Gli anni in cui imparai ad amare mio padre - 1

scritto da mcb/vert
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Testo: Gli anni in cui imparai ad amare mio padre - 1
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Gli anni in cui imparai ad amare mio padre - 1

Dal diario di una ragazza di campagna…

…Fu più o meno verso la fine dell'estate, nel giorno del mio undicesimo compleanno, ovvero l’anno dopo che mia madre mi scaricò in campagna affidandomi alle cure di mio padre, per poi sparire per sempre dalla mia vita, che ebbi per la prima volta la netta sensazione d'essermi assuefatta a quella nuova vita, sorprendendomi di come fosse stato facile abituarmi al duro lavoro dei campi e alla pesante incombenza di mandare avanti un’enorme casa.

Fin da quando mia madre prese la decisione di fuggire da quella fattoria e da un marito che non amava, (ma che l’aveva salvata da un’imbarazzante gravidanza) in me venne a crearsi, complici i suoi atteggiamenti, la convinzione che fosse quella la vita che mi spettasse, tant’è che nei miei primi otto anni di vita, ebbi modo di vedere mio padre una sola volta e fu quando egli venne in città per i funerali dei miei nonni.
In quell’occasione ebbi modo di vederlo soltanto di sfuggita, giacché mia madre fece tutto ciò che era in suo potere perché il nostro incontro risultasse poco più che un saluto, infatti mi fu possibile scambiare con quell’uomo assolutamente mal vestito e dall’aspetto indecifrabile, soltanto qualche frase di cortesia.
In realtà, quando mia madre mi portò via dalla fattoria ero talmente piccina che mi fu impossibile riconoscere l’aspetto fisico di qualcuno del quale non ricordavo neppure quale fosse il tono della voce.
Eppure, sebbene il nostro incontro fu una questione di pochi minuti, in me rimase di lui un unico indelebile ricordo, il color grigio cielo dei suoi occhi.

Dal giorno dei funerali trascorse un altro lungo anno, poi, improvvisamente, mia madre decise di risposarsi e in questo contesto maturò la sua decisione di liberarsi definitivamente della mia presenza, ormai divenuta ingombrante, spedendomi nella fattoria di mio padre.
Ogni cosa fu organizzata a mia totale insaputa e come seppi molto più tardi, di mio padre.
E così, dopo un viaggio interminabile in treno, sola come un cane, piena di paure e incapace perfino di pensare, mi ritrovai a vivere un’esistenza alla quale nessuno mi aveva preparata.
Considerando che avevo appena dieci anni e non mi ero mai mossa dalla mia città, è facile intuire come potessi vivere quell’illogica situazione emotiva.
La prima cosa che seppi fare fu di addebitare a mio padre ogni responsabilità di quella situazione.
Ricordo che l'inizio della mia nuova vita non fu per nulla facile, soprattutto perché, dando libero sfogo al mio caratterino niente male, reagii a quel tradimento urlando, all’universo intero, il mio disprezzo per tutto quel mondo nel quale era stata scaricata.
Com’è logico immaginare, a pagarne le spese fu il mio stato fisico e mentale, ma soprattutto l’incolpevole mio padre.

Nessuno di coloro che frequentavano la fattoria osò mai manifestare un solo pensiero che riguardasse il mio temperamento ribelle, tranne lui, mio padre, il quale, riconoscendosi in parte responsabile di quella disgraziata situazione, cercò, nei limiti che il suo stesso carattere gli concedeva, di adoperarsi affinché la mia giovane vita non dovesse tramutarsi in un inferno quotidiano.
Ci provò e ci riprovò, fece di tutto, ma dopo alcuni mesi d’inutili tentativi, alla fine dovette abbandonare ogni speranza.
Tra noi c’era un baratro incolmabile, dovuto soprattutto alla mia convinzione che fosse lui l’unico responsabile di quella spiacevole situazione, e ad avvalorare la mia convinzione vi fu la circostanza dello strano suo comportamento passivo, che evitò accuratamente di darmi spiegazioni.

