoventotto. Un sabato di febbraio, mi raccontò, era andato a vedere un appartamento con la fidanzata — aveva una fidanzata, al paese, che nominava di rado — e lunedì chiese a Roberto se secondo lui il quartiere andava bene. Roberto disse che andava bene. Davide ne parlò per una settimana come di una cosa decisa.
Non so quando smisi di trovarlo naturale. So che a un certo punto mi accorsi che Davide non chiedeva più «come si fa» ma «cosa faresti tu», e che la seconda domanda è diversa dalla prima, perché la prima vuole un metodo e la seconda vuole un uomo. E Roberto un uomo lo era, con la sua faccia larga e la sua Centoventotto e la sua mezza minerale, e rispondeva a tutto con la stessa calma, che non era la calma di chi sa: era la calma di chi non ha mai avuto bisogno di sapere.
*
La Centoventotto arrivò un lunedì di fine gennaio, e Davide la parcheggiò sotto le finestre.
Lo seppi dal parquet, perché arrivò alle otto e cinque ma da solo, senza il passo di Roberto davanti, e con un passo nuovo, più largo, di uno che ha lasciato qualcosa di suo per strada. Appese il cappotto e andò alla finestra, e stette lì. Poi arrivò Roberto, alle otto e sette — due minuti, che per lui erano una cosa da segnare — e disse buongiorno signorina, e Davide disse: «Geometra, è giù.»
Scesero tutti e due. Li vidi dalla finestra: Roberto che girava intorno alla macchina, lento, con le mani dietro la schiena, come si gira intorno a un rilievo; che si chinava a guardare una gomma; che apriva la portiera e la richiudeva per sentire il rumore. Davide stava un passo indietro, come al tecnigrafo. A un certo punto Roberto disse qualcosa, e Davide annuì, e poi Roberto gli batté una mano sulla spalla, una volta, e risalirono.
«Bene, bravo» disse Roberto entrando, «sette più», e andò al tecnigrafo. Davide era rosso, e contento, e per tutta la mattina ogni tanto guardava fuori dalla finestra, dove la macchina stava ferma. Era verde, una Centoventotto verde di seconda mano, con un'ammaccatura sul parafango dietro che Roberto, girando, aveva guardato a lungo senza dire niente. Quella di Roberto era bianca, e stava dall'altra parte della strada, dove stava da anni.
Non so cosa gli avesse detto giù. So che quella sera, alle sei, Davide uscì per primo e da sopra lo vidi mettere in moto e restare fermo un po', con il motore acceso, prima di partire, e che il giorno dopo mi disse, senza che glielo chiedessi, che Roberto gli aveva detto di cambiare l'olio. Lo disse come si dice una cosa che si sa. Io dissi «Ah». Pensai che la macchina l'aveva comprata lui, con i suoi soldi, e che adesso era di Roberto anche quella.
*
La trattoria dietro la chiesa la vidi una volta sola, di passaggio.
Era febbraio, un martedì, e mi avevano mandata alla posta con una raccomandata che non poteva aspettare, e la strada passava di lì. Avevo fame, e non mi fermai: io mangiavo alla scrivania, un panino portato da casa, e non era una regola, era che nessuno mi aveva mai detto «venga anche lei», e a un certo punto una cosa che non succede diventa una cosa che non si fa. Ma passando guardai dentro.
Erano al tavolo di Roberto, quello in fondo, vicino alla stufa. Roberto stava di spalle alla porta, come uno che in quel posto non ha bisogno di vedere chi entra. Davide stava di fronte. Avevano davanti la stessa cosa, un piatto e una mezza minerale a testa, e Roberto parlava, con la forchetta in mano, e Davide ascoltava con il pane a metà, e la padrona passò e disse qualcosa a Roberto, e Roberto rise, e Davide rise dopo. Era lo stesso quadro della stanza, solo con la tovaglia.
