Non ricordo esattamente la data in cui avvenne ciò che ho sentito. So solo che l’ho sentito. Non importa il giorno, ma mi limiterò a definirne il contesto: durante le vacanze natalizie.
Dovrebbero trasmettere un alone di tranquillità, benessere, gioia. Dopo un anno che non vedevo i miei parenti mi sembrerebbe corretto fare accenno a questi sostantivi. I giochi d’azzardo, le telenovele e i film tipici di Natale; il gigantesco albero che mia zia faceva ogni anno posizionato a fianco dell’ingresso, per dare il benvenuto. Io lo vedevo come la componente più nostalgica della casa, sprigionante un bagliore azzurro dovuto alle luci che, seguendo un movimento a spirale, si attorcigliavano su di esso come serpenti. Pareva brillare di luce propria, come un essere divino.
Io e la mia famiglia per ragioni economiche avevamo deciso di stabilire le partenze con l’auto. Ogni volta dovevamo attenerci ad una doverosa preparazione psicologica. Ad attenderci erano almeno otto ore di viaggio, traffico permettendo. “Che Dio ci aiuti…”
Mia nonna abita in un paese nei pressi di Salerno, in una dimora costruita negli anni ’60 di cui l’architetto era mio nonno, che non ho mai conosciuto. Lo conosco solo tramite le fotografie poste rispettivamente nel salotto e nella camera di mia nonna. Il primo, una stanza grande e gelida, che farebbe invidia al clima Polare Artico, su un tavolo lungo longitudinalmente, al centro, che ritraeva mio nonno insieme a mia nonna: lei vestita con un lungo abito verde scuro, una collana di perle e un rossetto rosso, con un paio di sfumature azzurre sulle palpebre; lui con una camicia bianca, un orologio sul polso destro e dei pantaloni cinti da una cintura nera, terminanti con un paio di scarpe marroni eleganti.
La seconda una stanza con un letto matrimoniale comodissimo e lui inquadrato di fianco alla TV in una cornice blu notte, con gli stessi abiti dell’altra foto.
Fin da piccolo mi interrogavo su come fosse caratterialmente. Mia madre mi ha raccontato che gli piaceva pescare, mentre mia nonna che tornava a casa dopo il lavoro con gli abiti sporchi di terra e altri materiali utilizzati. Ma non ho mai saputo di più; era rimasto un mistero. Doveva essere una brava persona, e mia nonna sono sicuro che avrebbe evitato di fidanzarsi con il primo che capitava giusto per mettere su famiglia.
A pranzo stavamo a casa sua, mentre il pomeriggio ci aspettava la trasferta fino a casa di mia zia, l’epicentro di tutte le attività natalizie. Era molto più grande di quella di mia nonna, e infatti al suo interno ospitava almeno una decina di persone, dai miei zii paterni sino ai miei cugini, tre per ogni zio (per un totale di nove).
I vicoli del paesino limitrofo in cui abitava dovevano subire l’ira funesta del traffico, insieme alla squadra di clacson e gas dei motori che impediva di sentire perfino il rumore del proprio pensiero. Come si sa lì le auto adulano una per così dire “illegalità legale”, fra mancanze di riverenza nei confronti dei pedoni e semafori rossi che in preda ad un daltonismo momentaneo diventano verdi.
Arrivare a destinazione era un autentico miracolo.
Le luci di Natale mi riportavano alla classica atmosfera che precedeva Babbo Natale, quando ancora ci credevo. Ora era il turno dei miei cugini. Mio padre mi fece vedere il travestimento a 12 anni; ciononostante rimasi abbastanza impassibile, anche se era innegabile che nelle circostanze l’alone di suspance prima che facesse il suo ingresso si diradò completamente.
Il portone della casa di mia zia era imponente: due enormi ante in legno propedeutiche ad un interno freddo, ampio e con in fondo la Panda di mio nonno paterno.
