Pianalto è un borghetto di passaggio,come ne esistono tanti nel nostro paese: poche case, una bottega, il circolo e un campanile. E’ arroccato ai piedi di una grande montagna, località troppo in alto per essere mite campagna, troppo in basso per essere elevata agli onori di stazione sciistica. Gli abitanti si contano ormai sulla punta delle dita: coppie di anziani, qualche sparuto turista amante dei percorsi alternativi, la nostalgia dei tempi che furono. Sembra che quel luogo non abbia più nulla da raccontare da un po’ di tempo a questa parte: eppure, quando la sera riecheggiano le campane del vespro, proprio in quell’ora che prelude al silenzio della notte, l’antico borgo si rianima. Se aguzzate bene gli occhi, sotto i portici costellati di gerani, i balconi scrostati e i vicoli di pietra, noterete muoversi zampette furtive, qua e là delle code pelose, qualche baffo guardingo, e soprattutto tanti occhietti furbi. E’ la comunità felina di Pianalto, che per qualche ragione che non staremo a indagare, supera ormai di gran lunga il numero degli abitanti. E così, come ogni sera, questi gatti si riuniscono a macchia di leopardo intorno ad un'aiuola di mattoni rossi, al centro della quale sta un ulivo secolare mezzo secco, talmente massiccio e contorto per l'età da assomigliare a una scultura, e nessuno mai in paese si è sognato di tagliarlo per far posto a qualche alberello più giovane.
Il capobranco è Pedro, gattone nero e bianco, insostituibile compagno della vedova Adalgisa. Dopo la sua cenetta di crocchini al pesce, il micio salta giù da una finestra e si arrampica sul ramo più grande dell’ulivo e da lì, coda a penzoloni, controlla le presenze della piccola assemblea felina. Il vecchio Pedro è uno dei pochi maschi rimasti "interi", per così dire, e tra quei mici di Pianalto può annoverare numerosi discendenti.
La compagna preferita di Pedro è Roxy, una gattina longilinea incrociata con qualche razza nobile, come rivelavano i lunghi ciuffi di pelo rossiccio e la coda folta. Anche lei presenzia alle assemblee, si accoccola timida ai piedi dell’ulivo, sotto lo sguardo vigile di Pedro. Annunciate dallo scampanellio dei loro collarini rosa, arrivano anche le sorelle Mizzy e Zarina, gattine dal pelo tricolore, e poi Tiberio, il gatto nero che vive tra le baracche dietro la canonica, e che la perpetua di Don Giuliano si ricorda ogni tanto di governare con un po’ di avanzi. Sì perché a Pianalto la messa viene celebrata due volte a settimana, tanto pochi sono i fedeli, e il parroco dimora nelle popolose e più salubri parrocchie a valle; tant’è il povero Tiberio è il più gracile e macilento di tutto il gruppo . Ultimo arriva Foffo, il pigrissimo persiano grigio dei coniugi Moretti, insegnanti in pensione trasferiti a Pianalto quando la scuola del paese, ormai abbandonata, contava ben 11 alunni, anni or sono.
Se mai vi capitasse di visitare questo paesetto, magari prima dei rigori invernali che lassù si fanno sentire, vi consiglio di trattenervi sul far della sera per assistere a quelle curiose assemblee feline (sempre che vi piacciano i gatti). Sentireste un concerto di miagolii dei più vari, soffi stizziti e piccole baruffe, come quelle che di solito ci tengono svegli le notti d’estate e mettono i gatti a rischio di prendere qualche scarpata ben assestata. Ma se porgete l’orecchio con pazienza e osservate le espressioni delle code e dei baffi, potreste interpretare una conversazione come quella che ho sentito io stesso qualche tempo fa.
“L’hanno fatto di nuovo, ve ne siete accorti?” sentenziò Pedro.
“Cosa!?” risposero tutti curiosi drizzando le orecchie.
“Hanno rovistato nei sacchi dell’immondizia, hanno sporcato ovunque e manco una lisca ci hanno lasciato!”
