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“Che bella vocca
ca tene 'a primma sora.
L'ha fatto apposta
cu chella vocc''a fora,
quant'è bell''a primma sora
me n'ha fatto 'nnammura'
Vucchea 'a ccà
vucchea 'a llà
cu chella vocca te vo' vucchia'.”
“Che bella bocca ha la prima sorella, lo fa di proposito mettendola in mostra; quant’è bella la prima sorella, mi ha fatto innamorare perdutamente. Con la sua bocca un po’ qui e un po’, vuole incantarmi e intrappolarmi.”
Esordiva così Roberto De Simone nella sua versione de La Gatta Cenerentola nel 1976, portando in scena il suddetto testo intitolato “La canzone delle sei sorelle”.
Testo ironico, eccessivo e grottesco che decanta qualità del tutto inesistenti in sei donne dalla rara bruttezza; mentre nell’angolo, Cenerentola osserva e ascolta di bellezze che, nonostante tutto, lei possiede realmente e in modo molto modesto a differenza delle altre.
Isolata e alienata, la bella dama non può non ricordarmi la stessa che noto in alcune sere dell’anno, quando sposto il mio naso all’insù:
ed è lì nel cielo che mi appare assieme alle altre, la Merope nascosta, imbarazzata e fioca: una sorella delle Pleiadi, i cui nomi ricordiamo essere Alcione, Celeno, Elettra, Maia, Sterope (o Asterope) e Taigete.
Merope, nascosta dalla vergogna di aver ceduto all’amore di un essere umano, resta la meno luminosa del gruppo, nonché colei che cede alla parte più sconosciuta e fragile della natura umana, quel misterioso esercizio alla sensibilità che tendiamo a chiamare sentimento.
Dopotutto sono i sentimenti a spingere le nostre azioni e a definire il nostro essere, e mentre ella rinuncia ad uno status immortale, decadendo, Cenerentola agogna una spinta verso l’alto, desiderando l’amore di un re, uomo stavolta dalle sole fattezze immortali. Donne che si contrappongono nelle scelte del cuore ma che sono accomunate da un senso di deprivazione che le accompagnerà per gran parte del tragitto verso il proprio destino.
Cenerentola ha un lieto fine da compiere, Merope invece ha un’intera esistenza da affrontare, accanto alla luminosità delle sue sorelle dalle carni incorruttibili.
Così si presentano le Pleiadi da cento milioni di anni, un ammasso di stelle da cui sette ne spiccano per colore e brillantezza, la cui luce si riflette su scie di nebulose esterne dette anche nebulose a riflessione.
Al contrario degli asterismi, cioè gruppi di stelle vicine tra loro per illusione ottica, le Pleiadi si riconoscono tra loro creando un moto indipendente che le rende davvero l’una collegata all’altra, in una danza coesa ed immaginaria nelle profondità del cosmo.
Sin dai tempi antichi, ad occhio nudo ne è sempre possibile osservarne sei, ma tradizionalmente si considera che il gruppo sia creato da sette stelle.
Dunque, una di queste si nasconde per più fioca magnitudo (potenza luminosa), e visto che l’uomo non ne riesce ad accettare l’assenza, con spiccata fantasia viaggeremo brevemente nelle varie culture del mondo curiosando il loro rapporto con le belle sorelle.
Nell’antica Grecia ricorreva proprio il mito della “Pleiade perduta”: Arato di Soli sosteneva che ella fosse Elettra, che si velava in viso per il lutto della distruzione di Troia. Altri la identificavano in Celeno, più oscura e tenebrosa così come racconta il suo nome.
Mentre sul lato più pratico, ne Le opere e i giorni di Esiodo, le Pleiadi divengono calendario, e l’uomo non guarda più le stelle solo per sognare ma per scandire il tempo della propria esistenza.
«Quando sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante,
incomincia la mietitura; l'aratura, invece, al loro tramonto.
Queste sono nascoste per quaranta giorni
e per altrettante notti; poi, inoltrandosi l'anno,
esse appaiono appena che si affili la falce.»
Invece nell’età del Ferro, i Celti associavano le Pleiadi ai riti funerari in quanto erano presenti nel cielo nello stesso periodo che oggi siamo soliti chiamare “il giorno dei morti” e di Halloween stesso. Mentre per i Maori della Nuova Zelanda la presenza di esse nel cielo era sinonimo di periodo nuovo e propizio per la coltivazione, il Matariki, e cioè “I piccoli occhi del dio”, festeggiato con offerte di prodotti della terra e del mare e riti di iniziazione per i più giovani ammessi ai lavori dei campi.
