Il presepe e l’albero di Natale

scritto da Domenico De Ferraro
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: Il presepe e l’albero di Natale
di Domenico De Ferraro

 

Il presepe e l’albero di Natale di Piazza San Pietro

 

Era metà dicembre quando giunsi a  Roma  Stazione Termini di primo mattina , successivamente presi la metro per Ottaviano San Pietro Musei Vaticani  , quel giorno  Roma era calata in un freddo trasparente, di quelli che fanno brillare i sampietrini come vetro sotto i lampioni. Piazza San Pietro era quasi deserta: solo qualche pattuglia, un paio di turisti ostinati e i tecnici del Vaticano che facevano gli ultimi controlli alle luci dell’albero e del presepe.

 

L’albero era un abete rosso  proveniva quell’anno da val d’ultimo provincia di Bolzano,  svettava altissimo, tutto pieno di luci calde, che dal basso sembravano stelle cadute e rimaste impigliate fra i rami. Il presepe, invece era stato donato dalla diocesi dell’agro Nocerino, sarnese con le sue statue a grandezza quasi naturale, dormiva sotto una cupola di cielo nero, tagliato in due dalla cupola di Michelangelo.

 

A sera , precisa, quando il rintocco dell’orologio vaticano si mescolò con quello lontano di mille altre chiese, successe qualcosa.

 

Vidi tutto ad un tratto un intesa luce, diversa dalle altre, scese dall’alto. Non era un faro, né un drone, né un riflesso. Era come una lucciola enorme, dorata, che si posò sulla punta dell’albero e… affondò dentro il legno.

 

Per un attimo, tutto restò immobile.

 

Poi, l’albero sbuffò.

 

Si sentì proprio un “pufft” leggerissimo, seguito da una voce roca:

 

«Aò… ma che è, ‘sta corrente nuova? M’ha fatto ‘na scossa che me se so’ rizzati pure li aghi…»

 

Se qualcuno fosse stato abbastanza vicino, avrebbe visto un ramo muoversi da solo, come un braccio che prova a stiracchiarsi dopo ore nella stessa posizione.

 

Dal presepe, una voce secca e offesa rispose:

 

«A regà, ma ve pare serio? Stamo in Vaticano, ve mettete pure a fa’ ‘ste sceneggiate?»

 

Era il bue. O forse il bue era solo il primo a cui l’intesa  luce aveva dato la lingua.

 

«E che voi da me?» replicò l’albero, con un tono vagamente trasteverino. «Io stavo in montagna, bello tranquillo, me portano qui, me attaccano duemila lampadine, e mo’ pure la luce divina de contrabbando mi colpisce e mi trascende … Almeno famo conversazione, no?»

 

La Madonna, che finora era rimasta in un silenzio di gesso, mosse appena lo sguardo verso l’albero. Gli occhi di vetro si accesero di un bagliore tenue.

 

«Figlioli, piano, che se c’è sente qualcuno poi è ‘n casino» mormorò, con un dolce accento romano antico, di quelli che sembrano venire dalle nonne di Trastevere.

 

Il Bambino Gesù, ancora senza il Bambino perché era la notte della Vigilia e lo avrebbero deposto solo a mezzanotte e un minuto, sospirò dal suo giaciglio vuoto.

 

«Beati voi che già parlate» disse una voce più sottile, che veniva dalla stella cometa sulla capanna. «Io so’ anni che me faccio chilometri in cielo e nessuno che me chiede come sto.»

 

L’albero rise, e la risata fece tintinnare le palline.

 

«Aoooh, ma ‘sta piazza parla tutta?»

 

«No» intervenne san Giuseppe, un po’ legnoso nel movimento ma con voce calda. «Solo chi è stato  colpito dal fascio di luce sceso dal cielo , ha  preso ‘vita … come se chiama… scintilla. Dev’essere’ , una magia fatta dagli angeli un  incantesimo   de lassù, ma più artistico che miracoloso.»

 

 

Poi improvvisamente udii venire dal colonnato, un passo riecheggiò nell’aria come un ave Maria . Era il custode notturno, Ernesto, settant’anni portati con la schiena un po’ curva e gli occhi ancora svegli come quelli d’un ragazzino.

 

Ernesto lavorava in Vaticano da quarant’anni. Aveva visto tre papi, mille luminarie, diecimila gruppi di turisti. E da sempre, di notte, parlava da solo con le statue che circondavano la piazza.

