L'uomo con la cravatta

scritto da davide cibic
Scritto 28 giorni fa • Pubblicato 27 giorni fa • Revisionato 27 giorni fa
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Autore del testo davide cibic

Testo: L'uomo con la cravatta
di davide cibic

Con una strana lentezza l’enorme ombra cilindrica si allungò sopra la sua testa.

Era di tale estensione che non se ne vedevano i confini, ammesso beninteso che ne avesse. L’oblunga oscurità pareva a tratti puntellare il cielo plumbeo, che in effetti figurava fragile e destinato a rovinare sugli altissimi fianchi della fossa.

Tutto ciò però non era affar dell’uomo, che di nulla si avvide, intento com’era a scavare e a martoriare le proprie dita. Vorticava le mani e con forza le piantava nel terreno, il tutto a più riprese, quasi avesse dei rostri metallici che non potevano fermarsi. Cavava terra e ghiaia, e di rado gemeva, come se la cosa non gli causasse patimento. La terra era di vari colori, i medesimi che l’uomo aveva visto la mattina stessa nella riunione d’ufficio.

 

 

Erano accorsi in tanti a quella riunione, recapitando affiatati una sequela di cartelline variopinte. Lo avevano adocchiato in tralice, come se avessero avuto qualcosa da nascondergli. Nel capannello lui aveva intravisto anche sua moglie, che poi si era defilata a confabulare con un omino incravattato mai visto prima negli uffici.

I colleghi gli avevano porto le cartelline e lui era rimasto a considerarne i colori. Erano belli e brillanti quei colori, ma non avevano saputo celare il suo sgomento: nelle cartelline non c’era nulla, nemmeno un foglio bianco, solo colore.

A quella reazione nessuno si era accodato. Tutti avevano ostentato sorrisi e quasi un moto di degnazione verso l’uomo, il quale aveva rimuginato: “ma come, non vi sono i progetti, i grafici di cui abbiamo discusso, e voi a malapena mi fate il favore di presenziare?”

 

 

Erano proprio gli stessi colori delle cartelline, quelli che l’uomo seguitava a cavare dalla terra. Ciottoli, sassi taglienti, grumi e radici, e il pietrisco farinoso che si diramava nelle viscere, il tutto dipinto con maestria, come vi fosse la mano di un artigiano celeste. La vena di pietra correva lucente e cangiava ad ogni svolta: l’uomo ne seguiva le movenze, affascinato da quei rivoli che sempre più penetravano il terreno. E lui scavava, scavava, le mani ormai piagate, il rosso del suo sangue che impreziosiva quel tappeto di colori. Qualche zolla più compatta e i boli di fango mitigavano il suo impeto ma lo sterro procedeva regolare.

In conclusione stava emergendo una buca sì circolare ma dai contorni frastagliati, di certo capace di contenere un uomo. Lui la considerò più e più volte, poi fece per levarsi in piedi ma un dolore fortissimo lo ricacciò a terra, e non bastavano le ginocchia per sostenerlo perché dolevano trafitte da una torma di minuscoli frammenti dorati, di cui non si era avveduto. Dovette stendersi bocconi ruotando il collo di modo da abbandonare il volto su una cuna popolata da giovani steli d’erba, che, non si sa come, crescevano nella fossa. Poi principiò a trascinare il suo corpo e la sua anima verso l’antro della buca scavata. Sembrava un grosso verme carnoso, abbellito da una camicia dal colletto a punte corte, unico lascito della riunione del mattino.

 

 

“Non darti tanta pena” aveva esclamato un collega dell’ufficio alla riunione “sì, è vero, dovevamo consegnarti i progetti concordati, ma non l’abbiamo fatto, tutto lì. Cambierebbe qualcosa se l’azienda accordasse la fiducia ad altri progetti, che non siano i tuoi?”

Sua moglie aveva riso a quelle affermazioni, che infatti erano parse bizzarre, dato che, se c’era qualcuno deputato a valutare gli elaborati da promuovere, quello era proprio lui. Lui era l’azienda, mica chi.

Sulla sua camicia spiccava una fine cravatta beige, che però si era appena incastrata in una di quelle cartelline vuote e colorate: che strano, non era riuscito a ricomporla e a riallinearla sul suo petto. La trama si era impigliata in un gancetto metallico del meccanismo di chiusura della cartellina, e non era riuscito a svolgerla, sicché si stava concitando ma non aveva ottenuto altro esito se non far correre il filo della cravatta verso il basso; alle strette stava disfacendo la cravatta, e non aveva saputo chetarsi, e la moglie aveva seguitato a ridere, in maniera peraltro via via più fragorosa, e lui si era avveduto che non lo faceva per canzonare il collega di poc’anzi, no, sua moglie stava proprio ridendo di lui, e lo aveva additato ripetutamente, in cordiale intesa con l’omino incravattato, che a sua volta aveva partecipato al ludibrio. E altri si erano associati ghignando, e c’era chi aveva riso sguaiato, e chi aveva dato sonore spallate dall’ebbrezza, e intanto la cravatta era ormai ridotta ad un moncherino e le serpentine di tessuto avevano fatto bella mostra di sé sul tavolo d’ufficio.

 

 

Allo stesso modo si mostravano le serpentine di terriccio colorato, che l’uomo rimirava ormai a pochi ansiti dalla maledetta buca.

