Contenuti per adulti
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Il filo che lega Edoardo alla sua base sicura si interrompe davanti alla porta chiusa dell’asilo.
Quel serramento giallo, coperto da disegni colorati e disordinati, obbliga mio figlio a rispettare le regole, a tollerare la presenza degli altri bambini e a tenere a bada le emozioni in mia assenza.
La porta è chiusa. Edo non piange.
Gioca a travasare la pasta, ascolta la maestra che legge un libro, e dopo un paio d’ore, in sala mensa, fa merenda con un fruttino alla banana sul seggiolone azzurro, quello per i più piccoli. Sta dentro a quel mondo, si adatta, regge.
Sono le 14:30. La maestra lo prende in braccio, mentre gli altri bambini restano ad ascoltare una canzone jazz che arriva dal vecchio stereo nell’armadio.
Poi la porta si apre. Edo mi vede.
Di chi sono quegli occhi che piangono?
Rimanere da soli a lungo è qualcosa che fa piangere.
Rimango connesso a questa sensazione.
Ora la porta è aperta. La connessione con la mia base sicura non è più interrotta.
Non c’è più bisogno di trattenersi, di adattarsi, di controllare le emozioni.
Piango. Piango perché stare da soli, troppo a lungo, fa piangere. È così che mi ha detto Francesca, ed è verissimo.
E allora mi chiedo: quello che faccio per Edo, lo faccio davvero per lui? È altruismo, o riparazione? Forse, negli atti di cura verso mio figlio, si nasconde una ferita che non si è ancora rimarginata. Il modo in cui mi prendo cura di lui racconta quale parte di me sto cercando di salvare: la presenza, le coccole, il gioco, la connessione emotiva.
Ricordo ancora quando ho iniziato a tagliarmi i capelli da solo. Non sopportavo l’idea di averli senza forma: troppi, stopposi, crespi. Alcuni miei compagni avevano un taglio che mi piaceva molto: corto, ma con il ciuffetto davanti all’insù. Io ero piccolo. Mia madre non era disponibile, mio padre non c’era. Presi la macchinetta elettrica e mi rasai. Un taglio decisamente troppo corto, ma pulito. Da quel momento non smisi più. Ho sempre fatto da solo. Oggi sono diventato molto bravo: ci metto pochissimo, potrei farlo quasi ad occhi chiusi.
Ho imparato presto a fare la lavatrice, a stirare, a cucinare e a prepararmi lo zaino. Se ci finiva del cibo dentro, lo pulivo da solo. Non subito però. All’inizio lo lasciavo lì. Poi, quando la vergogna iniziava a farsi sentire, quando cominciavo a nasconderlo agli occhi dei compagni e delle maestre, capivo che era arrivato il momento di dargli una pulita. Come quella volta delle lumachine. Le avevo messe nella tasca dei pantaloni e poi me ne ero completamente dimenticato. A ricordarmi della presenza di quelle bestiole ormai in putrefazione, fu una sostanza fredda e viscida che accolse la mia mano quando la infilai in tasca qualche tempo dopo. Quella volta ci misi un bel po’ a capire da dove iniziare per pulire.
Il giorno della mia prima comunione però ero bellissimo. Mia zia mi aveva tagliato i capelli e mia madre mi comprò i miei primi jeans. Avevo anche una felpa blu con la cerniera frontale. Una banda rossa e una bianca ai polsini. Era di un tessuto che ricorderò per sempre: compatto ma morbido, molto liscio. Profumava. Non avrei voluto togliermi quella felpa per nulla al mondo. Un giorno meraviglioso.