Mi fermai il tempo di vederlo. Poi andai alla posta, e feci la fila, e tornai, e alle due erano di nuovo su, Roberto al tecnigrafo e Davide un passo indietro, e nessuno dei due aveva idea che li avessi visti. Non era niente. Due colleghi che mangiano insieme. Ma quel giorno, alla scrivania, il panino mi sembrò una cosa da signorina, e lo mangiai lo stesso, e poi buttai la carta.
*
Un lunedì di marzo Davide arrivò con la faccia di uno che ha passato la domenica in famiglia.
Era stato al paese, dalla fidanzata, e lo raccontò a Roberto mentre appendeva il cappotto: il pranzo dai genitori di lei, la partita alla radio, la passeggiata, il ritorno la sera con la Centoventotto e la nebbia. Roberto ascoltava con la scatola delle matite in mano. Poi disse la sua: che la domenica lui la faceva così, pranzo dalla suocera, partita, un giro. Che erano vent'anni che la faceva così. Che andava bene.
«Eh» disse Davide. «Infatti.»
E io, che lo avevo sentito raccontare la sua domenica prima di sentire Roberto raccontare la propria, mi accorsi che erano la stessa domenica. Non simili: la stessa, con le stesse tappe e nello stesso ordine, e raccontata con le stesse parole, «un giro», «la partita», e con la stessa conclusione, che andava bene. Davide l'aveva fatta prima e raccontata dopo, e io non sapevo se avesse fatto la domenica di Roberto o se l'avesse solo raccontata come l'avrebbe raccontata Roberto. Forse non lo sapeva nemmeno lui. A quel punto della storia, credo, non c'era più differenza.
*
Una volta lo chiese a me.
Roberto era a casa con l'influenza, febbraio, tre giorni, e la stanza era stranamente grande. Davide lavorava al tecnigrafo, la prima volta che lo vedevo starci da solo, e non era a suo agio: si alzava, si sedeva, andava alla finestra. Verso le undici venne alla mia scrivania. Aveva in mano un foglio di quelli della direzione lavori, con la lettera del viadotto, e mi chiese se secondo me la perizia — quella della pila quattro, che era ancora lì, ferma, perché Roberto non l'aveva finita — andava mandata anche alla stazione appaltante o solo alla direzione lavori.
Lo sapevo. Non perché capissi di perizie, ma perché di lettere ne avevo protocollate mille, e sapevo cosa andava dove. Sapevo anche un'altra cosa, che a lui non avevo mai detto e che non avrei detto: che quella perizia era ferma da due mesi e mezzo, e che Roberto, tra le altre cose, aveva paura di finirla.
«Non saprei» dissi. «Aspetti che torni il geometra.»
Davide disse «Sì, certo», e tornò al tecnigrafo. Non era ancora capace di darmi del tu, e neanche io a lui. Segnai la posta. Non pensai che avevo taciuto; pensai che non era il mio lavoro rispondere, ed era vero, era vero, e non era quello.
*
Le crepe le vedevo io. Non erano molte, e non erano grandi.
A gennaio era arrivato un modulo nuovo dalla Regione, per le comunicazioni sui lavori pubblici, e Roberto lo aveva guardato come si guarda una lettera in una lingua straniera, e lo aveva messo nel cassetto, e il cassetto era rimasto chiuso finché non lo compilai io, di mia iniziativa, copiando da un modulo che avevo visto passare in un altro ufficio. A febbraio aveva risposto al telefono a un ingegnere della direzione lavori con la formula che usava per i fornitori, «mi dica», e dall'altra parte c'era stato un silenzio che avevo sentito fin dalla mia scrivania. A marzo, sulla perizia della pila quattro, che alla fine aveva finito, c'era un numero sbagliato in una quota — lo vidi io, perché batto a macchina le relazioni e i numeri li guardo — e lo corressi sulla copia da mandare, e non dissi niente, e lui non se ne accorse.
