Una domanda senza risposta

scritto da Ama
Scritto Ieri • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Ama
Autore del testo Ama

Testo: Una domanda senza risposta
di Ama

Quell’anno l’estate non arrivò, si impose. Già a metà giugno, il cielo sopra il Golfo di Napoli aveva assunto un colore bianco latte, una cappa che schiacciava le colline bruciate e faceva tremare l’aria sull’asfalto. Il tempo sembrava sospeso, dilatato dal riverbero del sole. Il ticchettio ossessivo delle cicale amplificava la temperatura, rendendo ogni respiro pesante e denso di un odore di polvere secca che metteva a dura prova la pazienza di Sergio. In quel momento, non poteva pensare alla siccità che gravava sulla sua terra, ci avrebbe pensato dopo. Avrebbe cercato di dare una risposta al tempo, alla stagione, alla crisi climatica, ma non quella mattina, perché aveva un importante impegno di lavoro e doveva affrettarsi.

Le strade del centro quella mattina sembravano un intreccio vibrante di storia, odori e suoni. Camminare sui basoli di pietra significava attraversare i secoli. Un profumo di caffè riempiva l’aria. Sergio percorreva Spaccanapoli, il grande decumano inferiore che divideva la città con la precisione di un tempo. “Ogni pietra qui ha una voce, se sai ascoltare”, pensava tra sé. Più in alto, verso via dell’Anticaglia, le strade si facevano più strette, quasi a volersi toccare e proteggere. Lì, tra i panni stesi che univano i palazzi come fossero bandiere, si celava l’anima vera di Napoli. Sergio arrivò in una piazzetta nascosta, forse un tempo il vico delle Fate, dove il tempo sembrava essersi fermato. Si soffermò un attimo: le strade della città Partenopea non erano semplici percorsi, ma un teatro a cielo aperto in cui ognuno era protagonista.

Lo studio privato dell’architetto Fontana aveva l’odore tipico di una vecchia biblioteca, impregnato di storia e di sogni. Una fragranza antica aleggiava per tutto l’appartamento, un misto di carta e mobili lucidati con cera d’api, che rendeva l’atmosfera accogliente e familiare. Sergio, giornalista di professione, quella mattina si trovò di fronte il celebre architetto, uno degli uomini più famosi degli ultimi tempi, che aveva ridisegnato alcuni quartieri della città, donando loro un tocco di modernità là dove la decadenza era più che evidente. Tuttavia, da alcuni anni si era ritirato a vita privata, tanto che quell’incontro sembrava violare il suo silenzio. Si sentiva un po’ in imbarazzo, come un novellino alle prime armi, impreparato a quell’intervista.

L’architetto, un uomo non più giovane, era seduto composto dietro la grande scrivania e ascoltava con interesse le argomentazioni del giovane giornalista, ma era evidente che fosse un po' seccato; forse lo riteneva impreparato a scrivere un articolo così complesso e di alto profilo tecnico-artistico. Nonostante tutto, l’architetto rispose a ogni singola domanda, tracciando un profilo esemplare delle sue opere e del suo lavoro, tranne una. Il giornalista fu colto di sorpresa quando l’anziano architetto cercò di ridurre la distanza tra loro; i suoi occhi lucidi fissavano un punto invisibile oltre la spalla di Sergio. Si alzò dirigendosi verso la grande finestra che dava sul cuore antico di Napoli. Sembrava lontano, in uno spazio tutto suo. Ascoltava voci e suoni, e il suo sguardo trapassava il tempo accarezzando linee immaginarie oltre l’infinito. Il giornalista osservò la scena in silenzio, provando per un attimo ad ascoltare ciò che non poteva essere sentito. L’architetto, sospeso in una sua dimensione, ascoltava le storie che la gente non si raccontava più, l'indifferenza generale che correva veloce verso un futuro che appariva come una grande distesa di terra bruciata. Forse quella calda estate stava bruciando anche i pensieri che nascevano e morivano senza aver vissuto. Chiuse il taccuino come se la domanda non fosse mai stata posta. Il quesito sembrava nascondersi tra le pieghe di un mutismo pieno di parole non dette. 

“Ma cosa significava davvero quel silenzio di parole?”

 Sergio impiegò più tempo del previsto per scrivere l’articolo sull’architetto Fontana. Ogni volta che guardava la pagina bianca del taccuino, il suo sguardo si posava su quella domanda fondamentale a cui l’anziano professionista  non aveva voluto o saputo rispondere. Era come se quella domanda cercasse di esprimere i pensieri più profondi dell’uomo-architetto, pensieri che solo un genio creativo come lui poteva comprendere. Un’anima complessa, in costante tensione tra la rigidità della materia e la fluidità del sogno. Un luogo in cui l’energia interiore prendeva forma e si esprimeva nei suoi grandi progetti, nati dall’anima e fissati sulla carta, un passaggio invisibile che univa il bisogno umano di silenzio e solitudine alla necessità artistica di elevarsi.

Sergio camminava lentamente lasciandosi alle spalle le tante voci di Napoli, il parco era un mosaico di vita tranquilla. Il panorama era maestoso: il Vesuvio vegliava imponente sul Golfo, le isole di Capri e Nisida sembravano quasi toccarsi. “Qui il tempo si ferma” pensò. Si sedette su un muretto a guardare il tramonto dietro i platani. Mentre il sole iniziava a scendere, tingendo il cielo di amaranto, Sergio notò un dettaglio: il luogo era un ponte tra la frenesia urbana e la quiete mistica. L’uomo giornalista non era più stretto nella morsa del dubbio. Il suo pensiero che lo aveva tormentato alla continua ricerca di una risposta circa lo sguardo dell’architetto Fontana, che scrutava il vuoto oltre la sua spalla e i suoi occhi lucidi impenetrabili, gli erano rimasti impressi per tutta la settimana, mentre cercava di scrivere il suo articolo. L’architetto era il custode dello spazio, il locus. Quella mattina, il suo sguardo immaginava di accarezzare la ruvida realtà con un pensiero vivo. “La forma seguiva l’emozione o l’emozione seguiva la forma?”. La cosa non faceva differenza: entrambe portavano a un risultato. In quel momento, capì che quella domanda non era solo una domanda, ma un eco, un messaggio lasciato al caso. Una linea di congiunzione tra due esistenze che non si erano mai incontrate: quella del famoso e brillante architetto e quella dell’uomo segnata dalla solitudine. Sergio chiuse il taccuino, custode di un segreto che ora conosceva e legato a una domanda che non chiedeva più di essere risolta, ma solo di essere ascoltata. Sembrava che il tempo si fosse fermato, ma non era così: stava bruciando come il ticchettio della pioggia che quell’anno tardava ad arrivare. Quella lunga estate calda rimase impressa nei suoi pensieri non come un periodo di sofferenza, ma come l’estate in cui, nel silenzio del caldo, tutto era diventato più chiaro.

 

Una domanda senza risposta testo di Ama
5

Suggeriti da Ama


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Ama