Oro, argento e…
Il ragazzo con la valigetta indicò un punto nel cielo. «Vorrei provare come si sta lassù, un giorno.»
La ragazza si riparò gli occhi con la mano e fissò il cielo. Le nuvole si stavano aprendo e dallo squarcio di azzurro filtrava un cilindro di luce. La ragazza pensò a un buco di infinita profondità. Distolse lo sguardo. «Alle volte non ti riesco a capire», disse.
Il ragazzo abbassò la testa e si incamminò verso la panchina di legno nel mezzo del vialone pedonale. Lei lo seguì.
Si sedettero e restarono in silenzio. Aveva piovuto e l’aria vibrava davanti ai loro occhi.
Il ragazzo inspirò con il naso gonfiando il petto e sospirò. «Più tardi potremmo prendere un gelato.»
«È che... non lo so. Hai voglia di gelato?»
«Alla gelateria siciliana preparano una nocciola molto buona.»
«Lo sai che a me piace solo il gelato al limone.»
«Lo so.» Il ragazzo si grattò la guancia. «Ma a volte è bello anche cambiare.»
Il cielo si stava schiarendo. Lo immaginò come un’enorme macchia carnivora intenta a divorare le nuvole. Tirò su con il naso.
La ragazza posò la testa sulla spalla del giovane e lui non disse niente. Strinse la maniglia della valigia.
«Mamma ha telefonato?»
«No. Proverò a farlo io, più tardi, ma...»
«Secondo te sta bene?»
La ragazza drizzò la schiena e si lisciò la gonna con le mani. «È da un sacco di tempo che me lo chiedo.»
«E hai trovato una risposta?»
«Come pensi che possa sentirsi?» Tossì, coprendosi la bocca con il pugno. «Lei è così... Non lo so.»
Il ragazzo distese le gambe e si concentrò su un bidone poco distante e su tre coppette di gelato abbandonate, impilate una sull’altra. «Forse avremmo potuto chiederle di venire con noi, giusto per farla distrarre. Che ne so, magari stando all'aria aperta...» disse.
«Non sarebbe mai venuta. La conosci.»
Nelle coppette non c’era traccia di gelato. Il ragazzo pensò che la pioggia dovesse aver lavato via ogni cosa.
La ragazza si alzò dalla panchina e guardò le vetrine ai lati del viale pedonale. «Stanno aprendo, è ora d’andare.»
Il ragazzo annuì alzandosi a sua volta, l’affiancò e stringendo con la mano destra la maniglia della valigetta, intrecciò le dita della sinistra con quelle della mano destra di lei. «Possiamo andare!» esclamò, sospirando.
Il ragazzo lanciò un’occhiata all’insegna del negozio. «Entriamo?»
La ragazza inspirò profondamente. «Andiamo!»
Il ragazzo si avvicinò alla vetrina, guardò prima all’interno, poi in direzione della ragazza, ottenendo in cambio un cenno d’assenso; allungò la mano e, dopo un attimo d’esitazione, schiacciò il pulsante del campanello.
L’uomo di mezza età, alto e magro come uno stuzzicadenti, intento a sfogliare voracemente le pagine di una rivista patinata, ricca d’immagini povere di contenuti, inarcando le sopracciglia diede un’occhiata guardando al di sopra delle lenti degli occhiali; dopodiché chiuse la rivista, la scostò di lato e, usando il pulsante posto sotto al banco, aprì la porta.
Il ragazzo posò la valigetta sul banco, con un gesto rapido dei pollici fece scattare le chiusure, la aprì e, girandola verso l’uomo, mostrò il contenuto.
L’uomo prese un coltello dalla valigetta e verificò la punzonatura, poi guardò i due ragazzi. «Argento… niente oro questa volta?»
La ragazza abbassò il capo, il ragazzo fece cenno di no con la testa.
L’uomo controllò che il servizio di posate fosse completo. «Brutto segno… se si arriva a vendere le posate, significa che siete ormai oltre la frutta… Dopo queste, cosa vi venderete?» chiese con sarcasmo.
La ragazza trattenne a stento le lacrime. «Qualcos’altro troveremo.»
L’uomo puntò lo sguardo lussurioso sulla maglietta gonfiata dalle procaci forme. «Qualcosa troverai di certo», commentò, sorridendo.
Il ragazzo lanciò un’occhiataccia carica di disprezzo all’indirizzo dell’uomo. «Sicuramente non quello che speri tu!»
L’uomo mise su un ghigno, un abbozzo di sorriso, poi guardò il contenuto della valigetta. «Trecento!»
«Trecento?! Ma valgono almeno tre volte tanto!» sbottò il ragazzo, chiudendo la valigetta.
L’afferrò per il manico con la mano destra, con la sinistra strinse quella della ragazza. «Andiamo!» esclamò, strattonandola.
