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Alfredo si era chiesto perché il dottore non avesse messo le tende alla finestra.
Ora, sdraiato sul lettino, lo capiva.
Il cielo nero al di là del vetro, all’ultimo piano, era come la sala di un cinema prima che si proiettasse il film. Un’unghia di luna rompeva l’oscurità della notte cittadina senza disturbarla, come una maschera che si aggirasse tra le poltrone.
Il dottore taceva.
Era alle sue spalle, invisibile. Un raro fruscio della giacca di fustagno contro il cuoio della sedia. Alfredo, però, ne percepiva soprattutto l’odore. Troppa acqua di colonia. O forse era colpa del naso. Il suo nuovo naso. Il motivo per cui era lì.
«Che cosa sa dirmi dei sogni ricorrenti?» cominciò Alfredo.
«La domanda è che cosa sa dirmi lei».
«Non si suppone che uno psicologo lo sappia?»
«Si suppone anche che sia il paziente a parlare».
Federico Freddi. E pensare che l’aveva scelto per il nome. Un po’ per assonanza con il proprio, Alfredo, un po’ perché, sempre per assonanza, gli ricordava Freud. E ovviamente per il bonus psicologo e la promozione. Una seduta alla settimana della durata di un’ora per un mese a prezzo ridotto. O almeno così era scritto in rete, il grande supermercato globale.
«Che cosa ha letto su internet, a proposito dei sogni ricorrenti?» chiese il dottore.
All’inizio gli era sembrato un po’ troppo giovane. Poteva avere sui trent’anni, una ventina meno di Alfredo. Anche il lettino gli aveva fatto storcere il naso. Quasi un cliché, come per mostrare un’autorevolezza negata troppo spesso. Ma quella notte dietro la finestra, quello schermo su cui far scorrere le immagini del suo film…
«Problemi irrisolti, segnali da una parte profonda dell’inconscio...» fece una mezza risata «persino scarti dell’attività del cervello. Una specie di flatulenze cerebrali».
«È per questo che è qui? Sogni ricorrenti? Un sogno ricorrente?».
«Sì… no… una specie». Che diavolo, il tempo correva. L’unghia di luna si era avvicinata a un palazzo come se volesse grattarne il tetto. «Che cosa sa dirmi a proposito del sognare conigli?».
Alfredo sentì le labbra del medico incresparsi. Era possibile che le labbra producessero un rumore semplicemente corrugandosi in una smorfia? No. Non un rumore che un essere umano avrebbe potuto sentire. O non esattamente un rumore. Ma... «Sognare conigli può significare molte cose diverse» disse il dottor Freddi. «Timidezza, vulnerabilità, ma anche fertilità, nuove opportunità… ma immagino che lei abbia già letto tutto questo». Nella voce dello specialista era comparsa una nota di scherno. Lieve, ma un orecchio attento poteva coglierla con relativa facilità. Alfredo non disse nulla. Come afferma il proverbio, chi tace acconsente.
«Avrà letto, allora, che tutte queste simbologie sono poco più attendibili degli oroscopi, che non sono attendibili per niente» proseguì lo psicologo. «Ogni immagine onirica deve essere posta in relazione con chi sogna. Un coniglio, per lei, può avere un significato completamente diverso da quello che ha per un’altra persona, ma...». Stavolta l’ironia sarebbe stata percepibile da chiunque. «Lei non è qui per sogni ricorrenti. Una specie, per usare le sue parole precise».
«Che cosa mi dice dei totem?».
Il dottore si appoggiò allo schienale. Un piccolo salto indietro, in verità: lo scricchiolio secco del cuoio era stato inequivocabile.
«La tolgo io dall’imbarazzo» proseguì Alfredo. «Un totem è uno spirito, di solito in forma animale, che un gruppo umano considera sacro. Un principio di identità, uno spirito guida e, probabilmente, anche altro. Non c’è una definizione univoca, né un carattere univoco. Ciascuna cultura ha i propri totem, anche se le caratteristiche base rimangono sempre le stesse. Gli indiani d’America li chiamavano “manitou”, noi.. boh… suppongo che ce lo siamo dimenticato. L’ho letto in un libro, se proprio lo vuole sapere. “Il tempo sacro delle caverne” – non ricordo l’autore. Non è un libro di psicologia».