Davide non le vedeva. O le vedeva e non le capiva: vedeva Roberto mettere il modulo nel cassetto e pensava che il modulo non fosse importante. Vedeva il silenzio al telefono e pensava che l'ingegnere fosse maleducato. Ogni crepa, passando per lui, diventava un fatto del mondo, non un fatto di Roberto. Era il modo in cui guardava. Aveva deciso che Roberto sapeva, e da quel momento tutto quello che Roberto faceva era una prova che sapeva, anche le cose che erano la prova del contrario.
Io no. Ma io non avevo deciso niente, non avevo bisogno di crederci, e forse per questo vedevo. È facile vedere il re nudo quando non si è mai avuto niente da chiedergli.
*
Il dottor Macchi stava al piano di sopra, e per noi era soprattutto una firma.
Era il capo dell'amministrazione, e da due anni, da quando il vecchio direttore era morto, era anche quello che comandava sull'ufficio tecnico, cosa che a Roberto non era mai andata giù e che diceva, a modo suo, con una frase: «Il dottore le firma, ma non le legge.» Lo diceva ridendo. Non aveva mai capito, credo, che Macchi era di quelli a cui certe risate arrivano anche attraverso i pavimenti.
Lo vedevo poco. Quando scendeva lo sentivo dalle scale — un passo corto, veloce, di uno che ha sempre qualcosa da fare in un altro posto — e poi la porta si apriva senza bussare e lui diceva «Buongiorno» a tutti insieme e guardava qualcosa sul tecnigrafo, e Roberto gli spiegava con la sua voce da uomo che ha tempo, e Macchi ascoltava con la faccia di chi non è sicuro se lo stiano prendendo in giro. Era un uomo piccolo, curato, con gli occhiali d'oro e una laurea che aveva messo in cornice sulla parete dietro la scrivania, dicevano quelli del piano di sopra, e che nessuno di noi aveva mai visto. Non era cattivo. Era peggio: era uno che non era sicuro di essere rispettato, e che passava le giornate a cercarne le prove.
Roberto lo trattava come trattava tutti. Cortese, tranquillo, con la mano aperta e la battuta pronta. Era la sua cortesia, quella che andava bene per il ragazzo dell'eliografia e per l'ingegnere della direzione lavori e per il barista, e che per questo non andava bene per Macchi, che avrebbe voluto una cortesia solo sua. Non credo che Roberto lo abbia mai saputo. Io sì, dalla mia scrivania vicino alla porta, dove le circolari del piano di sopra arrivavano prima che a chiunque. E le protocollavo, e non dicevo niente, perché non c'era niente da dire: erano solo circolari.
III
La riunione fu il ventisette di marzo, un giovedì, nella sala al piano di sopra.
C'erano il dottor Macchi, l'ingegnere della direzione lavori venuto apposta, i due dell'ufficio gare, Roberto e Davide. Si parlava del viadotto, della pila quattro, della perizia che finalmente era partita e che la stazione appaltante aveva rimandato indietro con delle osservazioni. Io non c'ero. Le riunioni non erano cose da signorina: io preparavo le copie, le portavo su, e poi aspettavo fuori, nel corridoio, con il blocco, nel caso servisse qualcosa. Servì il caffè, alle undici, e lo portai, e vidi la sala per un minuto: Macchi in fondo, con gli occhiali d'oro e le carte davanti in ordine, l'ingegnere che parlava, Roberto che ascoltava con la faccia tranquilla, Davide accanto a lui che prendeva appunti su tutto.
Poi tornai fuori e la porta si chiuse, e per un'ora sentii solo le voci, non le parole.
Quello che successe lo seppi dopo, un pezzo per volta, come si sanno le cose quando si sta nel corridoio. Sembra che Macchi, a un certo punto, avesse detto la sua sulla perizia. Che avesse letto un numero, o una quota, o una cosa qualsiasi, e l'avesse detta con la voce di chi ha studiato il fascicolo la sera prima. E che il numero fosse giusto. Non era sempre giusto, Macchi, quando parlava di cose di cantiere; ma quel giorno lo era, e forse per questo Roberto, che era contento, e a cui l'ingegnere aveva appena dato ragione su un'altra cosa, fece quello che faceva con tutti.
