L’umanità è parte dell’accadere, essa è dentro la totalità indefinibile di ciò che succede, che è successo e che succederà ma, quando tenta di decodificare ciò che sta accadendo, per porre un rapporto tra sé stessa e gli eventi, per preservarsi, riconoscersi ed identificarsi, allora le parti si scindono dalla pienezza e questo pone in essere la realtà particolare dell’ego: il suo tempo, la sua illusione ed il suo orizzonte degli eventi.
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C'erano delle acque fredde ma cristalline come non mai, dolcemente poggiate quell'afoso pomeriggio in un'osservazione attenta, scrupolosa e stupefatta, addotta con sconcerto dalle masse imponenti che venivano disciplinatamente mosse con tatto, finezza ed educazione, ma in modo comunque rude e deciso da un mare affaticato dai numerosi travagli che lo vedevano indaffarato all'inverosimile, per ricomporre con dedizione magistrale ed assoluta quegli incessanti affronti che lo tormentavano da tempo immemore: anche là, come il calpestio brutale e violento degli umani accompagnato dal vociare alto e confusionale insultava il silenzio dei sentieri secolari dei monti, c’era il berciare dei bagnanti, il ruvido schiamazzo dei pedalò, quell'arrogante prepotenza dei yacht ed il barbaro avvelenamento per i rifiuti lasciati ovunque; era una costante tortura e villania alla quiete profonda e misteriosa, che non ledeva affatto l'infinita e meticolosa pazienza del ricomporre ogni volta ciò che veniva violato.
Che cos'è la mediocrità?
Sforzarsi nell'efferato tentativo di essere il modello da seguire nel pubblico, ad esempio nel lavoro; distinguersi, mostrarsi, primeggiare, conformarsi per sostenere, disciplinarsi per sorreggere e lottare per raggiungere posizioni, per ritrovarsi però poi nella contraddizione eclatante della crudeltà nel privato, ad esempio nella trascuratezza della famiglia, non è forse mediocrità?
Stare con gli altri per non rimanere soli, usarli e gettarli a proprio consumo per essere riconosciuti, celebrati, confermati e non restare isolati; sentirsi soli senza mai essere stati soli, non è forse mediocrità?
Nascondersi nel disordine indicando sempre gli altri; fuggire nella menzogna per inventare ogni volta un'altra finta verità cui aggrapparsi; incolparsi meschinamente in quei frangenti dolorosi per non vedersi realmente come si è; professare qualcosa con manifestato orgoglio e vanto, ma in pratica comportarsi diversamente sino a ritrovarsi all’opposto, non è forse mediocrità?
Non avere alcuna dose di scetticismo su sé stessi; ridere o piangere con facilità per non affrontare immediatamente un problema che richiede attenzione e responsabilità; obliterarsi nel metodo, nell'abitudine o nella fallace consuetudine della meccanicità della regola morale, sociale o inventata scaltramente per asserire di aver fatto questo o quello e lavarsene le mani, non è forse mediocrità?
Non siamo già incuranti in noi stessi quando non ci ascoltiamo mai, quando assecondiamo sempre le nostre pulsioni egocentriche indulgendo ad esse, ricorrendo poi all’astuta sagacia del pentimento addotto per apparentemente riappacificarci, come quando siamo sottilmente avidi ed ambiziosi nel dire che lo sono gli altri ma noi invece no?
È necessario forse drogarsi o conoscere la sensazione che adduce la dipendenza dagli stupefacenti, per comprendere la brutalità del gesto violento e cruento verso sé stessi di chi si droga?
Come mai allora quando vediamo l'avidità e l'ambizione negli altri la riconosciamo, condanniamo quel vedere e subito diciamo che noi non lo siamo?
Non è forse che osservando l'altro stiamo vedendo proprio noi stessi, sotto forma di impressione reattiva della memoria che reagisce al visto e che nel rifiuto di vedersi perché è stata svelata, resiste e nega?
Quando asseriamo che noi non siamo avidi o ambiziosi, non è proprio quella certezza un'ambizione che fa strada all'avidità, quella di non essere come gli altri, ma una persona giusta, buona e migliore che, se non lo è già adesso, sicuramente lo diventerà?
Se non ho più in me la minima impronta di avidità mossa dall'ambire, perché ho visto in me stesso gli effetti brutali, devastanti, violenti ed efferati del suo movimento, allora questo orrore non mi appartiene più, non è riconoscibile da nessun ricordo o reazione indotta, immaginata o proiettata; di conseguenza c'è la qualità della cura, della purezza, della sensibilità e della diligenza, che sono la virtù dell'essere ordinati e retti senza saperlo.
Quando si vede il falso, senza movimento interiore, il vero appare radioso nella sua immensità, dissipando così ogni oscurità, totalmente.
Il seme della mediocrità mette le sue radici proprio nell'incuria; nell'iniziare a fare quelle tante cose e non completarle mai; nel dire farò, provvederò o mi impegnerò per non agire affatto; nello scusarsi immediatamente ed astutamente per ripararsi o scostarsi dall'essere indicati dall’altro; nell'inventare contraddicendosi innumerevoli motivi per non ammettere mai un errore; nel tollerare o evitare un evento scomodo per non averci in pratica mai a che fare: quando questo seme germoglia dunque, diviene progressivamente una quercia secolare così ampia e vasta che non lascia il posto ad altro che a sé stessa, per tale motivo dove c'è incuria, l'ombra che la insegue è sempre quella della mediocrità.
Sarebbe possibile iniziare allora da molto vicino e rendersi conto della noncuranza già verso l'ascolto del grido interiore di noi stessi che chiede aiuto?
Quell'ascolto assorto ed attento senza intervento alcuno, per sentire cosa ha da dire la storia delle nostre profondità e vedere come ci ha ridotti, osservandone la falsità senza sapere quale sia la verità, è quella cura straordinaria che pone quella certa fine alla mediocrità, completamente e soprattutto, immediatamente. L'amore è una pianta delicata e meravigliosa che necessita di terra fertile, costanti cure e salda dedizione: può mai fiorire questo rigoglio clamoroso della bellezza senza oggetto e senza causa nell’arida e sterile distesa interiore di noi stessi? Solamente il pianto umile della comprensione, può rendere florida quella tundra desolata e gelida, perennemente oscurata dall’atrocità mediocre e truce dell'ego.