“Team Squerciatombini” Greek Thunder Vol. 2

scritto da Nene
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I tre Amici finalmente riuniti in Grecia partecipano ad un esibizione nel circuito cittadino di Sparta.. doveva essere un esibizione ma..
- Nota dell'autore Nene

Testo: “Team Squerciatombini” Greek Thunder Vol. 2
di Nene

 Continua dal capitolo 11- Un'ora di tempo

Alex tenne il gas leggero, Seconda, Terza.
Il motore saliva fluido, ma trattenuto. «Ok…» mormorò tra sé. «Vediamo chi sei.»

Prima curva: destra secca, Frenata lunga.
Il muso affondò, il posteriore si alleggerì appena. Sterzo deciso.

La macchina rispose… ma non come in rettilineo.

«Mh.»

Uscita larga. Troppo larga, Sfiorò il muro.

 Poi nel secondo settore, più veloce. Un curvone a sinistra che sembrava infinito, con l’asfalto leggermente ondulato.

Qui provò a spingere un filo di più.

Gas progressivo. Il V8 cambiò tono, le gomme posteriori iniziarono a “cantare”.

Non un urlo.
Un avvertimento.

Alex alleggerì.

«Ok… ho capito.»

Uno gli arrivò dietro, specchietto, Basso. Largo. Aggressivo, gli stava già sotto. Le parole di Lele gli tornarono in testa. “Se ti arrivano a culo, lasciali passare.” Alex si spostò leggermente, alzò il piede. Quello passò come un proiettile, senza pensarci due volte. Il vento dello spostamento fece vibrare la Chevy. Alex lo seguì con lo sguardo. «Vai… fammi vedere.»

Terzo settore. Il peggiore. Stretto. Tecnico. Bastardo, due sinistra-destra attaccate, poi una staccata in discesa che entrava in un tornante quasi cieco. Alex arrivò lungo. Frenò forte. Troppo. Le gomme fischiarono. Il posteriore partì. Controsterzo. Istinto.

La macchina si mise di traverso… e rimase lì, sospesa un attimo tra controllo e disastro.

Poi rientrò. Silenzio. Solo il motore. Alex fece un mezzo sorriso dentro il casco. «Ah… quindi vuoi giocare.» Giro dopo giro, il ritmo cambiò. non stava correndo, stava imparando. Ogni passaggio era un dettaglio in più: un dosso che scomponeva in uscita, una frenata che andava anticipata di mezzo secondo, un punto dove poteva aprire prima… ma solo se era perfetto, le gomme erano ormai in temperatura. La Chevy cambiò faccia.

Più precisa.
Più viva.

Più pericolosa.

 Dal muretto, Lele guardava senza parlare, Max gli si avvicinò. «Allora?» Lele fece un tiro di sigaretta. «Sta facendo il bravo. Max annuì. «Per ora.»

Ultimi venti minuti, Alex passò sul traguardo e, per la prima volta, affondò davvero. Seconda. Il retrotreno scivolò leggero. Terza. Il motore urlò. Quarta. No.

Frenata.

Dentro forte, questa volta la prese giusta, pulita, perfetta. Uscita precisa al centimetro dal muro. Alex sentì qualcosa scattare. Non nella macchina. Dentro. Di nuovo lo specchietto. Lo stesso di prima. Quello di prima.

Era tornato. Stavolta non lo superò subito. Rimase lì. Attaccato. Pressione. Curva dopo curva. Come a dire: “vediamo se hai capito davvero. ”Alex non si spostò, non ancora. Fece la sequenza tecnica. Pulita, precisa. Meglio di prima.

Quello dietro rimase. Ma non passò. Ultimo giro. Bandiera a scacchi delle libere, Alez alzò il piede, fece raffreddare per tutto il giro la Chevy.

Respirava lui ed anche lei,

Il sole era ancora alto, ma la luce stava cambiando. Rientrò piano ai box e la spense, silenzio, Lele lo stava aspettando «Allora?»

Alex si tolse il casco. Aveva quel sorriso lì. Quello vero. «È stretta.» Max sbuffò. «Grazie al cazzo.» Alex scosse la testa. «No… è viva. Se sbagli, ti mangia.» Lele lo guardò un secondo in più. «E tu?» Alex si girò verso la pista. Poi verso la Chevy. «Io… devo ancora decidere se farmi mangiare o mordere per primo.»