Vi era quasi, appetto la cavità. Un soffio gelido gli baciò il viso e qualche lacrima scivolò verso camicia e terra. Non si sa come, il buco non aveva perimetro: nella tetra luce l’uomo intravide una sorta di corridoio, che pareva risalire in alto invece di avventurarsi verso il centro della terra; un passaggio molto stretto beninteso, che però anch’esso avrebbe potuto contenere un uomo. Insomma un indizio di libertà. Ma libertà da cosa?

 

 

“Forse è ora di liberarsi da tutta questa burocrazia” aveva detto un collega mentre lui cercava di racimolare il tessuto della cravatta. Poi era avanzato l’omino che, lui sì, indossava la cravatta, e lo faceva con eleganza, garbo. Peraltro era un capo di sicuro pregio, lo si era visto da molti dettagli: le cuciture a mano, la pura seta, la simmetria dei disegni, il drappeggio morbido e lucente. Insomma era un prodotto di alta sartoria, non c’era dubbio. Così come era fuori discussione che non vi erano stati progetti, relazioni, o qualsivoglia proposta di cui discutere in quella riunione. “Ma com’è possibile, come si fa a tener viva l’azienda se nessuno dei progetti che avevo chiesto è pronto?” Una mano gentile si era posata sull’uomo e lui aveva creduto che fosse lì per rassicurarlo, che tutte quelle risa erano state fuori luogo, che presto le sue richieste sarebbero state esaudite.

 

 

Una mano parimenti gentile si depose sull’uomo all’ingresso della cavità. “E’ già da qualche ora che te lo dico” fece una voce rauca ma cordiale “non puoi andartene, nessuno se ne va da qua. E poi, per andare dove?”

Con uno sforzo insano, tendendo i muscoli allo spasimo, l’uomo scivolò a ritroso, allontanandosi di qualche metro dall’accesso oscuro. Poi virò il capo scoprendo un orecchio straziato da una macchia di polvere rovente. Colui che aveva parlato era un figuro aitante e dallo sguardo compassionevole. Una barba sporcata dalla terra gli copriva buona parte del volto.

“Non puoi fuggire, mi spiace, anzi nemmeno mi spiace in fondo. Qua si sta bene, non è mica il caso di discuterne”. E così dicendo, spiegò le sue braccia da aquila onde mostrare ciò che c’era alle sue spalle. 

 

 

Quella mano aveva indugiato a lungo sulle sue spalle. Dinanzi a sé il tavolo dell’ufficio e quella pila di vane cartelline colorate. “In che senso dovremmo liberarci dalla burocrazia?” avrebbe voluto domandare al suo interlocutore che però non si era palesato nella coltre di colleghi. Non si sa se fosse stato l’omino dalla cravatta pregiata, che del resto ora si stava disinteressando di questioni amministrative, intento com’era a civettare con sua moglie.

L’uomo aveva ormai la testa piegata: da gentile la mano si era fatta greve ed esercitava sulle sue spalle una possanza tale da indurlo a reclinarsi.

Quanti stupidi colleghi aveva. Che politiche infauste e indecorose aveva dovuto subire in tanti anni, s’intende non per causa sua ma per via dei soci: tutte politiche volte ad appestare la società con personale incompetente, sudicio, individui di smodate pretese, che mai avevano privilegiato l’interesse dell’azienda; a ben vedere l’azienda era solo lui, e lui era l’azienda.

Epperò nuovi colleghi si stavano accalcando in quell’ufficio, volti del futuro e del passato, volti che si ricomponevano, finanche di persone morte che lui mai aveva salutate. Pletore di colleghi che avevano preso a colmare ogni spazio di quella sala riunioni - che strano, mai lui aveva pensato quella sala potesse esser così grande da ospitare centinai di corpi - corpi che si erano appiattiti su pareti e soffitto pur di esser lì, addirittura teste che si erano fuse tra loro dando luogo a creature raccapriccianti, il tutto per poter essere lì.

E intanto un odore acre, un panno premuto delicatamente sulle sue nari, e il moncherino della cravatta che si era disunita dal collo planando sui fili della barba luminosa di uno dei colleghi.

 

 

“Che bella barba luminosa” pensò l’uomo sincerandosi delle fattezze del figuro. Alle sue spalle l’arena di sabbia fine, delimitata dai suoi altissimi fianchi, talmente ripidi da impedire qualsivoglia ascesa.

“Non puoi fuggire dalla fossa” rincarò il figuro “lo so, nelle prime ore l’impeto è quello, ma dopo ti accorgi che si sta bene. Sarebbe empio volersene andare. E per andare dove?”

Il figuro brillava come una stella nell’universo sabbioso della fossa. Alle sue spalle l’uomo notò il sole, gradito ospite, che stava per fare capolino.

“E vorresti davvero incunearti là dentro? Potresti soffocare sai, e a che pro, qui si sta bene, sai. E poi c’è il rischio che tu finisca in una delle loro tane. Non andrebbero disturbati, soprattutto al crepuscolo… Ma non temere, nei prossimi giorni ti spiegherò alcune cose…”

E così dicendo, il figuro porse la mano all’uomo, ma in quello l’enorme ombra cilindrica ricomparve e si distese sopra entrambi gli uomini. Per qualche istante sobbalzò, oscillando orrendamente quasi a sfiorare l’uomo che giaceva a terra. Poi si vide costretta ad una scelta e l’enorme zampa prelevò quindi il figuro barbuto, che si mise a urlare in modo atroce come a voler sconquassare tutto il tappeto di sabbia.  

Il gigantesco ragno non se ne curò e lo inghiottì tutto intero, riabilitando il silenzio nella fossa. 

 

  

L'uomo con la cravatta testo di davide cibic
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