Aprì la mano, e disse: «Bene, bravo, sette più!»
Lo sentii. Sentii quella frase, che conoscevo bene, attraverso la porta, con la sua musica, e sentii — questo lo sentii davvero — la risata dell'ingegnere, che era una risata di uno che quella battuta la sapeva e la trovava simpatica, e una risata più corta, dei due delle gare. E poi niente. Non un silenzio, perché un silenzio lo si sente: era il rumore di una stanza in cui la gente si è accorta di qualcosa un attimo troppo tardi.
La riunione durò un altro quarto d'ora. Poi la porta si aprì. Uscì l'ingegnere, che mi fece un cenno; uscirono i due delle gare, che non mi guardarono. Uscì Roberto, e aveva la faccia di sempre, la faccia larga, e mi disse «Signorina, le copie le lasci pure su, le prendo dopo», e scese le scale col suo passo. Poi uscì Davide.
Davide aveva una faccia che non gli avevo mai visto. Non era spavento, e non era ancora niente: era la faccia di uno che ha visto una cosa e non ha ancora deciso cosa ha visto. Mi passò davanti senza vedermi. Sulle scale lo sentii fermarsi a metà, e poi riprendere.
Macchi uscì per ultimo. Chiuse la porta con cura. Mi disse «Buongiorno» — era mezzogiorno — e andò nel suo ufficio, e la porta di quello si chiuse più forte.
*
Cominciò con una circolare, come cominciano le cose nelle ditte.
Era del due aprile e diceva che, per «razionalizzare i flussi», le comunicazioni con le direzioni lavori dei cantieri in corso sarebbero passate d'ora in poi dall'ufficio gare, e non più dall'ufficio tecnico. Cioè: le lettere del viadotto non arrivavano più a Roberto. Arrivavano di sopra, e da lì, se serviva, scendevano già decise. La protocollai. Ne feci la copia per Roberto, gliela portai, lui la lesse e disse «Bene» e la mise nel cassetto, e riprese a disegnare.
La seconda era del quindici. Chiedeva all'ufficio tecnico una «relazione sullo stato delle tavole in lavorazione», da consegnare in tre giorni, con l'elenco di tutto, e la data di inizio e la data prevista di fine, tavola per tavola. Non aveva senso: le tavole erano quelle, le sapeva anche Macchi. Ma era un lavoro di tre giorni, e nei tre giorni Roberto non disegnò, fece elenchi, e li fece male, perché non li aveva mai fatti, e la relazione tornò indietro con una nota a matita, «incompleta», e la rifece.
A fine aprile arrivò una lettera per Davide. Per Davide, non per l'ufficio: un lavoro di rilievo su una strada provinciale, cosa piccola, da fare in due giorni, che Macchi affidava «al geometra Davide» per nome, con la sua firma sotto. Roberto la lesse, perché le lettere per la stanza le leggeva tutte, e disse «Bene, bravo», senza il sette più, e gliela passò. Davide la prese. Andò a fare il rilievo. Tornò, e lo disegnò al tecnigrafo, sul tecnigrafo di Roberto, mentre Roberto compilava la relazione sulle tavole.
A maggio spostarono la scrivania. Non quella di Roberto: quella di Davide, che da sotto la finestra andò al centro della stanza, accanto al tecnigrafo, «per praticità», disse la nota, che era di due righe e firmata. Vennero due operai del magazzino, la sollevarono e la posarono. Il parquet, sotto la scrivania spostata, aveva un colore diverso, più chiaro ancora, quasi bianco, il colore che aveva quando l'avevano messo.