Dall’altra parte del paddock, quello con gli occhiali da sole abbassò appena il capo. Aveva visto tutto, e adesso sorrideva.


Capitolo 12 – Dopo il rumore

Le macchine si erano fermate, ormai il sole stava cambiando colore a tutto, Alex si sedette sullo sgabello sotto al gazebo vicino alla Chevy accendendosi una sigaretta,

«È cattiva,» disse. «Ma ci siamo.»

Max annuì piano. «Lo so.» Silenzio.

Alex si abbassò accanto alla macchina, passò una mano sulla gomma posteriore.
Calda. Viva. Poi si alzò. «Però…»

Lele chiuse gli occhi.
«Ecco.»

Alex fece un mezzo sorriso. «Servirebbe una rapportatura più corta.»

Max e Lele si guardarono, come sincronizzati. «Non cominciare, bocia,» disse Max.

Lele gli andò dietro subito:
«Non iniziare a dire che vuoi che tiriamo giù il cambio come sul BMW perché vuoi fare il tempo!»

Alex alzò le mani.
«Oh, oh… piano.» Poi indicò la pista.

«Avete visto anche voi. Qui non respira mai. Esci da una curva e sei già dentro la prossima. Con questi rapporti… è sempre mezzo secondo indietro.»

Max scosse la testa.
«E quindi?»

Alex lo guardò.

Quel sorriso lì, di nuovo.

«Visto che siamo qui… magari con i rapporti più corti lasciamo il segno.»

Poi Nikos scoppiò a ridere. Di gusto, si appoggiò al banco, scuotendo la testa.
«Ah… mi mancava questa.»

Max invece non rideva per niente.

Fece un passo avanti. «Col cazzo, Alex.» il suo tono piatto. «Non ci penso proprio.»

Alex non rispose subito.

Max continuò:
«Siamo qui per fare un’esibizione. Ventiquattro ore fa neanche mi sognavo di metterti in pista…»
Indicò la macchina.
«…e adesso cerchi già il risultato?»

Lele fece un tiro di sigaretta e intervenne prima che Alex aprisse bocca.

«Guarda che Katerina, sto giro, mi uccide se ti fai male.»

Detto semplice. Senza ridere.

Alex rimase fermo, guardò la Chevy, si accese un'altra sigaretta e poi guardò la pista

Poi di nuovo loro, Fece un mezzo sospiro.

«Ok.»

Una parola sola.

Si appoggiò alla macchina, come se la questione fosse finita lì.

Max lo fissò ancora un secondo.

Poi annuì.
«Bravo.»

Nikos non disse niente. Era appoggiato poco più indietro, in ombra. Osservava la scena, Alex sembrava tranquillo.
Troppo.

Conosceva quello sguardo, lo aveva già visto, due anni prima, quando qualcosa gli scattava e lo accendeva. Quando non guidava più “per provare”… ma per vincere. E lì non c’erano più compromessi.

Lele chiuse il cofano con un colpo secco.

«Basta così per oggi. Controllo veloce e poi si mangia.»

Max annuì.
«Domani giriamo puliti. Niente cazzate.»

Alex non rispose.

Si limitò a passare una mano sul tetto della Chevy.

Lentamente.

Come si fa con qualcosa che non vedi l’ora di rimettere in moto.

Dall’altra parte del paddock, quello con gli occhiali da sole era ancora lì.

Fermo. A guardare, aveva visto anche quella scena.

Le discussioni, i gesti le pause, gli studiava e capì tutto in un attimo. Sorrise appena.

Questa volta non per la macchina.

Ma per Alex.

“Non è finita,” pensò.
“Non ha accettato davvero.”

 Nikos si avvicinò piano ad Alex, mentre gli altri si allontanavano. Voce bassa. «Non provarci.» Alex non si girò. «A fare cosa?» Nikos fece un mezzo sorriso. «Lo sai.» Silenzio. Poi Alex lo guardò. E per un attimo non c’era più il ragazzo che scherzava. «Io domani vado forte.»
Nikos sospirò, «Lo so.»

«È proprio quello il problema.» 

Capitolo 13 – La sera prima della gara

La trattoria era nascosta in una via laterale, lontana dal casino del circuito.
Pochi tavoli, luci calde, odore di carne alla brace e vino versato senza misura.

