Dopotutto la vita è perdita. Di persone, di idee, di emozioni.
E quando la sera ti senti abbracciato dalle coperte che stringi, come fossero corpi inermi messi lì proprio te, la tua mente spazia sterminate lande, il più delle volte desolate.
La memoria di qualcosa, un evento, una persona contiene in sè delle potenze indescrivibili e quando ti fermi ad osservarti dall’ esterno capisci il valore del tuo passato.
La regina si staglia sul suo trono d’ oro, lo scettro prezioso, le vesti finemente ricamate da un gusto raffinato e in testa, la corona.
Ogni uomo possiede il desiderio di possedere un qualcosa di così prezioso, da un valore che però, i soldi, non li vale. E pensare che non è un’ utopia, è ben possibile, e spesso l’ uomo se ne veste, ostentando la sua finta coda da pavone che non rotea più.
Nel momento del presente non si comprende il valore di tale corona ma, come si sa, il tempo e la materia non vanno molto d’ accordo e la corona si erode. Si sgretola, e piccoli pezzi d’ oro iniziano a scollarsi da essa. È come tentare di contenere un fiume senza argini o trasportare enormi quantità di sabbia dentro una rete da pesca.
Quando anche l’ uomo muore in ogni istante, ne consuma alcuni per fermarsi a riflettere. A credere che sia impossibile.
Impacciato e appesantito, avvizzito dal ricordo abbandono gli abbracci vuoti delle lenzuola e mi vesto di me. Mi vesto cioè di quello che ero, o meglio, tento di farlo, splendendo come il più bel rubino della corona. Continuo a guardarmi indietro per aggiustarmi le pieghe del vestito e, ad opera fatta, mi rigiro in avanti per ammirarmi.
Lo specchio è però brutalmente reale, non sono che consunti stracci, arcobaleni sbiaditi.
Il rubino è ruggine che gratta l’ anima, sanguinante.
Colori scoloriti testo di Filippo Carradori