Funerale di carta

scritto da redheadlove
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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Mi ha ispirato qualcuno, lo dedico a tutte le vittime d'ingiustizia mascherata da legge
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Testo: Funerale di carta
di redheadlove

Ormai è finita, è passato un anno esatto da allora. Devo dirti queste cose, lo devo fare per me e per te. Tu non ci sei più, io sì. Sono passati più di 15 anni da quel giorno maledetto in cui tu andasti dalla tua ex moglie a definire il divorzio. Ti eri vestito di tutto punto, avevi la giacca blu che ti donava tanto, ti eri messo la cravatta rossa ed eri bello, dannatamente bello. Le avevi portato un mazzo di fiori perché volevi chiudere in pace un rapporto ormai finito, sei sempre stato un mite. Quando bussasti la porta si aprì, non era chiusa, entrasti in quella che era stata la tua casa, notasti subito che l’odore non era più quello, c’era l’odore di lei, ma non più il tuo. La luce era accesa e tu ti accorgesti subito del caos che regnava nelle stanze, oggetti rovesciati, il divano girato, i cassetti divelti, il contenuto sparso sulla moquette in una girandola di colori. Cominciasti a chiamarla, prima a voce bassa, quasi tu disturbassi, poi gettasti i fiori in terra e cominciasti ad aggirarti nervoso per la casa come una bestia affamata che cerca il suo pranzo urlando il suo nome. In cucina la trovasti bocconi in una pozza di sangue. Non perdesti tempo, la girasti e le togliesti il coltello che aveva infilato nella pancia, ne seguì un fiotto di sangue caldo che ti bagnò le mani, te le pulisti strusciando le mani in terra, non lo volevi addosso, lei era già morta. Chiamasti la polizia a ti sedesti aspettandola col cuore in gola. Chi l’aveva fatto? Chi l’aveva ridotta così? Sentisti l’ululato delle sirene che si stava avvicinando, uscisti dalla porta principale proprio quando la volante stava arrivando, ne scesero quattro poliziotti, vennero verso di te, si bloccarono di colpo e ti puntarono contro le loro pistole lucenti. “Mani in alto!” ti intimarono con quell’accento del sud. Tu non capivi e andasti loro incontro. Quando qualcuno sparò in aria ti fermasti e alzasti le mani, ti fu chiaro tutto in un istante. “Faccia a terra!” proseguì il poliziotto, e tu ti sdraiasti, faceva caldo e sentivi l’odore forte dell’asfalto del vialetto salirti nel naso, con gli occhi a terra riscopristi il piccolo mondo che osservavi da bambino, formiche e sassolini, pezzetti di plastica e mozziconi di sigaretta, tutto a pochi centimetri dal tu naso. Incrociasti le mani dietro la schiena e ti ammanettarono, ti gettarono nella volante quasi fossi un pacco, tu protestasti dicendo che eri stato tu a chiamarli, loro ti dissero di fare silenzio. Un poliziotto rimase fuori di guardia davanti all’auto, gli altri entrarono. Ne uscirono pallidi dopo venti minuti che a te parvero interminabili. Fecero un cenno e la guardia ti chiuse lo sportello che aveva tenuto aperto per farti sentire meno caldo. Ti ritrovasti in un forno di vetro e similpelle a boccheggiare. Per loro era tutto chiaro, eri stato a trovare la tua ex moglie, avevate litigato e tu l’avevi uccisa, così, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, ti contestarono il sangue sulle mani e tu obbiettasti che ce l’avevi perché avevi tolto il coltello dal suo ventre, si misero a ridere. In fondo eri solo un negro, non potevi dire la verità, eri simile ad un animale e così ti trattarono. Seguì tutto l’iter, processi e appelli, trovarono un testimone che disse loro di aver visto un nero entrare in casa di lei. La prima volta che ti condannarono fu la volta che il cuore divenne un sasso nel mio e nel tuo petto. Era un giudice sulla cinquantina, con pochi capelli, occhi chiari e maledettamente bianco, se si fosse alzato brandendo una spada fiammeggiante e avesse urlato “In nome di Dio ti condanno a morte!” non avrebbe ottenuto il medesimo risultato. Tu eri lì che