Ognuna di queste cose passò da me. Ogni foglio l'ho protocollato io, con la data e il numero, e per ognuno ho fatto la copia e l'ho portata dove doveva andare. Li ho ancora in mente uno per uno, i numeri di protocollo. Non ho mai scritto niente accanto.
Una volta sola Macchi mi parlò. Era metà maggio, e scese lui, con il suo passo corto, e invece di andare al tecnigrafo venne alla mia scrivania e mi mise davanti una busta chiusa.
«Questa è per il geometra Roberto» disse. «La consegni a mano, signorina. Grazie.»
Lo disse con gentilezza. Con una gentilezza vera, credo, la gentilezza di uno che non ha niente contro di me e che di me non sa nemmeno il cognome. E se ne andò. Io presi la busta, mi alzai, attraversai i quattro metri di parquet — tre assi, una che tace — e la posai sul tecnigrafo, davanti a Roberto, che alzò gli occhi e disse «Grazie, signorina» e la aprì.
Non so cosa c'era dentro. Non l'ho mai saputo. So che quel giorno non ero più quella che guardava. Ero quella che porta.
*
Roberto continuò ad arrivare alle otto e cinque.
Continuò la giacca, la cravatta, il cappotto sul secondo gancio, la scatola delle matite a destra. Continuò a dire buongiorno signorina come una cosa decisa il giorno prima, e continuò a rispondere a Macchi con la cortesia che usava per il barista, «ma certo, dottore», «senz'altro, dottore», anche quando la relazione tornava indietro per la terza volta. Non alzò mai la voce. Non disse mai, a nessuno, che gli stavano facendo qualcosa. Forse non lo sapeva. Forse lo sapeva e non aveva le parole, perché le parole per dire una cosa così non le aveva mai dovute imparare, in venticinque anni in cui il mondo era stato in ordine.
Una volta provò a parlargli. Salì di sopra, a giugno, senza appuntamento, con una tavola arrotolata sotto il braccio — la tavola nuova delle fondazioni della pila quattro, che era bella, l'avevo vista — e bussò alla porta di Macchi, e ci restò dieci minuti. Non so cosa gli disse. Immagino che gli abbia mostrato la tavola. Immagino che abbia pensato che il lavoro parlasse da sé, perché era l'unica cosa che aveva mai pensato. Scese col suo passo, e la tavola ancora sotto il braccio, e dal giorno dopo la nota che lo riguardava fu più corta e più fredda, e il suo nome, nelle circolari, cominciò a comparire senza «geometra» davanti.
*
Davide guardava.
All'inizio guardò come aveva sempre guardato, un passo indietro, aspettando. Ma aspettare vuol dire aspettare qualcosa, e a un certo punto, credo in aprile, si accorse che non c'era niente da aspettare: che Roberto davanti a quelle circolari non tirava fuori un'arma che aveva tenuto nascosta, non chiamava nessuno, non sapeva chi chiamare, e rispondeva «ma certo, dottore» perché era l'unica risposta che aveva. Non c'era un piano. Non c'era mai stato un piano, dietro la faccia larga. C'era la faccia larga.
Lo vidi succedere per gradi, dal parquet. Una mattina Roberto si alzò per andare al tecnigrafo e Davide, che fino al giorno prima si alzava con lui, restò seduto. Non per fare un dispetto: era distratto, o stanco, o semplicemente non ci pensò. Ma il giorno dopo restò seduto ancora, e poi sempre. Smise di chiedere «cosa faresti tu». Smise di scendere per il caffè alle dieci e mezza; scendeva alle undici, da solo. Il rilievo della provinciale lo aveva disegnato a modo suo, con una convenzione per le quote che Roberto non usava, e quando Roberto lo vide disse «Mah» e nient'altro, e Davide lasciò la tavola com'era. Nessuno gli disse niente. Salì di sopra, firmata, e tornò approvata, e la cosa che Davide imparò da quel foglio fu che si poteva.