 

Quella notte, però, quando passò accanto al presepe e all’albero, ebbe un’impressione strana. Come se le parole che sussurrava, per la prima volta, non rimbalzassero nel vuoto.

 

«A raga’, stasera siete proprio ‘na meraviglia» mormorò, tirandosi su il colletto. «Te guarda che aria che se respira… Oh, albero, nun me cascà, eh? Che se me cade l’albero de Natale a San Pietro m’arrestano pure a me.»

 

L’albero, per un istante, si trattenne dal rispondere.

 

Ma la luce  degli angeli dentro di lui sembrava spingerlo.

 

«Tranquillo, nonno, stamo in piedi» disse piano, con una voce che cercava di imitare il fruscio del vento.

 

Ernesto si fermò di botto.

 

«Chi l’ha detto?»

 

Silenzio.

 

La Madonna guardò l’albero come a dire “adesso te arrangi”. Il bue si finse di nuovo inerte. La stella provò a sembrare solo un pezzo di metallo dorato.

 

«A Ernesto» si rispose da solo il custode, «hai magnato pesante, è er panettone, vedrai. Sempre così a Natale, te parla pure ‘a fontana.»

 

Riprese a camminare, borbottando. Ma dentro di sé, una parte non esclusa che qualcosa di strano stesse davvero succedendo.

 

Le canzoni dell’albero

 

Verso l’una di notte, piazza San Pietro era completamente vuota. Solo le luci delle finestre del Palazzo Apostolico rompevano il buio, insieme al respiro insistente delle luminarie.

 

L’albero sospirò.

 

«Ragà, ve dico ‘na cosa? Io qui sto pure bene. Però… me manca casa mia. Er bosco. Le notti co’ le cicale. Capito?»

 

Il pastore con la zampogna, che fino a quel momento era rimasto in posa col suo strumento in spalla, sentì qualcosa dentro di sé sciogliersi.

 

Le sue mani di resina si mossero, afferrarono la zampogna. Soffiò.

 

Uscì una nota stonata, ma vera.

 

«Ahoo!» fece il bue. «Che fate ve mettete a suonare la zampogna !»

 

«Famme provà» insistette il pastore, un po’ timido. Richiamando un ricordo che non sapeva nemmeno di avere, iniziò a suonare una melodia lenta, malinconica, tutta romanesca.

 

L’albero ascoltò, e le sue luci iniziarono a lampeggiare a ritmo.

 

«Aspetta, che me viene ‘na cosa» disse l’albero. E cominciò a cantare, con una voce che era un misto di vento, ruggine e risata dei ragazzini che si arrampicano sui rami.

 

 

Semo nati  sul ponentino 

tra ‘il Tevere e ‘sti luci d’Arno 

ma ‘sta notte de Natale a San Pietro 

c’è ritrovamo tutti intorno alle luci  

Balliamo , suoniamo , parliamo m

Preghiamo il signore dell’universo

Ascoltiamo le voci degli angeli correre nel vento

Nei sussurri delle persone senza fissa dimora

Nelle strade si perde questo grido d’amore

Il freddo costringe a chiudersi dentro se stesso.  

 

E arbero mio, sarai pure forestiero 

ma co’ ‘ste stelle  luminose, pare casa pure a te 

c’è mettemo ‘n coro co’ ‘e statuine 

e Roma canta forte insieme a te 

Canta questìamore senza causa e senza cuore

Senza permesso ascoltiamo le voci del signore cantare pregare urlare tra i dolci colonnati di Pietro.

 

A piazza San Pietro c’è se ritrova 

chi c’ha pregato e chi c’ha bestemmiato 

ma ‘n fondo a ‘sto cielo ‘n po’ nerastro 

c’è ‘na canzone che nun s’è mai scordato. 

E la canzone di chi crede ancora a babbo natale.

 

 

La voce era goffa, ma piena di cuore. Il pastore seguiva con le note, la stella cometa tremolava in sincronia, come se dirigesse il tutto.

 

«Ao, ma c’è stamo a mette’ a fa’ ‘r concerto?» borbottò il bue, ma si vedeva che era commosso.

 

La Madonna sorrise appena.

 

«Cantate, figli miei. Che la notte de Natale è fatta per’ ‘ste cose qua.»

 

La richiesta della stella

 

Dopo la canzone, cadde un silenzio strano. Non era vuoto: era pieno di cose non dette.