A precedere invece la porta di mia zia due rampe di scale, che io e i miei fratelli salivamo di corsa. Due scalini in un sol balzo. I miei parenti erano già pronti a scommettere con le monetine sulle carte vincenti.
Sette e mezzo, vecchia fiamma.
Ricordo ancora quando trascinato dalla bramosia di denaro persi ben 18 euro. Che disastro… Ero sempre costretto ad elemosinare soldi dalla mia famiglia, in particolare mio fratello più piccolo, pronto con in mano il borsellino ricco di centesimi.
Quelle pareti nel corso degli ultimi decenni ne avevano vissute di tutti i colori.
Ammesso che si possa parlare di qualcosa di visibile. Non tanto per il “cosa”, ma per il “chi”.
A quanto pare era una continuum da decenni, quando mio padre era ancora un ragazzino.
Mi chiedo se fossi stato al posto suo e della sua famiglia come avrei reagito. Sono sempre stato una persona particolarmente ansiosa. Bastava un minimo rumore in un luogo in cui sapevo che accadeva qualcosa e insorgeva la tachicardia. Anche per mezz’ora di fila.
Non c’è stata una volta che non ho creduto ai fenomeni legati al paranormale, sia per merito della mia famiglia e sia per merito di diversi film ispirati a storie vere. I Warren del resto non sono passati inosservati con i loro cari investigativi, trasposti in opere cinematografiche del calibro di “The Conjuring”, di cui uscì addirittura una trilogia. Se avessi dovuto pormi ad un incrocio stradale in cui confluivano contemporaneamente “Annabelle, la bambola assassina”, “Il caso Enfield” e “Per ordine del Diavolo” insieme agli eventi narrati su quella casa allora era impossibile non esimermi dallo scetticismo delle loro possibilità.
Per quanto mi riguarda avrebbero potuto perfino scrivere un libro su quei fatti.
Era surreale. Ogni volta che li raccontavo puntualmente gli occhi si ritrovavano colmi di lacrime, ivi compresi i brividi che invadevano le mie braccia, come se avessi avuto la febbre in maniera fulminea.
L’atmosfera natalizia calmierava l’angoscia che sarebbe potuta derivare da una mia permanenza in quelle stanze. Mentre guardavo l’albero di Natale all’ingresso ero ignaro di ciò che sarebbe avvenuto quella sera. Quando la notte alloggiavo lì dentro per non tornare a casa di mia nonna troppo presto, appena mi svegliavo al mattino tremavo. Ero in preda ad una sudorazione che mi impediva di riprendere sonno. Tutti gli altri stavano dormendo, e non avrei nemmeno potuto avvertirli qualora un rumore anomalo avesse concesso alla mia ansia di godere di una ragione d’essere.
Mi trovai in camera da solo.
Dall’altro capo provenivano i brusii di chi trionfava per una vincita a carte e chi si dilettava in una semplice chiacchierata. Quella volta purtroppo non trovai prese nei pressi della cucina, ma solo lì dentro. Era la palestra dove mia zia si allenava sporadicamente. La destra si trovava coperta da una cyclette, mentre io sedevo su una brandina stagliata sulla parete in fondo.
Il buio era il protagonista dominante della situazione. Affondando la sua penombra nelle mie carni pareva cibarsene, come un avvoltoio. Mi teneva lì, inchiodato al margine del lettino, senza possibilità di scampo.
Non è una sostanza intellegibile, ma ero convinto che fosse intento a comunicarmi trucemente: “Sei in trappola”. Lo immaginavo al pari di un imponente mostro che circondandoti con un paio di braccia oblunghe era in grado di rievocare i tuoi peggiori ricordi, dal primo all’ultimo. La sua linfa vitale.