A giugno, quando Roberto era di sopra con la sua tavola sotto il braccio, arrivò un plico dal piano di sopra: le tavole dei sottoservizi di un altro cantiere, un lavoro che era sempre stato di Roberto, con una nota che le affidava «al geometra Davide, per continuità». Lo protocollai. Lo portai a Davide, perché c'era il suo nome. Lui lo aprì, lo lesse, guardò il tecnigrafo vuoto, e poi guardò me — fu una delle poche volte — e disse: «È per me.»
«C'è scritto così» dissi.
Lo prese. Non disse di no. Non chiese a Roberto, quando tornò, se lo volesse lui. Lo stese sul tecnigrafo, e quando Roberto rientrò con la sua tavola arrotolata trovò il tecnigrafo occupato, e andò a sedersi alla sua scrivania, e ci restò.
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A fine giugno venne il sindacalista.
Non era della nostra ditta. Era uno di quelli della categoria, che passava ogni tanto per le tessere e per sapere come andava, un uomo alto con la barba e la borsa di cuoio, che con Roberto aveva sempre parlato di calcio. Quel giorno Roberto non c'era, era in cantiere, e Davide era all'eliografia, e nella stanza c'ero io.
Si sedette sull'angolo della scrivania di Davide, quella spostata al centro, e mi chiese come andava. Poi mi chiese, con un'altra voce, se andava tutto bene, qui, nell'ufficio tecnico. Aveva sentito dire — non disse da chi — che c'erano state delle cose. Delle circolari. Un trasferimento di competenze. Voleva sapere se c'era qualcosa. Se il geometra aveva bisogno di qualcosa.
Mi guardava. Era una domanda fatta a me, che ero l'unica a cui in quella ditta non veniva mai fatta una domanda, e lui l'aveva fatta perché sapeva, come lo sapevo io, che dalla mia scrivania passava tutto. Se avessi detto sì, sarebbe successo qualcosa. Non so cosa: una lettera, una riunione, una parola detta a Macchi da qualcuno che Macchi doveva ascoltare. E in quella lettera, in quella riunione, ci sarebbe stato il mio nome. Ci sarebbe stato scritto che la signorina aveva detto. Che la signorina aveva visto. Che la signorina, per una volta, stava da una parte.
«Normale» dissi. «Va tutto normale.»
Lui mi guardò ancora un momento. Poi disse «Bene», si alzò, e mi salutò con la mano, e scese le scale con il suo passo di uomo alto. Io tornai al protocollo. C'era da segnare una lettera in entrata, e la segnai, e la mano non tremava, e questo, mi ricordo, mi fece impressione.
*
La nota del trasferimento arrivò il quattordici di luglio.
Diceva che il geometra Roberto — senza «geometra» — era assegnato, «per esigenze organizzative», all'ufficio di cantiere della tangenziale, che era a trenta chilometri, in una baracca di lamiera dove si stava a fare i libretti delle misure, un lavoro da geometra di primo pelo, con decorrenza primo agosto. Era di quattro righe. La protocollai. Ne feci la copia. La portai.
Roberto la lesse alla scrivania — non al tecnigrafo, che ormai era di Davide — e la lesse una volta sola, e poi la ripiegò e la mise nella tasca interna della giacca, non nel cassetto. Disse «Bene». Poi si alzò, si controllò la cravatta con due dita, e andò alla finestra, e ci rimase un po'.
Gli ultimi giorni di luglio furono uguali agli altri. Alle otto e cinque, tre assi, una che tace, il secondo gancio. Aveva ancora una tavola da finire, una cosa piccola, e la finì il trenta, e la firmò nel cartiglio con la sua firma, e mi chiese di protocollarla. Il trentuno, alle sei, mise la scatola delle matite in una borsa di tela, prese il cappotto dal gancio — era estate, non serviva, ma il cappotto stava lì da ottobre — e disse «Buonasera, signorina. Buonasera, Davide», e Davide disse «Buonasera, geometra», e Roberto scese le scale col suo passo, e il parquet fece la sua figura per l'ultima volta.
