Aprì delicatamente la custodia del violoncello
e con tocco esperto lo svestì come fosse il corpo
delicato e vibrante di una donna innamorata.
Sorrise a se stesso, riflesso nel legno lucente.
Non c’era mai pubblico ad applaudirlo, ma in quei
momenti provava sempre una piacevole sensazione
di trionfo, la gratificazione senza pari di poter suonare
lo stesso strumento replicato in infinite e nuove versioni.
Si sedette, lo appoggiò a terra con cura e per un attimo
lo abbracciò con dolcezza, ne respirò il profumo caldo,
ne assorbì le forme, ne percepì l’anima. Ma furono
sensazioni che, come sempre, si dissolsero rapidamente.
In fondo non gli interessavano e poi non aveva tempo.
Voleva suonare, sentire le prime note di quel pezzo
che lui stesso aveva composto solo per quel violoncello,
per lui solo. Per saggiarne colore e intensità del suono.
Lo inclinò e, stringendolo al petto, lo appoggiò al cuore,
godendo di quell’intimo contatto che lo appagava, che
gli regalava emozioni luminose, ma destinate sempre a
durare troppo poco, appena il tempo di un’aria.
Chiuse gli occhi e assaporò quell’istante silenzioso e
unico che precedeva la musica. Poi sfiorò le corde e
il violoncello levò il suo canto melodioso, modulando
ogni più piccola sfumatura del sentimento umano.
Rapito dall’estasi di quelle note che si cercavano,
si trovavano e si fondevano in un amplesso pieno di
grazia, pensò che un giorno sarebbe forse riuscito a
sentire l’armonia della musica nella sua completezza.
Quando chiuse lo spartito, invece, si disse che no,
non aveva senso infilarsi in ricerche faticose. Che
importanza aveva per lui, vivere davvero la musica?
Restaurare i singoli suoni era più semplice e piacevole.
Rivestì distrattamente il violoncello e lo depose con
noncuranza accanto gli altri. L’avrebbe dimenticato
subito, non era proprio il caso di affezionarsi, il suo
era solo un lavoro, e per di più non pagato.
IL RESTAURATORE DI SUONI testo di Inside a secret garden