«No, non lo è» ammise il medico. L’ironia era scomparsa e la voce si era rilassata, ma, sotto, rimaneva un po’ di tensione. Alfredo si chiese se gli psicologi avessero incubi ricorrenti nei quali un paziente che, fino a quel momento, avevano creduto innocuo, si avventava contro di loro sbavando e brandendo un coltello.
«Tutto questo che cosa ha a che fare con lei?» chiese il dottor Freddi.
«Non funziona solo con i gruppi umani. Anche gli individui hanno i loro totem. Spiriti identitari, spiriti guida, come dicevo...». S’interruppe. Aveva la bocca secca. Stava arrivando la parte difficile. Sentiva la peluria sulle braccia incresparsi.
«Certamente. È perfettamente normale» confermò Freddi «Saprà senz’altro che è una pratica piuttosto comune quando si devono gestire risorse umane, aiutare i gruppi a trovare coesione… workshop aziendali, laboratori teatrali… si chiede ai partecipanti quale animale sentono più vicino a loro».
Il tono era rassicurante, ma Alfredo sentì una goccia di sudore sotto l’ascella destra. Quel dottore era uno sconosciuto e quella era la prima seduta. La luna aveva lasciato il palazzo ed ora era alta nel cielo. Un’unghia ricurva lasciata crescere un po’ troppo. Il tempo era passato, ma poteva non essere abbastanza. Forse, non appena Alfredo gli avesse detto ciò che gli capitava ogni notte da più di un mese a quella parte, Freddi avrebbe storto la bocca in un sorrisetto sarcastico e lui, Alfredo, avrebbe urlato lo slogan del paranoide: “Mi deve credere, dottore!”.
«Ha forse sogni ricorrenti in cui si trasforma in un coniglio?» chiese lo psicologo.
Alfredo si coprì la faccia con le mani come se stare sdraiato su quel lettino fosse sfiancante. E, in effetti, lo era.
«È così terribile?» domandò il dottore.
«No, non lo era… all’inizio». La voce sgusciava a fatica tra le dita.
«Allora sarà bene cominciare dall’inizio».
Alfredo incrociò le braccia all’altezza dello sterno. La posa di un morto, si rese conto. Ma le lasciò lì. «Non so se fosse l’inizio. È stato il momento in cui me ne sono accorto. Un errore di battitura. Avevo scritto “la notte porta coniglio” invece che “la notte porta consiglio”. Sono quelle sviste di cui il programma di videoscrittura non si accorge: la parola “coniglio” esiste e...».
«Sta girando attorno al problema?».
Alfredo deglutì. Il grumo di saliva si fermò in corrispondenza del pomo di Adamo poi andò giù. Certo che ci stava girando intorno. «È stato il momento in cui me ne sono accorto, come dicevo. Sognavo la faccenda del coniglio da un po’. Non era stato un errore di battitura. Una specie di segnale, piuttosto. Come l’allarme di qualcuno intrappolato in ascensore, ma lontano dal piano in cui abiti».
«La trasformazione è così angosciosa?».
«Mai sognato di trasformarmi. Nel sogno io sono un coniglio. “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto”, Così. Bum!». Schioccò le dita. «Solo che io non mi svegliavo e non ero un insetto».
«Allora è l’essere un coniglio che la turba».
«Come ho detto, all'inizio non era spaventoso». Alfredo girò un poco la testa per guardare il dottore, ma riuscì solo a far scricchiolare le vertebre. In compenso gli arrivò una zaffata di acqua di colonia. Lo psicologo doveva averci fatto il bagno. Forse i suoi pazienti non si lavavano. O forse aveva paura di puzzare. E, in effetti, sotto il profumo… «Lei sa come è essere un coniglio?» chiese.
Tornò a guardare la luna. Si avvicinava allo zenith. C’erano pochissime stelle che brillavano lontane come se ne avessero paura. «La prospettiva è la prima cosa che ti colpisce. La maggior parte di noi ha gli occhi a un metro e cinquanta da terra e...». Un nuovo grumo di saliva lo interruppe di nuovo. S’incagliò come se volesse avvertirlo di aver compiuto un errore di calcolo, poi seguì la strada dell’altro.
Il medico respirava piano, con un ritmo che sembrava salire dal diaframma. «Vada avanti» disse.