Seppi in settembre, dal piano di sopra, che alla tangenziale c'era stato un mese e mezzo, e che poi aveva chiesto i conti. Aveva cinquantatré anni e gli anni di contributi che servivano; la ditta non fece storie. Non venne a salutare. Il cappotto non c'era più da luglio, e il gancio rimase vuoto, il secondo da sinistra, e nessuno lo prese.
La mattina del primo agosto arrivai alle otto meno un quarto, come sempre, e la stanza era mia per dieci minuti. La scrivania di Roberto era vuota. Ci passai uno straccio, come faccio con tutte, e svuotai il cassetto, dove c'erano una velina piegata in quattro, un modulo della Regione mai compilato, e una circolare del due aprile. Li misi nel cestino. Poi aprii la finestra, e misi su il caffè.
IV
Davide arrivava quando arrivava.
Alle otto e dieci, alle otto e venti, una volta alle nove meno un quarto con una scusa che non chiesi. Sul parquet aveva un passo nuovo, che non era né il suo di ottobre né quello di Roberto: era il passo di uno che sa dove va e non ha bisogno di dirlo alle assi. Appendeva la giacca — la giacca, adesso, non il cappotto, e non era più quella larga, ne aveva comprata una sua — al quarto gancio, senza guardare il secondo. La cravatta la portava ancora. Ma non se la controllava più con due dita; se la portava come si porta un orologio, perché ce l'hai.
Il tecnigrafo era suo. Ci lavorava bene, meglio di quanto avessi pensato, con quella sua convenzione per le quote e un modo di tenere la squadra che Roberto avrebbe chiamato sbagliato e che a nessuno più veniva in mente di chiamare in qualche modo. In settembre gli diedero un aiuto, un ragazzo di ventitré anni, che si mise alla scrivania sotto la finestra, quella che era stata di Davide, e che lo guardava lavorare un passo indietro. Davide non gli diceva «vedrai». Gli diceva le cose. Gliele diceva bene, con precisione, e il ragazzo imparava. Ma non gli diceva mai perché, e non credo che il ragazzo se ne accorgesse, e non credo che Davide sapesse che c'era una differenza.
*
Di Roberto parlò una volta.
Era ottobre, il ragazzo aveva sbagliato una quota, e Davide gliela corresse, e poi, guardando la tavola, disse, con leggerezza, come si dice una cosa vera e senza importanza: «Il geometra di prima ci avrebbe messo una settimana ad accorgersene. Bene, bravo, sette più.» E rise. Rise da solo, perché il ragazzo non sapeva chi fosse il geometra di prima e non sapeva cosa fosse il sette più; e la risata gli venne un po' corta, e poi la mattina andò avanti.
Con Macchi era cortese. Era la cortesia di Roberto, le stesse parole, «ma certo, dottore», «senz'altro», e sentendola per la seconda volta ci sentivo, come sempre, i buchi: solo che stavolta i buchi erano voluti. Davide diceva «ma certo, dottore» e non ci credeva, e Macchi lo sentiva, credo, e non gli importava, perché era una cortesia tutta sua, fatta apposta per lui, ed era quello che aveva sempre voluto. Con l'ingegnere della direzione lavori, Davide era cortese allo stesso modo. Con il ragazzo dell'eliografia. Con me. Trattava tutti bene, allo stesso modo, e a un certo punto capii che era il modo più educato che avesse trovato per non tenere a nessuno.
*
Roberto lo rividi in novembre, all'ingresso.
Ero scesa a prendere un pacco e c'era, seduto sulla sedia di plastica accanto al banco della reception, dove aspettano i fornitori e i rappresentanti. Aveva la giacca, la cravatta, il cappotto sulle ginocchia. Aspettava un foglio: la ragazza del banco mi disse dopo che era per la pensione, un certificato di servizio, che dovevano firmare di sopra e che di sopra ci mettevano il loro tempo. Era lì da un'ora.