Nel frattempo, io ero vittima di una dipendenza affettiva, che ahimè, coglie diverse fasce di giovani della mia età, inesperti a livello amoroso e alle prime armi con un sentimento che a quanto pare risulta doppelganger: da un lato sei magneticamente attratto dall’atto di dare e ricevere amore o dal fascino della carnalità che però, inesorabilmente lo sforzo di mantenere una relazione non è per nulla paragonabile ad uno di quei film Hollywoodiani dove tutto si intinge di perfezione, in un altalena di allontanamenti e riavvicinamenti.
Io mi ci ero ritrovato, per mia sfortuna o fortuna, che dir si voglia.
Lei era una ragazza con cui ero estremamente in sintonia, quasi in una danza telepatica. Aveva i miei stessi interessi, estroversione, spontaneità ed era molto sensibile, esattamente come lo sono io.
Whatsapp avrebbe potuto farci causa per i talmente tanti messaggi che ci scambiavamo, al punto che il cellulare entrava in una fase di climate alert. Nell’arco di una giornata perdevo il conto di quante volte lo impugnavo. Ma era un bisogno. Una droga.
Non ebbi il coraggio di raccontare cosa successe, per cui se questo racconto dovesse recapitare nelle mani della mia famiglia, beh, sappiate che so cos’ho sentito.
Lo ricordo perfettamente, in ogni dettaglio.
L’unica fonte di luce proveniva dal display del mio cellulare.
Nonostante un completo silenzio cingeva come una muraglia le pareti della stanza, di sottofondo pareva esserci quel ritmo di trombe che sanciva il progressivo arrivo dello squalo. E quando meno te l’aspettavi… “BAM!”, eccoti trascinato nel profondo della Terra.
L’ambiente sembrava preposto per comunicarmi un messaggio, che lì per lì su due piedi (anzi, da seduto) non riuscii a cogliere e a decifrare: “Vattene”.
Se solo ripenso all’intento che c’era dietro quella parola, trasferita implicitamente al mio udito.
“Tum tum.”
Voltai la testa, ma a scapito di come si possa pensare lo feci con una certa calma. Il rumore proveniva dalle tapparelle, simile all’accarezzare di qualcuno con un lieve tocco della mano. Pensai in una prima istanza che potesse essere prodotto da qualsiasi cosa. “Qualcosa di esterno entrato in collisione con le tapparelle”. Facile, immediato, accadibile.
Rimasi spiazzato da un secondo rumore, stavolta più forte.
“Tum tum tum.” Tre tocchi, decisi, intolleranti, che non scherzavano. “Vai via di qua, non è il tuo posto”. In quel momento non pensai a tutti i racconti tramandati dalla mia famiglia, ma solo a una cosa:
“ok, c’è qualcuno, devo fuggire.”
Non feci in tempo a rendermi conto di quanto stava accadendo che subitaneamente intervenne un terzo tocco, violento, forte, di avviso.
“Tum tum tum.”
E’ impossibile esprimere con il linguaggio umano un evento simile, specialmente se la conoscenza non rientra nell’alveo del “non umano”. Perché quello, NON era umano. Sapevo di essere in un punto d’incontro fra scienza e parascientifico, in un duello fra la razionalità e ciò per cui il razionale si trovava al margine di uno strapiombo, inesplorato, dove la spire dell’irrazionale, o meglio, dell’incognito, emergeva padrona dal fondo.
Ora la decisione era mia: attaccare o fuggire? “Fight or flight”?
Il verdetto era plausibile tanto a me quanto a chiunque avrebbe lottato per la propria sopravvivenza.
Strattonai il cellulare via dal cavo del caricabatterie, con una mediocre percentuale e mi catapultai fuori dalla stanza, come se non ci fosse un domani. Arrivato dai miei parenti, cercai di fare finta di niente, timoroso di un loro responso. Quella casa era ormai abituata a trasudare fatti oltre il visibile. Non era niente di nuovo rispetto al passato, e ai tempi più recenti.
Ero solo un’altra delle persone caduta fra le grinfie di un ritornello perdurato da decenni.
I Tre Tocchi testo di Christian Tessitore