attendevi il verdetto, l’avvocato ci aveva dato poche possibilità ma ci aveva consigliato di non smettere di sperare. Quella mattina ti eri fatto la barba, ti eri lavato e ti avevano fatto usare un buon profumo, ti avevano fatto togliere la divisa arancione per farti indossare, per poche ore, un completo avana che ti avevo comprato. Quel vestito mi era costato metà del mio stipendio. Eri lì, davanti a loro, splendida spiga di grano in mezzo ad un pascolo di mucche, in attesa di essere mangiata. Il giudice chiese “Signori giurati, avete raggiunto il verdetto?” con un fare pomposo. Una donna troppo truccata per la sua età si avvicinò al giudice “Sì, vostro onore” e gli dette il biglietto che ti avrebbe tolto la vita, quanto male fa la carta, più di un colpo di pistola. Il giudice calò gli occhiali a mezzaluna sul naso, forse mi sbaglio ma vidi un brillio consenziente nei suoi occhi “ Dichiaro l’imputato colpevole del reato ascrittogli, e lo dichiaro alla pena capitale da eseguirsi per iniezione letale in…” Non lo sentivo più. Come non sentivo più le ginocchia che si ribellarono e mi fecero cadere di schianto sulla sedia. Quel pezzo di carta pesava più di un’ancora, era più freddo del ghiaccio. Quando rinvenni tu eri già stato portato via mentre urlavi e piangevi, io avevo intorno un capannello di gente che mi consolava con frasi di rito, che sentivo vuote anche se cariche di compassione, io non volevo compassione, io volevo te. L’avvocato era addolorato, ma mi disse di non disperare, che saremmo ricorsi in appello. Lo facemmo e perdemmo anche lì. Non era facile, eri nero, eri un cavallo che partiva con l’handicap. Ogni volta che si avvicinava una nuova sentenza, mi sentivo rinascere, mi compravo un vestito nuovo, poi ci vedevamo in aula e facevamo l’amore con gli occhi, sentivo te dentro di me anche se eravamo a dieci metri di distanza, ogni volta speravo e ogni volta la scure si abbatteva su di noi, rendendo ogni volta più straziante il dirsi addio. Accogliemmo l’ultimo grado di giudizio quasi fosse una liberazione nell’attestazione della sua tragicità. Lo stato che si professava democratico ti aveva consegnato al boia per un qualcosa che non avevi commesso, non so con quale mano i giudici che ti hanno giudicato e condannato accarezzeranno la sera la testa dei loro figli, non so con quale faccia si guarderanno allo specchio non vergognandosi di se stessi. Non capirò mai come facciano a dormire tranquilli la notte. Attendemmo 9 anni perché la carta si trasformasse in veleno armando la mano del boia di ago e morte. Questo che ti racconto lo so perché me lo hanno detto, io non ho avuto il coraggio di essere lì con te. Scusami. Perdonami. La tua ultima cena, non ultima ipocrisia di gente che si sente giusta, ti fu servita in una cella più grande e pulita di quella dove avevi passato gli ultimi 15 anni. Chiedesti una bistecca e un’insalata, che non mangiasti e che condisti con le tue lacrime salate, lacrime di rassegnazione. Stava finendo tutto e lo sapevi. Il giorno dopo ti portarono in una stanza dove ti lavasti e ti radesti, la paura era palpabile, era terrore che ti faceva tremare le mani e ti tagliasti il bel viso. Ti fecero indossare un camice verde, come se si trattasse di un’operazione per salvartela, la vita. Ultima falsità che dovesti a malincuore subire fu la visita. Il medico arrivò e ti visitò, ti misurò la pressione, ti ascoltò il cuore. Tu avesti l’impressione di avere davanti a te chi ti prendeva le misure per scavarti la fossa. Rifiutasti il prete, non lo avevi mai richiesto, lo facesti per coerenza pentendotene subito dopo. Ormai era tardi. Nella mezz’ora che mancava alla tua esecuzione fumasti una sigaretta dietro l’altra, tu che non avevi mai fumato. Canticchiavi con voce stridula saltellando e piangevi, piangevi sommessamente come un bambino. Sobbalzasti quando si aprirono le porte della camera della morte, la porta cigolò sui cardini e si aprì facendoti scoprire la macabra sorpresa che conteneva. Ci vollero due