Nikos salutò il proprietario come si salutano quelli di casa.
Abbracci, pacche sulle spalle, parole in greco che nessuno degli altri capiva… ma il tono era chiarissimo.

Erano nel posto giusto.

Si sedettero tutti insieme.
Le donne li avevano raggiunti poco prima.

Katerina si sistemò accanto ad Alex, guardandolo con quell’aria a metà tra affetto e sospetto.
Dall’altra parte, Giulia era già partita.

«Comunque non è giusto.»

Lele sospirò ancora prima che finisse la frase.
«Eccoci.»

«Io vengo sempre,» continuò lei. «Filmo, faccio foto, mi sbatto… e poi? Le prove libere a Sparta e ciao Giulia, stai a casa

Max ridacchiò.
«Ha ragione però.»

Lele lo fulminò.
«Stai zitto te.»

Giulia incrociò le braccia.
«Io domani vengo.»

Lele la guardò un secondo.
Poi mollò.

«Va bene. Domani vieni nel  paddock.»

Silenzio, Giulia sorrise, Vittoria netta. «Ma stai attenta, eh,» aggiunse lui subito. «Non è una sagra.» «Lo so, papà.»

Alex osservava la scena in silenzio, con mezzo sorriso.
Per un attimo… tutto sembrava normale.

Il vino girava, le risate anche, per un ora il pensiero della gara sparì, solo famiglia, cibo e voci sovrapposte.
Poi…una presenza, qualcuno si fermò accanto al tavolo, Nikos alzò lo sguardo e si bloccò un attimo.

Poi si alzò.

«Ciao Nikos… è una vita che non ci si vede.»

L’uomo gli tese la mano.

Nikos la strinse.

«Già.»

Niente sorriso.

Solo rispetto.

E qualcosa sotto.

L’uomo si girò verso Alex.

Occhiali da sole spariti, ma lo sguardo era lo stesso.

Pulito. Freddo.

«Allora…» disse piano. «Domani ci si diverte, da quello che mi hai fatto vedere oggi.»

Alex non abbassò lo sguardo, neanche per un secondo. «Di certo non siamo qui per girare piano.»

Un attimo e Nikos si infilò in mezzo, preciso. «No, Christos. Siamo stati invitati per far girare la macchina.» Fece una pausa, guardando Alex. «Niente tempi. Vero, Alex? Una semplice esibizione.»

Alex lo guardò, poi fece un mezzo sorriso.

«Certo.»

Christos annuì lentamente.

«Ah…»
Fece un passo indietro.
«E io che pensavo…»

Sorrise.

Ma non era un sorriso leggero.

«Va bene allora.»
Guardò tutti.
«Buona esibizione, ragazzi.»

E se ne andò.

Il rumore della trattoria tornò, ma al tavolo no, Katerina fissò Alex. Diretta. «Che idee ti girano per la testa?»

Alex scoppiò a ridere. «Ma no, Katy… mi sono espresso male dai,»  Max abbassò lo sguardo sul bicchiere, Lele fece lo stesso.

Poi si misero a ridere. Ma non era per la battuta.
Uscirono che l’aria era più fresca. La strada verso l’albergo era illuminata a tratti, con le cicale che non avevano ancora deciso di smettere. Camminavano tranquilli, o almeno, sembrava. Lele rallentò, aveva visto Nikos un po’ più indietro, al telefono. Si fermò, cercò di captare quello che diceva, ascoltò e di nuovo, Polacco.

Non capiva le parole, ma il tono sì.

Affari.

Quando Nikos chiuse, Lele gli si avvicinò.

«Che mi dici, Nikos?»

Nikos lo guardò.

Poi sorrise.

«Ho chiamato il mio amico.»

Fece una pausa.

«Domani ci porta due treni di gomme… e due fusti di benzina di quella giusta.»

Lele scoppiò a ridere, «Ah beh, allora siamo a posto.» Fece un passo, poi si girò, con quel sorriso mezzo serio. «E non gli avanzavano dei rapporti più corti per il cambio?»

Nikos si fermò, un secondo come di pausa, poi rispose, tranquillo, «Ha detto che non mi dà garanzia che riesce a portarmeli per domattina, quelli. Lele sbiancò. «…come sarebbe a dire non dà garanzia?, vuoi dirmi che riesce a procurarci i pezzi in meno di 12 ore?»