I Kiowa, nativi americani, credevano che le sette giovani donne andarono a giocare nei boschi per poi essere inseguite da orsi giganti e dunque costrette ad arrampicarsi sulla cima di una roccia diventando successivamente stelle; si sostiene ancora oggi che i solchi sulla roccia de la Torre del Diavolo siano le unghie degli orsi che cercavano di scavalcare con violenza.
Nella cultura Giapponese invece la traduzione di Pleiadi è Subaru, che attualmente, in un modo unico e divertente, è il nome di una casa automobilistica che ha come logo proprio sei stelle che ruotano attorno ad una principale.
Insomma, l’uomo ha cercato in ogni modo di definire questo ammasso di stelle per potersi dare una spiegazione all’originalità che i sette punti luminosi mantengono invariati (se così si può dire) nel tempo.
Prove certe della loro brillantezza nei cieli ce lo assicura anche la scoperta del disco di Nebra, disco di metallo risalente all’età del Bronzo (ma rinvenuto a noi solo nel 1999) ritenuto il ritrovamento archeologico più antico mai scoperto riguardo il tema astronomico, sul quale sono espressamente incise a scalpello le Pleiadi.
Di tutto questo vario elenco delle uniche ed infinite culture che abbiamo la fortuna di avere sul nostro pianeta, cito in ultima quella che più mi appartiene non solo per nazionalità ma per empatia nel sentire del mio cuore.
Le Pleiadi furono decantate da Giovanni Pascoli in una delle sue più belle composizioni intitolata “Il Gelsomino Notturno”.
Questa poesia non ci dona solo un’idea della maestria dell’amato poeta, ma ci regala un vero e proprio fermo immagine di un attimo di vita comune che attraverso le parole ha deciso di restare eterno.
“E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.”
Il poeta inizia citando una caratteristica della pianta che tende ad aprire i suoi fiori solo al crepuscolo, ora nella quale il poeta tende a pensare regolarmente ai suoi affetti perduti. E ci descrive le farfalle crepuscolari, probabilmente falene, che appaiono tra i viburni, piante dai fiori rigogliosi e bianchi.
“Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.”
Le voci sono taciute da più ore, lontano una casa ha ancora qualche strascico di bisbiglio e gli occhi dei cuccioli si chiudono sotto le ciglia protetti dalle ali di una madre, quindi l’immagine di un nido.
“Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.”
Dai calici dei fiori si può annusare un odore così intenso da sembrare simile a quello delle fragole mature. Splende una candela e la vita continua con la crescita rigogliosa dell’erba tutto attorno.
“Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.”
Un’ape in ritardo cerca una delle celle già occupate in precedenza.
E qui la parte che in questo discorso più ci appartiene:
Le Pleiadi brillano così forte tanto da sembrare una mamma chioccia con i suoi cuccioli, e qui la sognante e musicale sinestesia: pigolio di stelle.
“Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...”
Per tutta la notte questo odore è penetrante a causa del vento che sposta qui e lì l’aroma. Il lume, la luce, che sale le scale si ferma al primo piano e si spegne. Qualcuno giace assieme in una notte d’amore.
“È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.”
E’ dunque mattino, i petali tornano a dormire dopo il lavoro notturno, e all’interno dei petali si cova una nuova vita, come quella nel grembo della donna che ha spento la candela per dormire assieme all’amato.
Non è tema a noi nuovo quello che le stelle abbiano ispirato l’uomo in lungo e in largo nella storia, ma prove così certe tra archeologia, scienza e poesia ci fanno poi riflettere sul vero senso dell’esistenza. Se l’essere umano è breve e mortale, il suo sentire non è allo stesso modo così effimero.
Il sentire più profondo dell’animo è probabilmente il mezzo più forte che abbiamo per lasciare una traccia di storia all’umanità che verrà dopo di noi.
In questa osservazione così vasta ho imparato che non è poi così male essere invisibile, una settima sorella, poiché Dante “tornava a riveder le stelle”, Kant citava “il cielo stellato sopra di me”, Van Gogh le sognava, e Sagan ci definiva “suoi figli”, possiamo esser certi che nella nostra precarietà carnale, da sempre siamo convinti che nelle nostre vene scorre un po’ di sangue e un po’ di polvere di stelle.