 

La stella cometa si schiarì la voce.

 

«Senti, albero» iniziò, con tono quasi imbarazzato. «Ma te che vieni da lontano… com’è l’inverno a casa tua?»

 

L’albero pareva pensarci, facendo oscillare appena le estremità dei rami.

 

«Freddo. Ma un freddo bono. Che sa de resina, de neve, de animali che se nascondono. E poi c’è stanno le stelle… vere, eh. ‘Na marea. Se le guardi troppo te gira la testa. Però capisci che sei piccolo, e che va bene così.»

 

La stella sospirò.

 

«Io invece so’ sempre ferma qui, co’ ‘sta scia finta. Me tocca fa’ la cometa tutti l’anni, ma in realtà nun vado da nessuna parte. Me piacerebbe, ‘na vorta, vedelle davvero, le stelle. Mica solo rappresentalle.»

 

L’albero la guardò, dall’alto della sua punta.

 

«E perché nun ce vai?»

 

«Perché so’ ‘na decorazione.» La stella fece tintinnare la sua coda dorata. «Me staccano, me rimettono, me lucidano. Ma sempre qui sto.»

 

San Giuseppe intervenne, grattandosi la barba di gesso.

 

«La verità è che tutti semo un po’ così» disse piano. «Io faccio er padre silenzioso da duemila anni. La Madonna fa la mamma che tace. Er bue e l’asinello fanno ‘e riscaldamenti viventi. La gente passeggia, guarda, se commuove, fa le foto. Ma poi chi s’accorge che pure noi, ‘n certo senso, sapremmo canta’, ride, annà in giro?»

 

«A Jo’» fece il bue, con tono affettuoso, «ma che t’è preso, che stai filosofà?»

 

«Er fatto» disse la Madonna, con dolcezza, «è che stasera  c’è l’hanno concessa, ‘sta cosa. Sta Luce divina  strana c’ha aperto ‘na finestra. E mo tocca decidé che c’è famo, con ‘sta finestra.»

 

L’albero si scosse, come a liberarsi da un pensiero.

 

«Una cosa la potemo fa’» propose. «Cantà. E cantando, magari… se sente quarcuno che c’ha più potere de noi e c’è dà ‘na mano a muoverci. Io magari nun posso tornà a casa, ma la stella, almeno, famola viaggià.»

 

 

Fu allora che, dal fondo della piazza, una sagoma si mosse verso di loro. Era Ernesto, il custode, con una sciarpa troppo lunga e un cappello di lana calato sugli occhi.

 

Aveva una vecchia chitarra in spalla.

 

«Oh, ma che ve credete, che nun ve sento?» disse piano, alzando lo sguardo verso l’albero. «So’ quarant’anni che parlo co’ ‘ste statue. Stanotte, finalmente, me rispondeno. Mica me la perdo, ‘sta occasione.»

 

L’albero rimase zitto. Il bue trattenne il respiro. La stella tremò.

 

Ernesto si sedette su un gradino, poggiò la chitarra sulla gamba.

 

«Ao, mo ve la canto io ‘na cosa. Voi fatece quello che ve pare» mormorò. «Questa l’ho scritta quanno so’ rimasto vedovo. Parla de chi resta fermo e de chi se ne va. Me sa che ve riguarda un po’ a tutti.»

 

E iniziò a suonare. Le dita, un po’ rigide, trovavano ancora gli accordi giusti. La voce, consumata dal fumo e dagli anni, tirava fuori una dolcezza inaspettata.

 

 

Sotto ‘sta cupola che pare ‘una mitra celeste 

c’è so’ tante storie ferme come ‘r marmo 

ma ‘n mezzo ai santi e a ‘ste colonne 

c’è passa er vento  della fede e porta via er pianto degli ultimi.

 

Chi resta qui fa finta de niente 

chi se ne va c’è lascia ‘n po’ de sé 

ma quanno ariva ‘sta notte speciale 

tocca a noi decide che se fa di questa croce 

 

Se famo legno, bronzo, gesso 

o famo arberi che crescheno lo stesso 

se famo stelle solo decorative 

o c’è credemo e c’è famo vive 

 

E allora canta, stella mia  ,moglie mia

che forse un angelo stasera te sentì 

e se te stacca da ‘sta vetrina 

 portami  a vede Roma da lassù. 