Nikos lo guardò, e stavolta non rideva, «Che ci prova a procurarmeli.» Una pausa. «E che forse… qualcuno, domani, vuole fare più di un’esibizione.»

Lele rimase fermo, poi guardò avanti verso Alex, che camminava qualche metro più avanti, tranquillo.

Troppo tranquillo.

E capì.

 

Capitolo 14 – Domenica mattina

Sparta si svegliava presto.

Non era un risveglio lento, da vacanza.
Era uno di quelli che partono già con un rumore sotto.

Lontano, ma costante. Motori.
La sala colazioni dell’albergo era quasi vuota quando arrivarono.
Aria fresca, odore di caffè e pane tostato.

Giulia no.

Giulia era già sveglia da ore, a quanto sembrava.

«Papà allora dopo andiamo subito? Ma si entra dal paddock o da dietro? E posso portare la reflex? E Alex gira subito o aspetta?»

Lele era seduto.

Fermo, con una tazza di caffè americano in mano, lo sguardo perso nel vuoto.

«…eh?»

Max, dall’altra parte del tavolo, scoppiò a ridere.
«Non sa neanche dove si trova.»

Giulia sbuffò.
«Ma dai!»

Lisa intervenne, cercando di contenerla.

«Giulia, respira un attimo. Lascialo almeno svegliarsi.»

«Ma io sono sveglia!»

«Si vede.»

Lele bevve un sorso di caffè.
Poi un altro.

«Datemi cinque minuti…» borbottò. «Poi torno umano.»

Alex era seduto poco più in là, tranquillo forse troppo.

Guardava fuori dalla finestra.

La luce era già forte.
Il cielo pulito.

Da qualche parte, non lontano, un motore salì di giri.

Non si voltò, ma lo sentì, eccome se lo sentì.

Katerina arrivò dietro di lui, appoggiandogli una mano sulla spalla. «Hai dormito?» Alex fece un mezzo sorriso, «Abbastanza.» Lei lo guardò un secondo, non convinta.

Nikos entrò poco dopo, già vestito, già pronto. Prese un caffè al volo, salutò tutti, poi il telefono vibrò.

Guardò il display. Non disse niente ma si spostò di lato guardando fuori della vetrata e rispose cominciando a parlare in polacco, Lele alzò lo sguardo e Max lo seguì, Alex no, lui continuava a guardare fuori, ma ascoltava, tutti ascoltavano, di sicuro non ci capivano niente ma capivano il tono, breve, diretto, importante. Poi Nikos chiuse la chiamata, bevve in un sorso il suo caffè, stette un attimo fermo e poi guardò i ragazzi che già lo puntavano.

E sorrise.

Un sorriso di quelli che dicono tutto senza dire niente.

Lele ricambiò.
«Arriva?»

Nikos annuì appena, non serviva aggiungere altro.

Si alzò.

«È ora di andare.»

Sedie che strisciano.
Tazze lasciate a metà.
Movimento.

Giulia già in piedi, pronta come se dovesse entrare in pista lei.

«Andiamo andiamo andiamo.»

Lisa scosse la testa sorridendo.
«Questa oggi non la fermiamo più.»

Alex si alzò per ultimo, ma Katerina gli prese il braccio e lo tirò leggermente verso di sé.

«Oh.»

Lui si girò.

Lei lo guardò dritto negli occhi.

Dolce.

Ma non troppo.

«Non esagerare.»

Pausa.

«Sennò le ossa sane che ti avanzano… te le spezzo io.» Alex scoppiò a ridere. «Addirittura.» Lei non rideva, ma gli lasciò il braccio. «Hai capito.»

Uscirono come un battaglione, ordinati ma agguerriti, l’aria del mattino era già calda, la città aveva perso la quiete della serata trascorsa insieme e si sentiva, oggi si correva, e qualcuno già sapeva che non era per fare un esibizione, ma forse se lo sentivano tutti, tanto viva era la sensazione 

 

Capitolo 15 – Il paddock

Il tempo di cambiarsi… ed erano già in macchina.

Nessuno parlava troppo.

Solo il rumore della strada e, sotto, quella tensione che ormai viaggiava con loro.