«Se sei un coniglio vedi i sassi, i grumi di terra, il punto in cui i fili d’erba si fanno strada dal sottosuolo. È difficile da spiegare». Alfredo prese fiato. Dietro di lui, il medico non muoveva un muscolo. Il silenzio era assoluto e poteva avvertirne la lieve tensione. Tendini e fasci muscolari vibravano come cavi metallici che qualcuno, molto, molto lontano, avesse colpito con un bastone. «Lei sa come vede un coniglio?».
Il dottore trattenne il fiato, poi lo lasciò andare. Un sibilo profondo, un po’ cavernoso. E aveva problemi di digestione.
«La visuale è diversa» disse Alfredo. «Più ampia. Laterale, soprattutto. Come un grandangolo. I colori sono molto più spenti, ma cogli meglio i movimenti e vedi un sacco di cose che...».
«Capita di sognare in bianco e nero. Ci sono casi in cui...».
Alfredo scosse la testa. «No, non è la stessa cosa è...» fece un sorriso amaro. «Diamine, non abbiamo neppure le parole per dirlo».
«Non mi ha parlato dell’olfatto e dell’udito».
Alfredo emise un colpo di tosse che ambiva ad essere una risata. «Se potessi spiegarlo esattamente...». Avrebbe detto al dottore che usava un sacco di profumo, ma che non era abbastanza e che, da qualche minuto, il suo cuore aveva cominciato a battere con un ritmo differente: basso, cupo, come un tamburo che risuona in una foresta.
«Non si sforzi» disse Freddi «Ha già ricordato molti dettagli. I suoi sogni sono molto più precisi della media, mi creda. Riesce a dirmi che cosa la spaventa, piuttosto?».
Ecco, ci era arrivato. La luna era allo zenith. Da quel momento in poi non avrebbe fatto altro che precipitare lentamente in quel cielo nero come una speranza delusa.
«Non è quel che vede, o sente, o percepisce un coniglio. È quello che è».
«E che cosa è?».
«Una preda» disse Alfredo, stupendosi della facilità con cui la risposta gli era uscita. Tutto lì? Quando era entrato nello studio del dottore dubitava di poterlo dire, forse addirittura di poterlo pensare. Aveva immaginato che, arrivati a quel punto, avrebbe balbettato qualcosa, poi si sarebbe alzato, avrebbe detto “Mi dispiace dottore, non ci riesco” e avrebbe preso la porta. E invece no. Una preda. Ecco qui ed ecco tutto. Straordinariamente semplice. Era come lasciarsi cadere. Bastava lasciar fare alla forza di gravità. «Tutto quello che un coniglio sente, vede, odora è potenzialmente un pericolo. Anche noi esseri umani eravamo prede, al tempo delle caverne e dei totem. Secoli di civiltà ci hanno fatto dimenticare quanto possiamo essere inermi. Ma per un coniglio è peggio. È ancora così ed è infinitamente peggio»
«Ed è quello che la terrorizza?».
Alfredo deglutì, poi si coprì di nuovo la faccia con le mani. Come risposta poteva bastare.
Il medico non disse nulla. Con un dito, grattò la poltrona. Il cuoio stridette come se fosse stato ferito. «Ha provato...» cominciò.
«Ad essere più specifico?» lo interruppe Alfredo «A chiedersi che cosa esattamente mi spaventa... perché, naturalmente, io non sono un coniglio? Certo che sì». Stavolta la sua risata fu più aperta e più amara. «Ho letto abbastanza da imbattermi nel concetto di “trauma infantile”».
«E ha trovato qualcosa?».
«Lei sa come si scuoiano i conigli?».
L’ironia nella risposta del dottore era, ora, quasi sarcasmo. «Sono un cacciatore».
«È qualcosa che non vorrei mi capitasse. Neppure da morto».
«Ed è questo che la spaventa?».
Alfredo scosse di nuovo la testa. «Da bambino abitavo in campagna. Ho visto ammazzare conigli, polli… anche un maiale. Ci si abitua a tutto. O almeno così credevo. Comunque, no, non è questo che mi spaventa».
«Dunque non è qualcosa che le è capitato in passato».
Alfredo si umettò le labbra. «Da ragazzo ero… suppongo che oggi si direbbe “vittima di bullismo”. Allora si diceva “prendere in giro”. I tempi cambiano».
