La sofferenza e l'incontro con il Signore

scritto da fedepell
Scritto 10 anni fa • Pubblicato 10 anni fa • Revisionato 10 anni fa
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Testo: La sofferenza e l'incontro con il Signore
di fedepell

Uno dei problemi che da sempre ha assillato la mente umana nel tentativo, mai riuscito, di addivenire ad un’accettabile soluzione è quello relativo alla sofferenza; sofferenza intesa, nel senso più lato del termine, come mancanza di uno o più elementi che riteniamo costituire i cardini su cui fondare una presunta felicità di vita: dalla mancanza della salute fisica, nella sua infinita varietà di forme, sia con riferimento al soggetto colpito, sia alle singole cause determinanti la menomazione (malattia, violenza subita da altri soggetti o per cause naturali) ad ogni forma di carenza nella zona psicologica-affettiva (causa di sofferenze, a volte, più devastanti delle prime), fino ad arrivare alla mancanza più radicale che è quella della vita stessa.
Ma se accade che ognuno sia, più o meno, disposto ad accettare la sofferenza (compresa, innanzi tutto, la morte) che colpisce il soggetto in maniera del tutto naturale e quella, anche se non ricadente in modalità oggettivamente naturali, che riguarda una persona ritenuta “meritevole” di un certo tipo di punizione, ciò che resta oltremodo difficile da accettare è ogni tipo di sofferenza che ricade sul soggetto inerme, debole, soprattutto se in tenera età, in maniera oggettivamente al di fuori di qualsiasi plausibile giustificazione: in parole povere, la sofferenza del “giusto”.
La domanda, allora, che ci si pone circa l’origine della sofferenza è sempre la stessa: come può il Dio in cui crediamo – unico vero ed assoluto Bene – consentire che avvengano tutti gli orrori (siano essi causati da eventi naturali o attribuibili alla malvagità umana) ai quali siamo costretti ad assistere da passivi spettatori, in quanto destinatari del quotidiano bombardamento dei più diversi mezzi di informazione che tali fatti non evitano di mettere in particolare risalto per soddisfare, d’altra parte, la nostra, a volte masochistica, curiosità? Può essere stato Dio a creare il Male?
Il libro di Giobbe dà un’esauriente risposta a tali domande, anche se in modo, apparentemente, provocatorio.
Dio, in un colloquio con Satana – che mi sembra unico nel suo genere – accetta che quest’ultimo tenti il “giusto” Giobbe con ogni specie di sventure sempre più dure ed inspiegabili: alla fine Giobbe accusa un cedimento nella sua proverbiale pazienza e chiede a Dio spiegazioni di tutto quello che gli capita. “Eri tu con me quando ho creato il mondo?....quando ho diviso le acque dalla terra ferma?....quando ho creato gli animali?.......”. Giobbe capisce ed accetta tale risposta che, apparentemente, tale non è: i suoi mali non vengono da Dio, ma non gli è consentito di indagare oltre; l’argomento, infatti, resta coperto dal mistero, secondo gli imperscrutabili disegni divini. Ma se Dio, sommo Bene, non ha creato il Male, può il Male considerarsi un’entità contrapposta al Bene e, comunque, quando è comparso il Male?. Il Male, come opposizione al Bene al fine della sua negazione, è comparso con la ribellione di Lucifero e dei sui angeli verso Dio: la creatura angelica diventata diabolica, per sua libera scelta, non costituisce, peraltro, la personificazione del Male, ma ad esso tende, assumendosi anche il compito di perenne tentatore dell’uomo al fine di distoglierlo il più possibile dal Bene, per il quale l’uomo è, invece, preordinato.
Il Male, quindi, va considerato come il fine da raggiungere, da parte delle creature diaboliche nella continua lotta contro il Bene, senza, peraltro, mai riuscirci: la contrapposizione del Male al Bene è molto efficacemente, da qualcuno, paragonata all’attacco della ruggine verso il ferro: la ruggine (il Male) corrode il ferro (il Bene) ma non lo potrà mai distruggere totalmente, dato che, in tale ipotesi, distruggerebbe sé stessa. Sempre in tema di similitudini, altri ha paragonato il rapporto tra il Bene ed il Male a quello sussistente, in un pezzo di groviera, tra il formaggio ed i buchi.