“Barbari!” esclamò Foffo col suo miagolio moscio, girando i baffi in segno di disgusto.
“Sento il loro odore ovunque, si sono fatti persino le unghie sul mio ulivo! Questo è un affronto, dobbiamo difenderci!” miagolò Pedro drizzando la coda
“Dicono che il loro capo sia cieco da un occhio, e che sia mezzo spelato per le cicatrici dei combattimenti” aggiunse Tiberio.
“Uhmm, chissà che bel maschione baffuto e possente” miagolò Zarina rotolandosi per terra.
“Non so voi ma io ho paura ragazzi, la sera me ne starò chiusa in casa” disse Roxy iniziando a leccarsi la coda per il disagio.
“Tranquilla cucciola, ho un piano per scacciarli, ma ho bisogno del vostro aiuto” gongolò Pedro stiracchiandosi sornione sul ramo d’ulivo.
All’ordine del giorno,da qualche mese a questa parte, c’erano le scorribande dei gatti selvatici che scendevano dai boschi della montagna per fare malestri e qualche piccola razzia tra le stradine di Pianalto. Chi era riuscito a vederli raccontava di certi gattacci irsuti e grossi come linci che di giorno si nascondevano nei boschi, e la notte, presi dai morsi della fame, si aggiravano per le vie del borghetto in cerca di avanzi, rifiuti,e magari qualche sorcio paffuto. Ma i nostri gatti, com’è noto, sono animali assai territoriali e per nessun motivo avrebbero tollerato oltre quelle invasioni di campo da parte di felini mezzosangue e selvaggi.
Pedro, dopo tanti anni di vita domestica, conosceva a memoria le abitudini della sua padrona, e sapeva quanto la signora Adalgisa fosse angustiata dalla presenza dei topi che si aggiravano nello scantinato dove l’anziana riponeva con cura le sue conserve, l’olio buono, e le scorte di salumi (casomai qualche distratto nipote fosse andato a farle visita). Tant’è, per scacciare quei topi, visto che la presenza di Pedro sembrava non turbarli più di tanto e datosi che il veleno sarebbe stato troppo pericoloso per l’amato gatto, Adalgisa si era risolta a stendere trappole di colla e altre diavolerie repellenti, per quanto la sua pensione miserrima le permetteva di spendere. L’idea di Pedro era proprio di prendere con cautela quella colla micidiale, piazzare qualche esca succulenta, e intrappolare quei razziatori furtivi. Una volta invischiati in quell’appiccicume li avrebbero potuti attaccare facilmente e scacciarli con la coda tra le gambe. Questo in breve il piano che Pedro illustrò ai compagni.
Così, un po’ alla volta e senza dare nell’occhio della signora Adalgisa, Pedro e Tiberio iniziarono a tirar via con le unghiette quelle trappole di colla, attenti a non rimanere invischiati loro stessi, e a nasconderle per il paese nei posti frequentati dai randagi, che Roxy e Foffo andavano segnalando via via in avanscoperta. Dopo qualche sera cassonetti, anfratti e scantinati erano tappezzati di trappole, compresa la base dell’ulivo dove si arrampicava Pedro, deciso a difendere il suo piccolo trono. Per Mizzy e Zarina, invece, aveva escogitato un compito ben preciso: sentendo arrivare la stagione degli amori Pedro aveva pensato di sfruttarle subdolamente come esche viventi per richiamare i maschi selvatici, ruolo che per quelle due gattine così snob e maliziose andava alla perfezione.