Giulia dietro non stava ferma un secondo.

«Ma secondo voi quanta gente c’è? Ma entrano tutti? Ma Alex gira subito? Ma»

«Giulia.»
Lele senza girarsi.
«Respira.»

«Sto respirando!»

Max ridacchiò.
«A fatica.»

Arrivarono a Sparta che il circuito era già vivo.

No, non vivo, era in ebollizione, c’era gente ovunque, appassionati con cappellini e bandiere, famiglie, ragazzi arrampicati sulle transenne, bancarelle di gadget, magliette, adesivi, pezzi improbabili, sembrava il paese dei balocchi per malati di motori

E poi il cibo.

Carne alla brace già dalle otto del mattino, pane caldo un profumo costante di spezie nell’aria.
Musica alta.
Motori ancora più alti.

Nei box era già guerra: cofani aperti, chiavi inglesi che battevano, compressori, meccanici che correvano avanti e indietro, Alex si fermò un secondo a guardare, poi fece mezzo sorriso

«Nikos!»

La voce arrivò da destra, parcheggiato vicino all’ingresso, leggermente in disparte…

Uno Sprinter Mercedes con targa polacca, appoggiato sul cofano con in mano la sigaretta, uno che sembrava li da sempre. Nikos gli andò incontro senza esitare, si abbracciarono forte, risero subito, parole veloci in polacco, una sopra l’altra

Lele li guardò. «È lui.» Max annuì piano. «Spero abbia portato roba buona.»

Il polacco fece un cenno con la testa.

Aprì le porte posteriori. «Dai, dai,» disse con un sorriso largo. «Guardate.» Alex e Max si avvicinarono. Lele già sapeva, ma loro no.

E quando videro…Si fermarono come abbagliati, due fusti in metallo di carburante racing, accanto due treni di gomme slick, nuove, perfette, l’odore già bastava

Alex fece un mezzo passo avanti, gli occhi… diversi, poi il polacco salì all’interno del cassone e tirò fuori qualcosa avvolto in uno straccio, lo appoggiò sul pianale, lo aprì lentamente, metallo dentato unto di grasso, Max non disse niente, Lele sorrise abbassando lo sguardo, Alex era in apnea.

 

La coppia conica che dava la rapportatura più corta alla Chevy era nelle mani del polacco e sembrava il santo graal per Alex, sporca, usata, chissà se andava bene ma tanto valeva provarci.

«Buona,» disse il polacco. «Molto buona. Fidati.»

Nikos non parlava, guardava solo loro, uno per uno.

«Prendiamo un carrello,» disse Lele, Stavros glielo prestò senza fare domande, o forse ne aveva già fatte abbastanza.

Caricarono tutto, fusti, gomme e quel pezzo, quello che non doveva esserci.

La loro zona box era lì, pronta come l’avevano lasciata, e al centro Lei, la Chevy, ferma, silenziosa come se stesse aspettando

«Appoggia lì,» disse Max indicando il banco, Alex posò lo straccio.

«Giulia dov’è?» chiese Lele.

Silenzio.

Si girarono.

Niente.

Max scoppiò a ridere.
«Persa.»

Giulia era dall’altra parte del paddock, Reflex in una mano e telefono nell’altra, portatile a tracolla, parlava con chiunque, sicura, velocissima, «Yes, yes, Team Squerciatombini, Italian team, very crazy car, you will see!» Scattava, registrava, rideva, si infilava ovunque come se fosse casa sua.

Nel box, invece…silenzio.

Max guardava il pezzo, Lele si accese una sigaretta, Alex appoggiò una mano sulla macchina.

Nikos osservava, sempre.

«Allora?» disse Alex.

Nessuno rispose subito.

Il rumore del paddock entrava a ondate.

Motori.
Voci.
Musica.

Max si passò una mano sulla faccia. «Aprire il ponte qui…» borbottò. Lele tirò una boccata. «Un’ora e mezza se fila tutto liscio.»

«Due… se bestemmiamo.» Alex sorrise appena. «Abbiamo tempo.» Max lo guardò. «Non abbastanza per fare cazzate.» Nikos fece un passo avanti.

Guardò il pezzo, poi i ragazzi e la Chevy, sospirò piano. «Decidete» Fuori, il pubblico cresceva, la partenza delle prove si avvicinava e c’era da capire in fretta se fare un esibizione o entrare nella competizione e lasciare il segno.

