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La luce filtra dalla tapparella socchiusa della cucina, proiettando linee sottili sul tavolo. Sono seduto con il telecomando in mano, il telegiornale scorre in sottofondo, parole e immagini che non ascolto davvero. Il brusio mi tiene compagnia, ma non riesce a riempire il vuoto che sento dentro.
Oggi è passato un anno esatto da quando ci siamo separati. Un anno da quel momento in cui abbiamo smesso di essere "noi" e siamo tornati a essere solo due individui distinti. Dopo anni di convivenza, in cui eravamo una cosa sola, negli ultimi mesi insieme sembravamo più due estranei costretti sotto lo stesso tetto che una coppia.
Il mio sguardo si posa sulla sedia dove ti sedevi sempre. Lì, in quella posizione, con il caffè tra le mani e quell'espressione assorta mentre pensavi a qualcosa che non condividevi mai del tutto. Mi tornano in mente le ore trascorse a parlare, i mille progetti sussurrati tra una cena improvvisata e un bicchiere di vino. Alcuni folli, altri possibili. Sognavamo in grande, o forse ero solo io a farlo, mentre tu restavi con i piedi piantati a terra. Dopo la nostra separazione ho provato a condividere quei sogni con altri, ma sembra che a nessuno importi davvero delle illusioni altrui. Chissà se tu ne hai realizzato almeno uno.
Nonostante tutto, ci capivamo. Forse non nel modo perfetto, ma abbastanza da restare. Abbastanza da tenere insieme i pezzi anche quando iniziavano a incrinarsi. E forse è proprio questo il pensiero che mi fa ancora indugiare, che mi spinge a cercarti nel riflesso di una vetrina o tra i volti sfocati di una folla anonima.
Lascio il telecomando e prendo il telefono. Le dita scorrono automaticamente sulla rubrica, fino a trovare il tuo numero. So che hai cambiato scheda tempo fa, ma ormai è diventata una routine. Ogni tanto provo a chiamarti, non per sentire la tua voce, ma per ascoltare il silenzio.
La voce registrata mi avvisa che il numero non è attivo. Resto lì, immobile, con il telefono ancora all'orecchio. Chiudo gli occhi e ripenso a tutte le cose che sapevamo l'uno dell'altro. Ti avevo detto così tante volte che mi sarebbe piaciuto andare in Islanda. Percorrere la Ring Road con un'auto a noleggio, lasciando che i Sigur Rós suonassero dall'autoradio mentre il paesaggio scorreva fuori dal finestrino. Ridevi, mi prendevi in giro per quell'idea romantica e un po' infantile, e giorno dopo giorno restavamo qui. Tu non volevi partire, io ti assecondavo. Invece di vedere l'aurora boreale, assaporavamo lo smog della città.
Forse è meglio così. Forse, alla fine, le nostre differenze ci avrebbero comunque allontanati. Forse, anche se ci fossimo aggrappati con tutta la forza possibile, il destino ci avrebbe spinti ai lati opposti del fiume, separati da qualcosa di invisibile ma incolmabile.
Mi alzo dalla sedia, spengo la tv. Il silenzio è quasi assordante ora. Prendo lo zaino appoggiato accanto alla porta, recupero le chiavi e il biglietto aereo: Milano-Keflavík.
Mi fermo un attimo prima di uscire, lo sguardo che torna al tavolo in cucina. Sul tuo vecchio posto c'è un secondo biglietto.
Mi sarebbe piaciuto andarci con te. Mi sarebbe piaciuto vedere la tua espressione mentre la neve si posava leggera sui vetri dell'auto, sentire la tua voce sovrastare la musica per farmi notare qualcosa fuori dal finestrino. Ma non posso restare ancorato al passato per sempre.
Stringo la maniglia, respiro a fondo. E poi esco, chiudendo la porta alle mie spalle.