energumeni per sorreggerti, ti cedettero le gambe. Il tettino era lì, acciaio e pelle, ti stava aspetta a braccia aperte. Li seguisti recalcitrante, come un agnello segue chi lo ucciderà in un macello. La porta si chiuse dietro di te e ti sentisti in trappola. Ti mancava l’aria, ma ancora non per molto. Poi l’aria ti sarebbe avanzata. Ti fecero sdraiare sul lettino ed era freddo, ti strinsero le cinghie di pelle ai polsi e alle caviglie, ultima ti cinsero la vita. Eri lì, come un cristo legato su una croce di acciaio e cuoio, i sostegni per le braccia erano perpendicolari al corpo. Stavi guardando il soffitto, avevi le lacrime che ti colavano sulle orecchie, non ti sentivi forte né pronto a morire, ma resistevi. Rimanesti in silenzio per cinque, dieci minuti sentendo solo il suono del tuo respiro ed il battito del tuo cuore insieme al ronzio sommesso degli aspiratori. Non avevi sentito male quando ti avevano messo l’ago nella vena, forse eri troppo nervoso. Ti stavi quasi abituando a questo stato di cose, quando sobbalzasti, le tende dietro la tua testa si aprirono di scatto mettendoti in mostra come carne viva su un bancone di macelleria. Ti stavano guardando i parenti della tua ex moglie, l’avvocato (a proposito, ha smesso di esercitare e ha comprato un appezzamento di terra). Tutti osservavano la carne esposta, in silenzio, con le mani conserte, quasi gliene fregasse qualcosa del tuo dolore. Il cuore cominciò a batterti sempre più forte, lo sentivi anche dalla sonda che ti avevano attaccato al dito. Respiravi affannoso e tremavi, come nudo in un campo di neve. Battevi i denti e cercavi di girare la testa per vedere chi ti guardava, per cercare i loro occhi, ma non potevi, anche la testa era preda delle cinghie. Passarono per te minuti che parvero anni, tu piangevi e, sì, pregavi, pregavi quel tuo dio sconosciuto che fino ad allora avevi rifiutato, piangevi e tremavi, le tue labbra carnose si muovevano in litanie a te sconosciute, semplicemente pregavi e imprecavi, maledicevi il giorno della tua nascita e questo, della tua morte. L’anestetico che ti iniettarono per primo ebbe il solo effetto di farti smettere di tremare, ma non smettesti di piangere. Puff, lo stantuffo calò e ti si bloccò il cuore, i polmoni e tutti i muscoli. Agonizzasti per pochi istanti, ti contraesti in una morsa di dolore che solo tu sentisti, ti irrigidisti divenendo pietra e ti rilassasti quando la vita lasciò il tuo corpo. Dio sa se ti ho amato in tutti questi anni, solo Lui può dirti se ti sono stata vicino, se ho pianto per te, se ho sperato con te, se mi sei mancato, se ho dedicato a te ogni anelito di vita che mi era rimasto dentro. Ho aspettato ancora un anno da quando la terra ti abbracciò in una bella mattina di primavera. Jason mi da dei problemi, credo che si faccia di crack, sta sempre fuori casa e l’ho trovato con una pistola, ho veramente paura per lui. Proteggilo, perché è tuo figlio. Janet da quel giorno ha smesso di studiare, dorme sempre e dice che non ho fatto abbastanza per salvarti. Non capisce che avrei donato la mia vita se fosse servito a salvarti. Non capisce quanto ti ho amato. Io adesso sono stanca, mi sento di aver fatto il possibile per te, ti ho amato fino a strapparmi il cuore, ho contato ogni singolo giorno che siamo stati distanti, non ho mai perso la speranza finché ce n’era. Adesso basta, è finita. Tu non sei più con me. La prima volta che sei morto fu il giorno della sentenza, la seconda il giorno dell’esecuzione. Ti faccio questo funerale di carta per renderti un ultimo omaggio, poi, ti prego, lascia che me ne vada. Ti porterò sempre nel cuore, tu sei per me unico e indivisibile, ma sono ancora giovane. Perdonami, te lo chiedo col cuore, ma non ce la faccio più, lasciami libera da te. Te lo chiedo per me. E per te. Adesso brucerò questa mia lettera perché il fumo arrivi dove sei e ti porti il mio cuore.
Addio Bob, ti amo

Funerale di carta testo di redheadlove
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