 

 

Mentre cantava, la piazza sembrava trattenere il fiato. Le luci dell’albero si fecero più morbide, quelle del presepe più profonde.

 

La stella cometa, commossa, si lasciò andare.

 

Le sue parole vennero fuori in un sussurro che subito diventò un canto, agganciato alla melodia di Ernesto:

 

A Cupolà, me senti da lassù? 

So’ ‘na stella finta, ma c’ho sete di sentimenti   

mo che ‘sta luce m’ha svejato er core 

me basterebbe ‘n attimo de volo e d’ardore 

 

Famme vede Roma senza cornice 

senza corrente, senza interruttore 

portame sù, pure pe’ ‘n minuto 

che poi ritorno a fa’ la cometa ar suo posto. 

 

 

La Cupola, illuminata, se ne stava zitta come sempre.

 

Ma da qualche parte, dentro i muri di pietra e di fede, qualcosa rispose.

 

Una folata di vento scese in picchiata, improvvisa ma non fredda. Avvolse la stella, l’albero, il presepe, Ernesto.

 

Per un attimo, la realtà sembrò sfilacciarsi.

 

La stella sentì il suo gancio allentarsi.

 

«Oh…» fece piano. «Oh!»

 

Si alzò di qualche centimetro, poi di più. La scia dorata s’illuminò di un bagliore diverso, non più solo riflesso delle luci artificiali.

 

L’albero rise, felice.

 

«Vai, cometa! Nun c’è fa fa’ figura de… presepe statico!»

 

Il viaggio della stella

 

Per gli occhi di chi, per caso, avesse guardato in quel preciso istante da una delle finestre del Vaticano, sarebbe sembrato solo un riflesso, un gioco di prospettiva.

 

Ma dal punto di vista della stella, successe questo: la piazza divenne piccola, la Cupola enorme, poi la Cupola pure iniziò a rimpicciolirsi, mentre lei saliva, saliva, leggera come non si era mai sentita.

 

Sotto di lei, l’albero era un puntino brillante, il presepe un piccolo fazzoletto di terra e paglia. Ernesto, un’ombra con in mano una chitarra.

 

Roma si aprì: il Tevere come un serpente nero, i Fori come cicatrici lucide, il Colosseo un occhio spalancato nella notte.

 

La stella rise e pianse nello stesso momento.

 

«Ao, ma allora esistete davvero, tutte ‘ste lucine!» esclamò, guardando il cielo che si riempiva di astri. «E io che facevo finta da duemila anni…»

 

Fluttuò per qualche secondo, forse minuti, forse ore (il tempo, lì, non era più lo stesso). Si sentì parte di una costellazione, di una musica fatta di luce.

 

Poi, piano, una forza gentile la tirò giù.

 

«È ora de torna’, stella mia» disse una voce che non era di nessuna statua, di nessun uomo. Era qualcosa di grande, ma familiare. «Hai visto. Mo puoi fa’ compagnia a chi guarda e a chi prega, sapenno che nun fai solo scena.»

 

La stella tornò al suo posto, sopra la capanna.

 

Quando riaprì gli occhi di metallo e vernice, la piazza era di nuovo lì, enorme e raccolta allo stesso tempo.

 

L’albero la guardava coi suoi mille occhi luminosi.

 

«E allora? Com’è?»

 

La stella sorrise, e la sua luce cambiò leggermente tonalità, diventando un po’ più profonda, quasi azzurra.

 

«È grosso, er cielo. Ma pure noi, quaggiù, nun semo piccoli quanto credevo.»

 

L’alba e i turisti

 

Poco prima dell’alba, Ernesto si alzò in piedi con un gemito.

 

«Ragà, io vado a pijamme ‘n caffè, eh. Ve siete guadagnati ‘na bella figuraccia… o ‘n bel miracolo, dipende da chi lo racconta» disse, strizzando l’occhio all’albero e al presepe.

 

La città cominciava a svegliarsi. I primi turisti attraversavano la piazza con le sciarpe e i cappelli, i cellulari già in mano per fare foto.

 

Una famiglia si fermò davanti all’albero.

 

«Mamma, guarda, la stella del presepe brilla de più!» disse una bambina, tirando la giacca alla madre.

 

«Sì, sì, amore, è Natale, tutto brilla di più» rispose lei, distratta, scattando una foto.

