Era il 7 settembre 2019, saranno state le sei di sera. Il cielo era coperto di nuvole grigie ma la luce non mancava. Accade così, senza preavviso, il classico amore a prima vista. Il colpo di fulmine che diventa uno spartiacque tra come era la tua vita prima e come sarà dopo.
Sto camminando sul marciapiede con Elena, la mia ragazza, quella sera dobbiamo dare una mano alla festa della città. Non ricordo di cosa stessimo parlando, ma ecco che dal nulla, dalle nostre spalle, una macchina ci supera e parcheggia quasi investendoci. Nella mia mente sto elaborando l’insulto più adatto, quando mi accorgo che alla guida di quella piccola spider c’è mio papà e quella piccola spider è un’Alfa Duetto, del ’75 se non sbaglio.
Gliel’ha prestata un amico per il weekend. Lui e io abbiamo lo stesso sorriso da ebete mentre guardo le forme e gli interni: pelle bordeaux, grande volante in legno, minuscoli indicatori cromati con le lancette, capotte abbassata.
Non posso farmi sfuggire un’occasione del genere: «Posso farci un giro?» Domanda retorica. Salto sul sedile in un baleno, mentre la mia ragazza sta cercando di capire il senso di ciò che sta accadendo si siede di fianco a me.
Metto la cintura, stringo il volante e ne sento le forme, come se fosse Braille. Ingrano la prima e sento la marcia innestarsi come se al posto dell’olio ci sia del miele a lubrificare gli ingranaggi. E parto.
Il biscione mi fissa dal volante mentre metto la seconda e di nuovo rimango strabiliato dalla fluidità del cambio. Sono in centro città, non ho lo spazio per farla cantare ma ascolto tutto il resto: la morbidezza delle sospensioni, la risposta del telaio in curva, i freni che frenano…
Ma soprattutto la sensazione che mi da, il modo in cui mi fa sentire. Sono estasiato, sto guidando un pezzo di storia e sono al settimo cielo. Il cuore galoppava come le mie dita sulla tastiera mentre ci ripenso e scrivo.
Quando fermo la macchina davanti a mio papà, Elena mi guarda divertita, ha riso tutto il tempo vedendo le facce che facevo, non capiva. Allora le dico di provare a cambiare la marcia.
Lei lo fa e glielo leggo negli occhi, per quanto poco gli interessi l’argomento automobili, persino una babbana come lei se ne accorge di quella sensazione così nobile che da cambiare marcia su quella macchina.
Inutile dire che ho passato il resto della serata con quello stesso sorriso stampato sul volto. Il seme era stato piantato.
Mandiamo avanti veloce di qualche mese: 13 febbraio 2020. Ci sono, lo sto facendo per davvero. Ero indeciso perché il posto è un po’ lontano e per forza di cose ci sono dovuto andare da solo, molto meglio così.
Il Museo Storico dell’Alfa Romeo è uno di quei posti che va visitato senza distrazioni, senza nessuno che ti dice di sbrigarti. È un giovedì perciò è pressoché deserto e meno male. Nei mesi passati da quel primo incontro con la Duetto mi sono informato sulla storia del marchio, ho letto qualche articolo e visto le interviste di chi ha reso il nome Alfa Romeo rinomato in tutto il mondo. Dalle prime vittorie negli anni ’20 nelle corse della Targa Florio all’impresa nel DTM. Quasi un secolo di vittorie.
Ed è tutto qui davanti ai miei occhi, successi e fallimenti.
Ascolto con avidità l’audio guida che però non scende mai abbastanza nei dettagli. L’ascolto contemplo e scatto qualche foto. Mi sento come un fotografo alle prime armi incaricato di fare un servizio a Naomi Campbell, l’idea è eccitante ma allo stesso tempo intimorisce.
Ho sempre ritenuto la Jaguar E Type l’auto più bella del mondo, complice anche il fatto che sono un accanito lettore di Diabolik, ma osservando l’Alfa 33 Stradale avverto qualche crepa in quella certezza granitica. Quella coda tronca di Zagato è sublime, gli scarichi spuntano con arroganza e gli occhi corrono sulle linee formose fino al muso che tanto mi ricorda la Ferrari 330 P4, un altro capolavoro su ruote.
Vengo catturato dalle forme spaziali della Carabo, sembra uscita da un film di fantascienza degli anni ’80, avrebbe fatto un figurone in Blade Runner. La Disco volante ha le forme rotonde e piene di una pin up degli anni ’50. Quando parla dell’Aerodinamica, l’audio guida la descrive dicendo che potrebbe essere uscita da un libro di Jules Verne, non saprei trovare parole migliori.
Vengo subissato dal glorioso passato e dalla bellezza estetica di macchine guidate da veri eroi, come altro definire qualcuno che ha il coraggio di guidare macchine come le Alfa Bimotore o quelle delle prime Formula 1 a più di duecento all’ora?
Non sapevo. Non sapevo e mi sento in colpa. Mi ci vorrà del tempo per rendermi davvero conto della portata di ciò che Alfa ha compiuto sfornando auto e innovazioni a ritmo serrato, sono felice di aver fatto qualche passo nella giusta direzione, ma la strada è ancora lunga.
La fine della visita mi porta al concessionario, esposti ci sono gli ultimi modelli della casa. Dopo aver passato ore ad ammirare e imparare, chiunque ci farebbe un pensierino a comprare un’Alfa. La Giulia è stupenda e mi ritengo estremamente fortunato ad averne provata una, non ho mai trovato uno sterzo del genere su un’auto moderna. La Giulietta tra qualche tempo potrebbe essere alla mia portata e devo confessare che sono andato più di una volta sul sito dell’Alfa Romeo a configurare la Giulietta dei miei sogni.
Poi però ti trovi davanti i suv, Tonale e Stelvio, che a quanto pare stanno tenendo in piedi i bilanci ed è inevitabile farsi qualche domanda. Cosa spinge case storiche, sportive, come Lamborghini, Alfa Romeo e Ferrari (mio dio) a fare dei suv? Una delle invenzioni più stupide dell’uomo dopo il climatizzatore bizona.
Qualcuno potrebbe dire: è il mercato, è la moda e i clienti la seguono. E la mia risposta sarebbe: davvero il cliente ha sempre ragione?
Il giorno che sono diventato alfista testo di Umberto