GENOVA, 9 ago. 99
Ore 21’59: il treno si è appena fermato alla stazione di Pisa, (per fortuna l’interegionale-con supplemento e aria condizionata- è arrivato perfettamente in orario).
Ancora un piccolo sforzo: tra poco saremo di nuovo a casa. Il sollievo che mi dà questo pensiero dura lo spazio di un attimo: scesa sulla banchina del binario numero 5, l’aria irrespirabile di un’afosa notte di piena estate mi toglie il fiato. Ci ritroviamo in mezzo ad una moltitudine di persone assiepate in attesa della coincidenza per Firenze: neanche una panchina libera, le mie gambe sono a pezzi, i piedi mi bruciano come tizzoni ardenti, mia figlia dorme, stremata, sulla spalla di mio marito (anche lui con una gran faccia stanca), mio figlio si preoccupa per eventuali brutti incontri. Dopo ciò che ha visto oggi non posso biasimarlo.
Una Genova strana ci ha accolti stamattina, una città dalle due facce: quella del porto antico da poco ristrutturato con strutture avveniristiche: le vele, quello strano ascensore che va su e giù come un disco volante travestito da jo-jo, l’acquario, i magazzini del cotone ristrutturati e riempiti da un museo,un negozio di dischi e una città dei bambini stranamente disabitata; e dietro questa nuova facciata, come dietro un pesante cerone da teatro, le rughe vecchie e sporche dei carugi, abbandonati ad un degrado allucinante, lì a pochi metri di distanza,popolati da un’ umanità da sempre ai margini della società. E’ stato come entrare in una terra di nessuno, come attraversare un confine invisibile tra l’ipocrisia e la più cruda degradazione. Per centinaia di metri non un negozio, non una porta o una finestra aperta. I colori delle case inghiottiti da un uniforme patina scura,non un segno di vita. Solo due piccoli tavolini ingombri di creme, saponi e candele accanto a due donne di colore con vesti e turbanti tipici del loro paese che ci osservavano con aria stupita.Eravamo come naviganti dispersi chissà in quale galassia, proiettati stranamente in un universo parallelo. Mio figlio ci ha risvegliati con un : -Ma dove mi avete portato?- Svelti, abbiamo imboccato la prima traversa e via verso il porto. Dopo dieci passi, un sospiro di sollievo: di nuovo sotto i portici, le navi ancorate sono davanti a noi, rieccoci nel mondo ipocrita e civile (?).
Anche adesso, sotto stazione, sulla via del ritorno, il ragazzo continua ad essere preoccupato: ha visto un barbone che orinava all’angolo di una colonna in marmo annerito dalla sporcizia, ha solo undici anni e questo mondo lo sconcerta. Cerco comunque di rassicurarlo: la massa umana che ci circonda (a dir la verità un po’ insolita come numero per quell’ora), gli spiego, è un’orda di vacanzieri della domenica che, come noi, fanno ritorno a casa dopo una brevissima puntatina al mare o in chissà in quale altro luogo turistico, in cerca di un po’ di refrigerio alla calura estiva. Gente stanca e tranquilla. Soprattutto stanca e accaldata.
L’aria mi sembra sempre più soffocante: è piena d’odori pesanti e per niente piacevoli, resi ancora meno sopportabili dalla forzata vicinanza. A ben guardare, infatti, si notano caratteristiche, abbigliamenti e andature che ben poco hanno in comune con il bagnante che se ne ritorna a casa, sudato e rosso come un peperone, dopo una giornata passata ad inseguire il mito di una perfetta abbronzatura (quella che ti serve per toglierti di dosso quel pallore che ti bolla come lo sfigato che non ha i soldi per andare in vacanza).
Una negretta minuta dalla vistosa parrucca con mèche bionde ancheggia lungo il binario, due ragazzi sdraiati per terra con la pelle ricoperta d’inquietanti tatuaggi e vestiti piuttosto malconci, …. Immagini, per noi, provinciali, ancora poco usuali. Distolgo lo sguardo e cerco di concentrarmi su qualche altro pensiero che non sia negativo.
Finalmente arriva il treno. Treno pieno come un chicco d’uva. Dopo una breve lotta riusciamo ad accaparrarci quattro posti in un vagone per non fumatori. Meno male, non ne potevo più. Cerco di sistemare alla meglio la bambina, che nonostante tutto non si è svegliata, in modo che la testa non le ciondoli di qua e di là col dondolio del treno. Anche mio marito e mio figlio, in poco tempo, si addormentano.
Devo rimanere sveglia almeno io, fra poche fermate siamo arrivati, non posso rischiare di non svegliarmi.
Provo a guardare dal finestrino: beh, non c’è proprio niente da guardare, è notte e stiamo viaggiando in piena campagna.
Il treno ha preso velocità, dai finestrini, tutti aperti per il gran caldo, entrano folate di vento fortissimo che fanno volare le tendine. Mi preoccupo per la bimba: è tutta sudata, tutta quest’aria non può che farle male. Chiudo il mio finestrino, ma ben presto mi accorgo che devo far chiudere anche quello davanti a noi. Chiedo gentilmente il permesso alla signorina” tutte trecce” che è seduta lì vicino.
Nessuna risposta. Appellandomi al detto “chi tace acconsente” provo a chiuderlo da sola.
Immediata, adesso, la risposta: con uno scatto rabbioso la signorina lo riporta alla posizione iniziale.
Mille grazie.
Sono troppo stanca per protestare.
Ecco un altro dei tanti gesti, piccoli e grandi, che oggi ho tristemente notato e che stanno minando la capacità di vivere insieme, di comunicare, di comprendersi.
Chiusura, chiusura totale verso l’altro, l’altro che ti passa accanto, ti sfiora, ma sembra far parte di un mondo diverso, lontano mille anni luce da noi.
Sono troppo stanca anche per filosofeggiare, scambio il mio posto con quello della bimba, ecco, ora l’aria mi sbatte in faccia, mi schiaffeggia ed io non so reagire, come non so reagire alla crudeltà e all’indifferenza che si sta impadronendo del mondo.
Genova, 20 luglio 2001
Dallo schermo della televisione, una città a due facce, una imbellettata e ingioiellata per l’incontro con gli otto grandi, l’altra straziata dagli scontri violenti tra la polizia e i protestanti.
Quel corpo inerte disteso in una pozza di sangue è un grido che rimbomba nelle mie orecchie, mentre mia figlia di sette anni mi chiede:-Mamma, ma cos’è il G8?-
E’ l’incontro tra i capi di governo degli 8 paesi più importanti…che devono decidere……-cerco di risponderle...
-Mamma, cosa devono decidere?
Non so cosa risponderle, non posso risponderle, spero di non doverle rispondere:-Del nostro futuro, amore.
Nel mio stomaco in subbuglio sta montando una rabbia sorda.
Mi faccio schifo, perché me ne sto qui a guardare, come tutti, guardoni teledipendenti magari sputasentenze, pronti a sparare giudizi e frasi retoriche contro la violenza ed ad annegare subito dopo nella più torbida indifferenza.
-Mamma, cosa devono decidere? ……..
Non posso risponderle, sto correndo in bagno per andare a vomitare.
genova testo di doroty