Il medico non disse nulla. Le macchine, in strada, sfrecciavano e subito si allontanavano, come se volessero levarsi di lì al più presto. Alfredo si toccò gli incisivi superiori. «Erano grandi e sporgenti» disse «Almeno finché non mi misero l’apparecchio. Ma ero grande. Quindici anni».
«La prendevano in giro per quello?».
«Anche. Il periodo peggiore fu il primo anno delle superiori. Penso che, crescendo, i nuovi compagni avrebbero lasciato alle medie un po’ della loro crudeltà infantile, ma… qual è la sua esperienza in proposito?».
Il medico esitò. Si udì un fruscio, come se si stesse passando una mano sul mento. Nel silenzio dello studio, il rumore era piuttosto forte. Forse non si radeva bene o aveva un tipo di barba parecchio ispido. «Da grande non smetti di strappare le ali alle mosche. Trovi solo altri motivi per farlo».
Alfredo sussultò appena. Sotto il suo corpo si era formata una lieve patina di sudore che produsse un suono appiccicoso. «Che cos’è, una citazione?».
«Una specie».
«Non mi sembra un testo di psicologia».
«Prosegua» lo incoraggiò il dottore. «Stava parlando degli episodi di bullismo. La schernivano per via dei denti?».
«C’era questo romanzo. “Il mulino del Po”. Lo conosce?».
Freddi emise un mugugno che poteva essere un “sì”.
«C’è questo personaggio. Coniglio mannaro. La mela marcia della famiglia Scacerni. Il romanzo narra...».
«Lo conosco» disse il medico chiarendo il significato del verso di poco prima.
La voce di Alfredo si abbassò un poco, come se stesse recitando. In effetti, si fece più sicura. «“Durava, in quelle terre, il timore dell’uomo lupo, ma di Giuseppe dicevano che dovesse accontentarsi d’inconiglire, con uno squittio di barbastél, ossia di pipistrello, e di aggredire le galline sviate dal pollaio”».
«L’ha recitato quasi a memoria» si complimentò lo psicologo.
«Un mattone di romanzo se ce n’è uno. Tre volumi, uno più pesante dell’altro. A questo punto lei avrà tratto già le sue conclusioni».
«E quali sarebbero?».
Toccò ad Alfredo essere sarcastico. «“Quest’uomo non ha mai superato il disagio adolescenziale e adesso, quando probabilmente sta vivendo una situazione di stress, sta riaffiorando in forma onirica”».
«Sarei stupito se fosse così. La mente umana è una faccenda molto più complicata».
Il corpo di Alfredo si rilassò un poco. Forse era stato fortunato. Quello psicologo era più competente di quanto lasciasse intendere la giovane età o quella specie di “terapia in offerta speciale”. Girò la testa per guardarlo e, di nuovo, non ci riuscì. «In realtà mi prendevano in giro soprattutto per la statura. Gliel’ho detto: mi mettevano in ridicolo “anche” per i denti, ma il vero motivo era che ero il più basso della classe. Mai superato il metro e sessanta. Sa qual è il brutto della bassa statura?».
«Secondo lei qual è?».
«Se soffri di acne ci sono creme e pomate, se sei gracile puoi andare in palestra, se hai i denti storti puoi mettere l’apparecchio… e quando sei abbastanza grande c’è persino la chirurgia plastica, ma se sei basso… non c’è rimedio. È quello che sei e che sarai per tutta la vita. È come, come...».
«Come essere un coniglio?».
Quasi, Alfredo si mise a sedere. «Eccola, l’equazione! Via i denti, dentro i centimetri. Che cosa cambia, in fondo?». Aveva praticamente gridato e se, pochi istanti prima, la sua voce era suonata calma, ora era stridula. Qualcosa che ricordava davvero lo squittio di un coniglio in trappola.
«Si calmi» disse il dottor Freddi. «Certo, è possibile che un vecchio disagio, o problema irrisolto, si sia riacutizzato in un momento particolare della sua vita le cui circostanze, ancora, non conosco, ma, visto che desidera tanto conoscere la mia opinione, lo ritengo improbabile. E lo ritengo improbabile perché lei lo ritiene improbabile. Come ho già detto, la mente umana è una faccenda complicata e ogni caso è un caso a sé. Avevamo stabilito che nessun simbolo, nessuna immagine, ha un significato univoco. Sono convenzioni statistiche la cui validità ed efficacia va testata caso per caso».