La strategia anti-invasione era completa, la sagacia di Pedro venne presto ricompensata. Qualche notte dopo, per le vie del borgo addormentato, si udiva solo il flebile miagolio di Mizzy e Zarina, che secondo i piani si rotolavano civettuole nella piazzetta dell’ulivo. Alla luce pallida della luna si strusciavano ad ogni muro, gradino e vaso che incontravano, nell’aria si sentivano solo i loro afrori, trasparenti alle narici umane ma assai pungenti per i nasi felini. Alla spicciolata cominciavano a uscire i gatti dal bosco, si avvicinavano circospetti rasentando i muri nelle viuzze del borgo, dirigendosi proprio dove Pedro aveva disposto le trappole. In pochi istanti uno dopo l’altro furono attirati dagli odori sulle trappole di colla, chi con una zampa, chi con il muso, chi con tutto il corpo: partirono i miagolii disperati, si vedevano gatti saltellare impazziti qua e là cercando di scrollarsi di dosso quella roba appiccicosa, senza capire che più si agitavano e più ne sarebbero rimasti invischiati.
I nostri gatti erano pronti al contrattacco: Pedro si fermò a osservare, pelo dritto e unghie ben in vista, dietro a lui si acquattarono Tiberio e tutti gli altri Eccolo lì il famigerato capobanda, soffiava e si rigirava come un serpente, intrappolato anche lui ai piedi del grande ulivo. Il pelo grigio, arruffato e sporco di colla, mascherava quell’occhio accecato tanti anni fa da un investimento di un auto. Quando esausto smise di rotolarsi e di soffiare era quasi l’alba, spalancò l’occhio buono, di un verde brillante da far luce, e cominciò ad ansimare con la bocca aperta, cacciando dei miagoloni profondi e lamentosi verso quei mici che lo guardavano, impauriti e tuttavia curiosi.
“Carogne, questa è opera vostra, lo so! Gli umani ci ignorano, anzi qualcuno ci da anche degli avanzi, ma voi signorini no, perché ce l’avete con noi?” tuonava il gattone sconfitto. “Cosa vi abbiamo rubato, forse le vostre crocchette o il caldo delle poltrone? Voi pasciuti animali di città non sapete cosa significa mangiare insetti disgustosi, rifugiarsi sotto gli alberi, vivere nella neve con le zampe gelate, essere sbattuti dal vento, costretti a una vita selvatica e feroce. Mai una carezza, mai un po’ di calore, siamo troppo brutti e ispidi per essere accolti nelle vostre belle casette pulite.”
Mentre lo ascoltava a debita distanza Pedro vedeva che in fondo quei nemici così odiati e temuti erano gatti come loro, non più grossi e feroci ma solo più sofferenti, una banda di poveracci malnutriti che cercavano di tirare a campare. Sentiva che erano spinti da un forte istinto, ormai sopito nei gatti domestici, e si domandò se al contrario lui fosse stato capace di sopravvivere in mezzo a simili avversità. Forse era stato crudele, iniziò ad avere pena per loro, e non volle più combattere: ritirò le unghie, pronte a graffiare, sgonfiò il pelo, e si avvicinò al capobranco. Pian piano Tiberio si fece coraggio e lo seguì, Roxy e gli altri si avvicinarono anche loro per dar vita ad un piccolo miracolo. Insieme a Pedro provarono a staccare le trappole una per una, a liberare quel gatto indomito dalle pastoie della colla leccandogli via i peli appiccicosi con grande dolcezza e umiltà. Da quella notte i numerosi gatti selvatici del bosco divennero presenze amiche, costanti e pacifiche nelle vie del borgo, dove trovavano ospitalità e un po’ di cibo (ecco uno dei motivi per cui a Pianalto i felini sono molti di più dei cristiani).
Questa è la storia che quei gatti straordinari mi raccontarono, a modo loro, mentre si lasciavano coccolare dalle mie carezze, ricambiate da tante fusa premurose. Ricordo quel momento, seduto ai piedi dell’ulivo a godermi il tramonto, quando venni distratto da una signora, anche lei come me di passaggio a Pianalto. Camminava frettolosa sotto i portici, trascinandosi dietro una bambinetta con le treccine bionde, la quale, com’è naturale, avrebbe voluto fermarsi per giocare e fare due coccole a quei pelosi. “Non li toccare tesoro, guarda come sono tutti sporchi e malati! Ma che li tengono a fare questi gatti pulciosi, non lo vedono che fanno schifo?”.
Piedi di gatto testo di uranio