Max incrociò le braccia, guardava Nikos, calmo, troppo calmo. «Siamo venuti fin qui nella tua amata Grecia perché il Bocia non si faccia male giusto?», Nikos annuì. «Certo»

Max fece mezzo passo avanti, indicando il banco. «E tu adesso gli procuri il pezzo per farlo andare più forte… o sbaglio?»

Nikos non si tirò indietro, «Hai ragione Max, ma se non gli dai quello che vuole… lui se lo prende lo stesso.» Alex non si mosse, Lele abbassò lo sguardo. «Ed è a quel punto che si fa male davvero.» aggiunse Nikos
Indicò la macchina con un cenno.
«Se invece gliela metti a posto, lui la sente. La guida. E quel limite lo passa… ma con qualcosa sotto che lo tiene.»

Un attimo.

Poi spostò lo sguardo sulle gomme.

«E con questo caldo… quelle di ieri non arrivano a metà gara.»

Silenzio.

Lele fece un tiro di sigaretta.
Espiro lento. «Come darti torto, Nikos…»

Max rimase fermo, guardò Alex, poi la Chevy, poi quel pezzo, scosse la testa. «Siete due malati.» Si avvicinò al banco. Prese lo straccio. Lo tolse del tutto. I denti della coppia conica brillarono appena sotto la luce, poi si girò.

Secco.

«Alziamola dai.»

 

La Chevy venne sollevata, Cric, cavalletti, metallo che si assesta, Lele era già sotto. «Chiave da 17!», Alex gliela passò al volo, Max si infilò dall’altro lato, «Scollega l’albero»

«Fatto.»

«Scarichiamo l’olio.»

Un colpo secco.

Il tappo cedette.

L’olio nero iniziò a colare lento nella vaschetta.

Odore forte.

Caldo.

Fuori, il mondo continuava.

Dentro… era chirurgia. «Attento lì,» disse Max. «Non spanare.» Lele borbottò qualcosa che non era una risposta. Alex passava attrezzi, senza parlare, ma con gli occhi sempre lì, sempre sul lavoro, sempre sulla macchina.

Il coperchio del differenziale venne via, lentamente, Un filo d’olio colò lungo il bordo

Max si fermò un secondo. Guardò.

«Ok. Andiamo adesso smonta e segniamo tutto, non perdiamo nulla»

Lele li appoggiava in ordine maniacale su uno straccio pulito. «Se perdiamo qualcosa siamo fottuti,» disse. «Non perdiamo niente,» rispose Max.

Il pignone uscì. La corona dopo. Le mani nere, Il tempo che scorreva.

«Quanto manca?» chiese Alex.

«Se rompi il cazzo, di più,» rispose Max senza guardarlo.

Lele rise da sotto la macchina.
«Sta diventando nervoso.»

Alex fece un mezzo sorriso.

«No… sono pronto.»

Nikos era in piedi poco più indietro, non aiutava, non parlava ma li seguiva come sempre

La nuova coppia conica entrò, non perfettamente, andava regolato il gioco, l’allineamento

Max si fermò, la sentiva con le mani, «Ancora mezzo giro.» Lele girò «Così?»

Click.

Silenzio.

«Ci siamo.»

«Richiudi.»

Il coperchio tornò su, bulloni, coppie, ordine! E poi olio nuovo, denso, pulito. La macchina scese dai cavalletti, un colpo secco.

Alex si avvicinò al montante, staccò il volante, salì, Click. Procedura di accensione e girò la chiave, Il V8 si accese, la gente corse attorno al box Squerciatombini la Chevy in moto era un temporale.

Lele e Max spinsero fuori a mano la belva mentre Alex dava qualche colpo di acceleratore per farsi spazio tra la folla

Max si avvicinò al finestrino. «Adesso ascoltami bene.» Alex lo guardò. «Se fai una cazzata…» Alex annuì. «Lo so.» Max fece un mezzo sorriso. «No. Non lo sai.» e Alex, «Adesso sì.»

Fuori, il pubblico urlava.

E la Chevy…

Non era più quella del giorno prima.
 
Continua...

“Team Squerciatombini” Greek Thunder Vol. 2 testo di Nene
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