La ragazza si divincolò. «No! Alla mamma servono i soldi! Dammi la valigetta!»
Il ragazzo gliela passò senza proferire verbo.
La ragazza la pose nuovamente sul banco, davanti allo sguardo dell’uomo che, in verità, mostrava di essere più interessato all’oro dei suoi capelli che all’argento contenuto nella valigetta.
«Dammene quattrocento… e ti prometto che se mai accadrà, sarai il primo a cui la offrirò.»
Il ragazzo strabuzzò gli occhi. «Mah! Sei impazzita!» proruppe.
«Stai zitto e lasciami fare!» urlò più forte, con voce stridula, la ragazza.
Il ragazzo s’ammutolì: non l’aveva mai vista comportarsi così. E si che di momenti difficili ne avevano passati altri. “La disperazione la sta facendo impazzire. A questo può portare l’impotenza difronte alla miseria arrembante”, pensò, sconsolato.
La ragazza puntò gli occhi azzurri come il cielo dentro quelli neri venati di rosso dell’uomo. «Allora, accetti l’offerta?»
L’uomo da prima rise, poi si fece serio. «Che valore posso dare alla tua… preziosa offerta… Vediamo: la verginità, quella di certo non me la puoi vendere, avendola già spesa… probabilmente con lui», obiettò, indicando il ragazzo.
«Non ti permettere, porco pervertito! E’ mia sorella… e tu accontentati di sognare sfogliando quei giornaletti!» intervenne il ragazzo a muso duro, facendo un passo in avanti con i pugni serrati e indicando con sguardo la copertina della rivista: dove campeggiava un busto nudo di ragazza.
La ragazza, fulminandolo con lo sguardo, ne arrestò la veemente reazione. Poi con un sol cenno della mano lo fece arretrare.
L’uomo non si scompose, osservando divertito il siparietto attese che tutto si chetasse. «Allora, stavamo dicendo: la verginità l’hai già spesa, non con lui ma con qualcun altro… Così va meglio?» si corresse, irridendo il ragazzo, che tenuto sotto scacco dallo sguardo fermo della ragazza non replicò. «Ma questo… chiamiamolo “piccolo particolare”, in fondo renderà le cose più facili per entrambi», concluse, intrecciando le mani.
Pregustando l’affare lanciò un’occhiataccia viscida da sopra gli occhiali e, sciogliendo le mani, allungò la destra oltre il banco. «Una carezza, come caparra?»
La ragazza avvicinò il viso, ch’esprimeva solo ribrezzo, alla mano vibrante di desiderio. L’uomo l’adagiò delicatamente sulla guancia.
La ragazza sopportò, con trattenuto disgusto, il caldo e sudaticcio impatto.
«Ora basta!» sbottò il ragazzo, rosso d’ira e di vergogna.
L’uomo sorrise e scivolò via stringendole il mento. Poi, con un ghigno lussurioso che gli attraversava il volto, pregustando futuri, piacevoli sviluppi contò il denaro e lo posò sul banco. «Quattrocento… più altri dieci per un gelato.»
La ragazza prese il denaro e, lasciando dieci euro sopra il banco, sibilò: «Ingozzati con il tuo gelato!»
L’uomo prese i dieci euro e la valigetta. «Gustandolo, penserò a te!»
Lacrime d’impotente rabbia bagnarono le gote della ragazza.
Il ragazzo, stringendola a sé, lanciò un’occhiata pregna di disprezzo all’indirizzo dell’uomo. «Andiamo, usciamo da questo inferno.»
L’uomo li seguì con lo sguardo, ben oltre la porta di vetro; sin quando non li vide svanire in mezzo alla folla. «La prossima volta mi venderai il tuo bene più prezioso, questo è sicuro», concluse, tornando a sfogliare la rivista.
Il ragazzo indicò la gelateria. «Un gelato al limone spegnerà l’amarezza.»
Seduti sulla panchina gustavano il gelato guardando un cielo finalmente azzurro.
«Ora chiama la mamma, quattrocento euro la rassereneranno… almeno per un po’», la spronò il ragazzo.
«Chiamala tu, non saprei come rispondere se mi chiedesse cosa ci venderemo la prossima volta», fece lei, prima di affondare le labbra nel cono di gelato.
Il ragazzo, guardando le poche nubi allontanarsi, si chiese quanto sarebbe durata la breve parentesi azzurra nel loro cielo. «La prossima volta ci andrò da solo da quel bastardo.»
La ragazza lo guardò stupita. «Tu! Da solo… E cosa gli venderai, ora che ci sono rimasti solo gli occhi per piangere?»
«Quello che si merita… né più né meno di quello che si merita!» sibilò il ragazzo, serrando la mascella.
FINE
Oro, argento e... testo di vecchioautore