L’enigma dell’oracolo (1)

scritto da il Moscone
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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Autore del testo

Immagine di il Moscone
Autore del testo il Moscone
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thriller mitologico a puntate "Io Tiresia, anche se cieco, pulsante tra due vite, vecchio con seni vizzi di donna, posso vedere all’ora violetta, all’ora serale che insegue il ritorno e riporta a casa il marinaio dal mare," T.S. Eliot
- Nota dell'autore il Moscone

Testo: L’enigma dell’oracolo (1)
di il Moscone

Ulisse saliva il Monte Cillene verso il tempio di Hermes, in cerca di Tiresia, il veggente.
Il suo stratagemma era stato scoperto: si era finto pazzo per non andare in guerra con quel prepotente di Agamennone, per non allontanarsi dall'amata Penelope e dal sacro ulivo del suo letto matrimoniale nella sua reggia di Itaca.
Di fronte a tutti i fulgidi eroi della Grecia, con abiti luridi e un cappellaccio da porcaro in testa, cominciò a seminare sale sulla riva del mare, e ad arare affondando l’aratro nella sabbia. L’unico che intuì l’inganno fu Palamede, figlio di Nauplio e Climène, re dell’Eubea. Ricorse a una soluzione astuta quanto la mente del re di Itaca, per decidere se Ulisse era folle o no: prese in braccio Telemaco, il figlio appena nato da Penelope, e lo posò dove l’aratro stava per rivoltare le zolle.
Ulisse alzò di colpo la lama affilata in mezzo all’aratro, che avrebbe tagliato in due il bambino. La sua pazzia si rivelò falsa a tutti, e gli fu d’obbligo di prepararsi alla partenza per la guerra contro Troia.
Come ultima condizione chiese e ottenne due giornate per salire il Cillene in cerca di Tiresia.
Accettava il suo Fato ma come suo stile,voleva prima conoscerlo.
In cima al monte Cillene, Tiresia non c'era più e la costruzione in cui Ulisse entrò non era più un tempio, ma si si trattava di un portico, o meglio di una terrazza che dava sul panorama del mare: la stanza in cui si conservava la statua del dio non aveva più tetto e riparo.
Il viandante avvolse la sua figura in un manto scuro, e si girò dando le spalle alla statua del dio Hermes.
Piegò in basso la testa ricciuta e cominciò a meditare, scrutando il magnifico golfo e la propria anima.
Era rimasto a proteggerlo dal forte vento della cima del Cillene un muro di mattoni rossi, opera del tutto recente che, pertanto, contrastava fortemente con il pavimento, formato invece da blocchi di pietra dell’età arcaica, e con le colonne di marmo che formavano l’ingresso sulla sinistra e che costituivano la struttura del tempio.
A destra di questo muro si apriva una stanza, il Sancta Sanctorum, senza soffitto, uno spazio delimitato da tre
mura, chiusa sul davanti da una nera tenda che ricopriva tutto l’ingresso della stanza; dietro la tenda si intravedeva una statua marmorea, ma essa ne lasciava scorgere appena la sommità del capo.
Sopra il capo di Ulisse, un’altra tenda nera era sospesa invece sotto un’arcata che si apriva sul paesaggio, ma questa tenda era sollevata in alto dal vento e lasciava apparire, pertanto, il paesaggio mediterraneo, le colline che si ergevano sul mare, le case bianche ed il cielo luminoso; su questo paesaggio si stagliava la silhouette della figura ammantata del re di Itaca, con il viso piegato in basso.
"Dov'è finito Tiresia? Devo indagare...Agamennone può attendere."
Mente scaltra e profonda, Ulisse parlò con i contadini e gli allevatori di bestiame che vivevano vicino al tempio.
Non ci volle molto, per i suoi pensieri veloci e intrecciati come nodi di canapa, ricostruire gli ultimi eventi che erano stati la vita di Tiresia.
Tiresia era diventato cieco per colpa di un fulmine quand’era un bambino di soli sette anni e quel fulmine era caduto vicino ai suoi piedi e il lampo l’aveva accecato, per cui aveva sviluppato la capacità di sentire le cose anche senza poterle vedere e sentiva anche quello che non era ancora accaduto.
Si vociferava che avesse visto la possente Atena nuda fare il bagno in una sorgente e per punizione era diventato cieco e nello stesso momento aveva ricevuto il dono della preveggenza.
Anni prima, sempre sulle pendici del monte Cillene, Tiresia a mezzogiorno incontrò una coppia di serpenti intrecciati che facevano l’amore.
Un maledetto istinto di violenza s’impossessò della sua anima, e colpì con tanta forza la femmina da ucciderla.
In quel medesimo istante, il suo corpo si trasformò e diventò quello di una donna .
Per sette anni visse così. Vagava di città in città, e fece esperienza in tutti i modi dell’essere donna.
Sette anni dopo, gli capitò il medesimo incontro: due serpenti in amore. Questa volta non dimostrò violenza e né morbosa curiosità, conosceva ormai bene il congiungimento sessuale, tanto lo aveva praticato come femmina. Ma qualcosa di più forte di lui lo spinse a ripetere il gesto di tanto tempo prima. Senza sapere il perché, colpì il maschio e lo uccise.
Istantaneamente, il corpo di Tiresia subisce una nuova metamorfosi e ritornò maschio.
Per queste sue esperienze venne convocato da Zeus e da Era per dirimere una dello loro liti abituali:
« Raccontaci Tiresia, quando un uomo e una donna si congiungono per provare il piacere, è più grande il piacere dell’uomo o quello della donna?»
Tiresia alzò il bastone verso l’alto come a voler toccare il cielo e disse, senza mezzi termini, che se si divideva in dieci parti il piacere complessivo provato durante una congiunzione, di queste dieci parti di piacere ben nove le provava la donna e solo una era quella che provava l’uomo.
Era la tesi che sosteneva Zeus che vinse la scommessa con la sua Signora dell’Olimpo.
Era non la prese bene e la Regina degli dei sapeva essere brutale e vendicativa, come tutti sanno.
Secondo molti, fu lei, non Atena, che fece scendere sugli occhi di Tiresia le ombre della cecità.
E allora Zeus, per risarcirlo della sua sofferenza, gli donò la preveggenza e una vita che sarebbe durata per sette generazioni.
Anni dopo però i sacerdoti di Era si scagliarono contro Tiresia, come belve che hanno perso la ragione, e lo malmenarono così a lungo che dopo un po’ il vecchio cadde sul pavimento privo di vita.
Alla fine uno dei sacerdoti ordinò che il corpo senza vita del vecchio Tiresia fosse dato in pasto alle belve della foresta, perché si trattava di un uomo sacrilego che aveva osato oltraggiare la virtù delle donne, che sono al servizio del matrimonio e dei figli e che il piacere lo ricavano tutto dal servizio reso al marito, ai figli, alla famiglia.
“E’ tempo di tornare da Agamennone e da Achille – bambocci che vivono solo per sfidare il Fato… - e a quella inutile guerra.
Troverò il modo di venire a trovarti nell’Ade, Tiresia, per chiederti con riti opportuni del mio destino…”

- fine della prima parte -
L’enigma dell’oracolo (1) testo di il Moscone
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