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Vanvera 19 – Puccipù
Si Puccipù.
Che non è un verso.
È un modo di parlare col freno a mano tirato.
Puccipù è la lingua quando si mette il golfino anche ad agosto.
È la parola che arriva e dice:
“Dai, facciamola tenera…” quando invece sarebbe solo da farla chiara.
Oggi tutto è puccipù.
Non perché sia piccolo, piccolino o piccoletto.
Ma perché così non dà fastidio a nessuno.
Hai un problema?
No, hai un problemuccio puccipù.
Hai un debito?
Una situazioncina puccipù puccipù.
Hai perso il lavoro?
Un cambiamento lavorativino stimolante.
Hai fallito?
Un esperienzina puccipù di crescita.
Puccipù.
Il diminutivo è diventato il deodorante spruzzato sulla pattumiera aperta.
Non risolve niente, ma profuma abbastanza da far finta di nulla.
In ospedale non muori.
Ti fanno fare un riposino puccipù definitivo.
In guerra non bombardano.
Fanno operazioncine di pacina puccipù mirate.
A scuola non bocciano.
Ti accompagnano dolcemente verso l’insuccessino.
E nessuno protesta.
Perché come fai ad arrabbiarti con una parola che sembra un peluche?
Puccipù è la neolingua del quieto vivere.
È la voce ufficiale del: “Non chiamiamo le cose col loro nome, che poi qualcuno si sente qualcosa.”
Così crescono adulti che parlano come i messaggi automatici delle app:
gentili, vaghi, inutili.
Se dici le cose come stanno sei aggressivo.
Se dici “no” sei poco collaborativo.
Se dici “è grave” sei tossico.
Meglio dire:
“C’è una cosettina puccipù da rivedere…”
che in realtà è un disastro epocale con la faccina sorridente.
Puccipù è quando anche la rabbia deve diventare educata.
— “Scusami se mi arrabbio un puccipù…”
Ma arrabbiati intero, almeno una volta.
E guai a usare parole grandi.
Dolore.
Paura.
Fallimento.
Morte.
Quelle fanno paura davvero.
Meglio infilarle in un sacchettino puccipù.
Il risultato?
Vite enormi.
Raccontate con parole minuscole.
Con il volume sempre basso.
Con i sottotitoli disattivati.
Io non ce l’ho con la tenerezza.
Ce l’ho con il puccipù sistematico.
Con il carino usato come anestetico sociale.
Con il linguaggio che ti accarezza mentre ti sta lasciando solo.
Ogni tanto serve dire: “Fa male.” Senza pupazzi.
“Ho fallito.” Senza fiocchi.
“Questa cosa conta.” Senza puccipù.
Puccipù va bene.
Ma se lo usi sempre, non stai addolcendo la realtà.
La stai Puccipùzzando.
FINE
Morale: IL CARINO È UNA CAREZZA. MA SE LO USI PER TUTTO, DIVENTA UNA MORSA LENTA. SCEGLI QUANDO ESSERE PUCCIPÙ. E QUANDO AVERE IL CORAGGIO DI PARLARE DA GRANDE.