In realtà i problemi che in quei primi mesi mi assillarono seppero rendermi impossibile la vita, soprattutto quando mi trovai ad affrontare l'intollerabile disagio delle lunghe giornate da trascorrere in completa solitudine.

Oddio, è pur vero che prima di essere spedita come un pacco postale in quella fattoria, il mio caratterino ribelle mi aveva praticamente costretta a trascorrere i miei anni soltanto in compagnia di me stessa, ma li accadde qualcosa che sembrò mutare in parte quello stato di disagio in cui ero sprofondata, e ciò si verificò alcuni mesi dopo essere giunta in quella fattoria sperduta tra foreste e montagne, ovvero quando per puro caso mio padre mi fece conoscere una giovane donna, moglie di un vicino, nella quale scoprii una comunione d’interessi e una disponibilità che non avevo mai conosciuto…Da allora, le giornate iniziarono a sembrare meno lunghe e in me si accese una lieve fiammella che in breve tempo iniziò a divorarmi.

In casa di Sara conobbi il suo vecchio padre, un contadino infermo e ormai sulla soglia della pace eterna, scoprendo, giorno dopo giorno, quale grande affetto legava quella donna ormai adulta e madre di tre bambini, al padre.
La cosa mi sorprese più di quanto la mia insensibile e piccola anima potesse comprendere e quando il vecchio morì, la disperazione e le lacrime della figlia schiusero al mio sguardo spirituale un vasto mondo assolutamente sconosciuto.

Certo i miei problemi non si risolsero con l'avvento e l'amicizia di quella donna dai modi gentili e dal sorriso accattivante, ma è indubbio che subito dopo averne fatto la conoscenza, in me nacque prepotente lo strano desiderio di averla sempre accanto.
Forse fu a causa dei miei comportamenti che lei ebbe modo di riconoscere quanti e quali risentimenti provassi nei confronti di mio padre, o forse fu soltanto per caso, ma un giorno si lasciò scappare una frase che mi pose in serie difficoltà.
– Non prendertela con tuo padre, lui non era assolutamente al corrente di quanto stava per accaderti…Quell’uomo ti ha sempre voluto bene pur sapendo che non eri sua…

Di li a pretendere spiegazioni fu questione di un attimo e lei, a malincuore, mi raccontò, per filo e per segno, quanto sapeva di tutta la storia
Seppi così che l’uomo che credevo fosse mio padre in realtà aveva sposato mia madre per evitarle un’umiliazione.

Mi occorsero diverse settimane per digerire quel po’ po’ di rospo tenendo per me tutto quel dolore, e vi assicuro fu un travaglio lungo e difficile che mi lasciò spossata e svuotata di tutta la malvagità che fino ad allora avevo manifestato nei confronti dell’uomo che aveva impedito ch’io finissi in una pattumiera.

Fu in quel periodo, durante le silenziose e pigre giornate da trascorrere in solitudine in quella grande casa assolutamente vuota, che nacque la nuova Lisa.
La mia mente tornò centinaia di volte alle poche cose che mia madre mi aveva detto di lui, cose che avevano macchiato la sua figura d’uomo descrivendolo come un essere insensibile, crudele e unicamente innamorato della sua terra.

Malgrado la tensione emotiva e lo stato confusionale in cui mi dibattei nei giorni che seguirono quella rivelazione, riuscii a comprendere quanto dovevo a quell’uomo, però non fu facile superare lo scoglio del mio orgoglio; soprattutto perché nei suoi riguardi provavo ancora del risentimento e quel certo disagio che la sua presenza fisica mi procurava.
In mio soccorso venne come al solito Sara, che poco a poco seppe ricondurre il mio tormentato spirito in un’ovattata e pacata normalità.
E infatti fu lei, Sara, a mettere la parola fine a tutti i miei dubbi, inducendomi ad accettare una sfida, ovvero scoprire di persona cosa potesse essere quello strano legame che sa unire indissolubilmente una persona all’altra…ed io incautamente accettai quella sfida.

Continua...
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