«E non le sembra qualcosa di simile alla stregoneria? La scienza è riproducibilità, non crede?».
«La vera domanda è che cosa crede lei».
«Io credo, io credo...». La voce di Alfredo si incrinò poi si riprese, come un ponte su precipizio su cui passa un carico pesante. Il ponte scricchiola e vibra, ma regge. Per un po’. «Io credo di essere qui perché non ho nessun altro posto dove andare. Non succede in continuazione? Viaggi della speranza, cure miracolose, gente che dice di poter guarire il cancro con l’imposizione delle mani o bevendo acqua di rubinetto con dentro minuscoli pezzetti di spago. E gente che ci crede. Magia. Sciamanesimo, anche se non osiamo chiamarlo così».
«Stiamo di nuovo parlando dei totem?».
Alfredo prese fiato, attendendo che il battito del suo cuore si rallentasse. Aveva letto che, se più persone rimangono abbastanza a lungo nella stessa stanza, i loro respiri tendono a sincronizzarsi, ma mentre il suo cuore tamburellava nel petto come un ballerino incapace intento a una danza sfrenata, il respiro dello psicologo rimaneva costante, vagamente sordo, quasi minaccioso,. «Avrà letto tutte quelle boiate sulle “maggiori conoscenze degli antichi”. Astronauti della preistoria e fesserie simili» disse. «Ma se fosse vero? In tutti i popoli antichi esistono miti a proposito di creature mutaforme».
«Come i lupi mannari?».
«Quello è il caso più noto. Il lupo era il principale predatore europeo. A proposito, sa che la credenza del morso che trasmette il contagio è un’invenzione di Hollywood e che la faccenda della luna piena è accreditata solo localmente?».
«Mi sta dicendo che lei è un coniglio mannaro? Che, durante la notte, si trasforma fisicamente in un coniglio?».
Alfredo sospirò rumorosamente. E, per quanta acqua di colonia il medico avesse usata, desiderò che ne avesse messa ancora di più. Sotto c’era davvero un odore sgradevole, abbastanza forte perché anche un umano potesse sentirlo. «A volte mi capita di pensare che crediamo di saperne di più dei nostri antenati. È vero, ma solo in un certo senso. In realtà abbiamo soprattutto ristretto la visuale. Conosciamo tutto del nostro giardino, ma, là fuori, c’è un’intera foresta della cui esistenza ci siamo scordati».
«Abbiamo perso la visione d’insieme. Il collegamento con il tutto».
Alfredo schioccò le dita in un impeto d’entusiasmo. «Proprio così. Il collegamento con il tutto. Questa è la parola esatta! Forse esistono davvero forze a metà tra la materia e la coscienza. Energie che ci guidano, ci incoraggiano, ci avvertono. Non dico creature ibride tra spirito, uomo e animale, o esseri mutaforme, ma...».
«È sicuro di non dirlo? O di non volerlo dire?».
Ecco, ci erano arrivati. Le frasi dopo le quali si sarebbe voltato, avrebbe guardato il medico in faccia e avrebbe urlato “Mi deve credere, dottore!”. Oppure avrebbe preso la porta senza dire una parola. o... Si concentrò sulla luna. Nel suo placido, inesorabile percorso di discesa, illuminava il lettino come un cieco occhio color avorio.
La vedeva quasi come la vedeva di notte, durante i sogni, se sogni erano. Abbastanza luminosa da permettergli di distinguere i grumi di terra, i sassi, o il punto in cui i fili d’erba scomparivano nel suolo.
Si coprì la faccia con le mani. «Ieri notte credo di essere uscito… sono uscito di casa. La porta era aperta. C’era una fila di orme che entravano. Fangose, come dopo che si è camminato nei campi». Un terzo groppo di saliva gli salì in gola. Non riuscì a controllarlo e quello divenne un singhiozzo. «Quelle orme erano così piccole, come, come...».
Alfredo prese a piangere senza ritegno, il corpo scosso da tremiti, mentre la mano del dottore gli si posava sulla spalla.
Una mano simile a una zampa, coperta di peli ispidi e con lunghi artigli affilati.