Un giorno per sempre (il Natale perfetto)

scritto da vecchioautore
Scritto 28 giorni fa • Pubblicato 26 giorni fa • Revisionato 26 giorni fa
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Racconto scritto 13 anni fa. Con questo concludo la rivisitazione dei miei racconti di Natale. Sarà anche stato un Natale da incubo, ma per i protagonisti del racconto è stato da sogno. Buona lettura... E buon Natale... E già che ci sono: buon 2026.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: Un giorno per sempre (il Natale perfetto)
di vecchioautore

Un giorno per sempre

Un Natale con così tanta neve non lo si ricordava da tempo.
Sembrava una di quelle cartoline d’auguri che, in un tempo forse più povero ma sicuramente più ricco di sentimento di quello che ci è concesso attraversare, scrivevamo sui banchi di scuola per i nostri genitori, poco prima delle agognate vacanze natalizie. Sì, questa è l’immagine esatta che trasmetteva quel pezzo di campagna a ridosso della prima collina.
Il bianco intonso si stendeva come un morbido tappeto dal declivio al piano; un filo grigio di fumo che usciva da un alto camino posto sopra un tetto occultato da un metro di neve, pareva messo lì di proposito per legare il candore della terra all’azzurro intenso del cielo sgombro da nubi.
Saliva dritto, il fumo, senza esitare, sospinto e alimentato dai ciocchi di robinia che crepitavano dentro il focolare del vecchio camino della casa colonica, aiutato nel seguir retto la via dall’assenza di vento.
Il solitario casale era l’unica traccia della presenza dell’uomo, nel bianco accecante di un Natale soleggiato.
All’interno, due figure affaccendate; l’uomo posava i ciocchi presi dalla legnaia accanto al fuoco ad asciugare, prima di sistemarli con cura sopra il focolare; la donna, dall’altro lato dell’ampio locale, era intenta a cucinare; nonostante la ricorrenza, niente di particolarmente elaborato per la verità: pasta e ceci, com’era d’uso fare ogni giorno.
Erano anni che la coppia non festeggiava il Natale; non avevano figli né parenti prossimi con cui cenare, o perlomeno scambiarsi gli auguri, nessuno con cui conversare, nulla che potesse dare un senso al santo Natale.
I due coniugi, oltre alla stanchezza delle molte primavere, si portavano sulle spalle l’amarezza, il disincanto di una ricorrenza troppo a lungo festeggiata da soli, senza il conforto di figli e nipoti accanto al focolare.
Dopo il frugale pranzo, l’uomo s’immerse nella poltrona accanto al camino, si accese la pipa e restò a guardare il crepitio del fuoco; la donna sparecchiò la tavola, lavò le stoviglie e poi andò a sedersi sull’altra poltrona, regalò all’uomo un fugace, amorevole sguardo, prese i ferri da maglia dal cestino posato sul pavimento accanto alla poltrona e iniziò a mettere su punti a un pezzo di lana ancora informe, ma che in pochi giorni avrebbe sapientemente trasformato in un maglione.
Il crepitare del legno sul fuoco, il tintinnare dei ferri da maglia che s’incrociavano; note tristi, colonna sonora di un silente e riflessivo Natale.
L’uomo, dal volto antico, bruciato dal Sole, solcato dalle rughe del tempo e della fatica di anni sempre uguali, trascorsi ad arare, seminare, mietere, concimare… e amare la sua donna come il giorno che la impalmò; stringendo la pipa fra le labbra osservava, quasi ipnotizzato, le fiamme danzare dentro il focolare.
La donna dal volto che ancora rimembrava la bellezza di un tempo, con lo sguardo fisso sui ferri contava mentalmente i punti, mentre i polsi, muovendosi in modo quasi disarticolato con l’avambraccio, danzavano con i ferri e il filo di lana.
Improvvisamente, la donna si arrestò e, alzando lo sguardo pensoso, si mise a osservare il fuoco.
Non udendo più tintinnare i ferri, l’uomo dapprima tese l’orecchio, poi volse lo sguardo su di lei. «A cosa stai pensando?» le chiese, dopo aver tolto la pipa dalle labbra.
«Niente!» rispose prontamente lei, ricominciando a far danzare i ferri.
Dopo cinque minuti si fermò di nuovo, ma questa volta volse lo sguardo sull’uomo. «Pietro!» esclamò decisa, facendolo sobbalzare.
«Cosa c’è, Maria», disse lui, togliendo nuovamente la pipa dalle labbra.
«Stavo pensando: sarebbe stato bello poter scegliere un giorno da vivere per sempre, pescando fra quelli già vissuti».
«Ne abbiamo già parlato e discusso mille volte: non è possibile», considerò lui, scuotendo il capo.
«Lo so», replicò, immalinconendosi, Maria. E dopo una breve riflessione proseguì: «Ma ipotizzando che sia possibile muoversi all’interno del tempo, tu, quale giorno sceglieresti?»
Pietro si alzò, posò la pipa sull’architrave del camino, prese un ciocco, lo mise sul fuoco e tornò a sedersi, sprofondando nella poltrona.
«Allora?» insistette Maria.
«Ci sto pensando», rispose Pietro.
Un lungo silenzio da parte di entrambi accompagnò la riflessione. Al termine della quale, Pietro, così si espresse: «Se potessi camminare su e giù dentro il tempo… non sceglierei un giorno passato, ma un giorno futuro, da vivere per sempre».
Osservando lo sguardo perplesso di Maria, aggiunse: «So cosa vorresti chiedermi… e ti rispondo subito che, no! Non ho nulla da rimpiangere del nostro tempo passato. Ma vivere un giorno già consumato, sarebbe come leggere un libro imparato a memoria. Se ci fosse data la possibilità di scegliere, preferirei vivere un giorno non ancora goduto… un domani… il futuro».
«Il futuro?!» esclamò lei stupefatta. «Mah, Pietro, hai ottantaquattro anni, quale futuro speri di poter vivere?»
«Non lo so, quello che sceglierà il destino.»
«E se fosse un futuro da infermo, lo potresti accettare?»
Pietro accennò un sorriso. «Ci sono rischi da tenere in conto, e li devi accettare, se vuoi vivere pienamente.»
«Ma che ti sta succedendo? Vuoi buttare alle ortiche il tempo passato a scegliere un giorno per sempre? Sei stato tu a convincermi, con la tua filosofia da strapazzo, quanto sarebbe bello scegliere il giorno per sempre», ribatté, alzando il tono, Maria.
«Calmati, non ho cambiato idea… era solo un gioco. Ma visto il risultato, finiamola lì!»
«Sì, finiamola lì! Il giorno doveva essere questo, e questo resterà!» tagliò corto Maria, incupendosi.
Pietro, sentendosi in colpa, cercò di rasserenare l’animo della sua donna; indicando la neve fuori dalla finestra, proclamò solenne: «Questo è il giorno per sempre: la pace del Natale, il silenzio ovattato della neve nei campi. E noi, soli in mezzo a questo immenso nulla, la vivremo e rivivremo per l’eternità, questa magia».
«Ho preparato la torta di castagne… più tardi scendi in cantina e prendi la bottiglia che avevamo tenuto in serbo per le grandi occasioni… è venuto il momento di tornare a festeggiare il Natale», replicò Maria, sorridendo e tornando a muovere i ferri da maglia.
«Perché?» chiese stupito Pietro.
«Perché, cosa?» disse Maria, fermando nuovamente i ferri.
«Non rammento nemmeno più quando fu l’ultima volta che lo festeggiammo, il Natale… perché vuoi tornare a festeggiarlo?»
«Perché se questo deve essere il nostro giorno per sempre, nessun cupo Natale dovrà più rovinare l’atmosfera idilliaca del nostro tempo.»
Pietro si alzò, prese la pipa dall’architrave del camino, la strinse fra le labbra e, aspirando, annuì.
Soddisfatta dall’atteggiamento del suo uomo, Maria riprese a far danzare i ferri dentro la lana.