 

Un coro di ragazzi di una parrocchia di periferia si dispose in cerchio, proprio tra l’albero e il presepe. Il loro direttore alzò le mani.

 

«Dai, famo quella in romanesco, quella che piace a tutti, che stamo a Roma, no?» disse.

 

E iniziarono a cantare.

 

 

Nella notte de Roma se sente ‘na voce 

tra ‘r Cupolone e ‘sta luna un po’ storta 

c’è sta ‘n bambino che nasce ogni anno 

pe’ ricordacce che la porta  santa non è mai morta 

 

E semo gente che ride e che piagne 

tra ‘na bestemmia e ‘na Ave Maria 

ma sotto ‘sto cielo che pare de vetro 

ogni Natale rifamo ‘a poesia 

 

Nasci de nuovo tra ‘ste colonne 

tra le sirene e ‘ste campane 

Gesù bambino, amico mio de sempre 

fa’ luce te, che le luci  diventano più umane. 

 

 

Mentre cantavano, l’albero sentì che qualcosa in lui vibrava in risonanza, come se quella canzone fosse stata scritta anche per lui.

 

Il presepe intero sembrava più vivo, anche se, agli occhi dei turisti, era immobile come sempre.

 

Il Bambin Gesù, che nel frattempo era stato deposto nella mangiatoia da mani umane, guardò verso la stella. Per un istante, un’ombra di sorriso passò tra le sue labbra di gesso.

 

La stella, dall’alto, ricambiò il sorriso con una scintilla azzurra.

 

«Auguri» sussurrò all’albero.

 

«Auguri, cometa» rispose l’albero.

 

 Una promessa sottovoce

 

Quella sera, quando la folla si diradò e tornò la quiete della notte, l’albero e il presepe rimasero a guardare la luna che saliva.

 

«Ao» disse il bue, rompendo il silenzio. «Ma allora che famo l’anno prossimo? C’è rivedemo?»

 

San Giuseppe sorrise.

 

«Noi sì. È er nostro lavoro.»

 

L’albero esitò.

 

«Io, chi lo sa. Me potrebbero rimette’, me potrebbero cambià. Magari porteno ‘n arbero più giovane, più alto, più fotogenico.»

 

La stella intervenne, stavolta con una sicurezza nuova.

 

«Che te frega. Quello che veniva prima de te, manco se lo ricorda nessuno, ma ‘n certo senso è ancora qui, dentro de te. E tu starai dentro a chi viene doppo. È così che funziona, tra ‘sti cicli de Natale.»

 

La Madonna annuì lentamente.

 

«È vero. Nun è importante solo chi sta piantato qui, ma quello che passa. E stasera, tra noi, è passata ‘na cosa nuova.»

 

«E che sarebbe?» chiese il pastore con la zampogna.

 

Ernesto, che se n’era tornato col suo termos de caffè, lo disse per tutti, guardando in su:

 

«Che pure le cose che c’è sembrano ferme pe’ sempre, in realtà, certe notti, se possono spostà. Se nun ‘n corpo, almeno ‘n core.»

 

E, giusto per suggellare il pensiero, attaccò un’ultima canzone, sommessa, solo per loro.

 

 

Er giorno pass’ e porta via ‘e voci 

ma ‘ste pietre se ricorden’ tutto 

tra un Padre Nostro e ‘na risata forte 

Roma s’annota chi je ha detto “t’ho voluto” 

 

E quanno er gelo c’è se piazza in mezzo 

tra l’albero, ‘r presepe e ‘sta città 

torna ‘na luce che nun è de lampo 

ma de chi spera e ancora canterà. 

 

 

L’albero ascoltò, sentendo che, dovunque sarebbe finito dopo quel Natale, un pezzo di lui avrebbe sempre avuto il sapore dei sampietrini bagnati, delle canzoni romanesche e di una stella che, per una notte, aveva visto davvero il cielo.

 

La stella, dall’alto, brillò un po’ di più, come per rispondere.

 

E Piazza San Pietro, nel suo silenzio pieno, custodì il segreto di quel dialogo tra presepe e albero, tra legno e luce, tra Roma e il cielo.

 

Un segreto che, chissà, ogni Natale potrebbe riaccendersi, appena qualcuno, sotto l’albero o davanti alla capanna, si azzarda a cantare in romanesco con il cuore innamorato un po’ più aperto del solito.

 

Il presepe e l’albero di Natale testo di Domenico De Ferraro
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