Mi vide. Fece il cenno che faceva quando le cose erano a posto, quello piccolo, con la testa, e disse: «Signorina.» Io dissi: «Geometra.» Non mi fermai. Non si alzò. Presi il pacco e risalii le scale, e sul pianerottolo mi fermai per riprendere fiato, come mi capitava, e pensai che aveva la stessa faccia. Non più larga, forse. Ma la stessa. Le abitudini erano sopravvissute anche a quello, alla baracca e ai libretti e alla sedia di plastica. Non avevano mai avuto bisogno di lui per stare in piedi; erano loro che tenevano in piedi lui.
*
Fu quel pomeriggio che Davide mi parlò.
Il ragazzo era all'eliografia. Davide era al tecnigrafo, e io alla mia scrivania, e a un certo punto smise di disegnare e si voltò, con la matita in mano, e mi guardò con la faccia tranquilla che si era fatto in quei mesi, e disse:
«L'ha visto, giù?»
«Sì.»
Annuì. Guardò la tavola, poi di nuovo me. E disse, con calma, come chi ha capito una cosa e la dice per farne parte anche a un altro:
«Lei lo sapeva prima di me, che non sapeva niente. Vero?»
Non risposi. Non ce n'era bisogno, e lui non aspettava.
«E non ha detto niente. Ha fatto bene.» Sorrise, un sorriso che non chiedeva niente. «Non era affar suo.»
Poi tornò alla tavola.
Rimasi con le mani sul registro. Aveva ragione, e non lo sapeva. Aveva ragione sul fatto — lo sapevo prima di lui, lo sapevo dalla porta socchiusa, dalla perizia ferma nel cassetto, dal numero sbagliato sulla quota — e aveva torto sul resto, e il torto era l'unica cosa che contava. Non era affar mio: era vero. Ma non avevo taciuto per quello. Avevo taciuto perché parlare voleva dire esserci, avere un nome, stare da una parte, e io da una parte non ci ero mai stata, con nessuno, per paura di quello che si deve a chi ti sta accanto. La risposta vera cominciava così: «Non era perché non era affar mio.» E poi continuava, e la continuazione era tutta la mia vita, e a Davide non la dovevo, e a nessuno.
Non dissi niente. Segnai una lettera in entrata. Fu il silenzio che mi costò di più, e lui non se ne accorse, perché adesso era uno di quelli che non si accorgono.
*
Roberto aveva fatto quel lavoro per venticinque anni.
Ci penso qualche volta, la mattina, nei dieci minuti in cui la stanza è mia. Venticinque anni di tavole, di cartigli firmati in basso a destra, di perizie fatte firmare; e non gli erano serviti a capire che un uomo con gli occhiali d'oro lo voleva fuori, né a capire cosa fare quando l'ha capito. Non gli erano serviti nemmeno a dire una cosa semplice a un ragazzo che gliela chiedeva. Avrebbe potuto dirgli «non lo so». Una volta sola, sulla pila quattro, con la lettera in mano: «Non lo so, Davide.» Non lo disse. Non credo che sapesse di poterlo dire. Gli avevano dato un ruolo, e un ruolo si porta come una cravatta, e nessuno gli aveva mai spiegato che dentro, a un certo punto, bisogna metterci qualcosa.
Questo lo penso di lui.
Poi sento le scale. Il passo di Davide, che non ha bisogno di dirlo alle assi; dietro, il passo del ragazzo, che ci prova. Tre assi, una che tace, il tratto lungo fino ai ganci. Il quarto e il quinto. Il secondo resta vuoto. Buongiorno signorina. Buongiorno. Il tecnigrafo fa il suo lamento, la matita comincia. Sono le otto e dieci, o le otto e venti. Il caffè è pronto.
Segno la data sul registro, e aspetto la posta.