La luna, le stelle, il gelo che brillava sopra la neve, la notte complice concorreva a far di quel breve tempo il giorno per sempre; quello da vivere e rivivere per l’eternità.
Dentro il casale, il riverbero del fuoco illuminava la scena davanti al camino.
Sul tavolino posto tra le due poltrone, la bottiglia mezza vuota, i bicchieri mezzi pieni, sopra un piatto grande faceva bella mostra di sé tre quarti della torta di castagne e un biglietto vergato a mano; in due piatti piccoli i rimasugli dei due spicchi di torta mancanti; i corpi allungati sulle poltrone, le teste appoggiate alla spalliera, gli occhi chiusi, i volti sereni di due vecchi innamorati assopiti.
E il fumo continuava a salire verso il cielo, nella gelida notte; e salì fin quasi all’alba, arrestandosi quando la legna finì di bruciare e nessuno si diede la briga di alimentare il focolare.
Tre giorni e tre notti di gelo senza vedere il fumo salire nel cielo; poi, nell’alba plumbea del quarto, mani esperte rimossero i corpi dalle poltrone davanti al camino, freddo e silente.
Il maresciallo dei carabinieri prese il biglietto vergato in bella calligrafia da sopra la torta e lesse: «Abbiamo scelto questo Natale come nostro giorno per sempre. Forse non capirete, ma credeteci: è bellissimo vivere rinchiusi dentro un giorno perfetto».
Il maresciallo scosse il capo, si schiarì la voce e concluse: «C’è un post scriptum: la torta di castagne profuma di buono… non assaggiatela, è avvelenata!»

FINE



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