Sulla base di quanto sopra osservato, risultano così evidenziati i due aspetti salienti del Male: il Male della pena (sofferenza) ed il Male della colpa (peccato), tra i quali, però, sussiste un misterioso rapporto di correlazione ed interdipendenza.
E’, infatti, di comune evidenza che il male della pena non ricade quasi mai, se non per circostanze che possono apparire del tutto accidentali, sull’autore del male della colpa, ciò in quanto la Giustizia divina non si realizza in questo mondo.
Per mera non riscontrabile intuizione, o suggestione, potrebbe ipotizzarsi un bilanciamento globale universale tra i due aspetti del Male, per cui al Male della colpa corrisponda un Male della pena cui, oltre a tutti gli uomini, partecipi anche tutto il creato, dal mondo animale, a quello vegetale, a tutta la natura in genere, dato che è lecito ipotizzare che il male della pena non sussisterebbe in assenza del male della colpa.
Ma se il problema del Male resta pur sempre un fatto misterioso, quale valore attribuire alla sofferenza, quando mi accorgo che a soffrire, come si è detto, sono i “giusti” ?.
Forse potrebbe essere utile per la risposta, il ricordo di un antico racconto ebraico, ambientato alla corte del Re Salomone.
Una povera vedova ha nella dispensa della sua modesta abitazione solo tre pani. Alla sua porta bussano tre mendicanti ai quali, l’uno dopo l’altro, consegna tutto il pane che ha, confidando nell’aiuto del Signore.
Si reca così a mendicare alla bottega di un ricco fornaio, il quale, rifiutando ogni aiuto, concede alla vedova di raccogliere i cicchi di grano dispersi per terra: la vedova accetta e ringrazia e, dopo un lungo e faticoso lavoro di ricerca, riesce a mettere insieme una discreta quantità di grano, tanto da riempire un sacchetto. Piena di gioia, ringraziando e lodando il Signore, la vedova intraprende la strada del ritorno a casa con il suo prezioso bottino. Senonché per strada viene colta da una grande bufera di vento: un soffio particolarmente impetuoso la sbatte per terra; nel rialzarsi si accorge di aver perso il suo sacchetto, portato via dal vento.
Comincia allora ad imprecare contro il vento che con quell’azione aveva dimostrato di non obbedire al Signore e contro lo stesso Signore che aveva consentito quanto accaduto. Sconsolata, si reca da Salomone per chiedere aiuto, dopo aver raccontato la sua sventura. Salomone la fa aspettare in una sala, dato che, in quella attigua deve ricevere alcuni mercanti che gli hanno chiesto udienza: costoro consegnano a Salomone la metà del ricavato della vendita della loro merce, trasportata in quella città con la loro nave, facendo presente di corrispondere, in tal modo, ad un loro voto al Signore per uno straordinario miracolo a loro stessi capitato. Infatti, mentre navigavano, erano stati colpiti da una violenta bufera che aveva prodotto una falla nella fiancata della loro nave che stava, perciò, affondando: in quella disperata situazione rivolgono un’accorata preghiera al Signore e sono, così, misteriosamente salvati. Successivamente, entrati in porto, avevano avuto modo di rendersi conto delle modalità dell’intervento divino, una volta portata la nave in secco ed aver notato che la falla risultava sorprendentemente tappata da un sacchetto di grano che, a riprova dell’accaduto, consegnavano a Salomone.
Salomone, dopo aver mostrato il sacchetto alla vedova ed aver avuto conferma che era proprio quello da lei perduto, le offre la metà delle monete consegnate dai mercanti; la vedova rifiuta l’offerta, riprendendosi il sacchetto e ringraziando il Signore per averle fatto capire che anche il vento, nonostante le contrarie apparenze, aveva obbedito ai disegni divini.
Ma come può la sofferenza propria costituire sorgente di bene, oltre che per sé stessi, anche per gli altri?
La sofferenza è un mistero, come del resto mistero è la stessa vita dell’uomo: è un libro sigillato che non è dato ad alcuno di aprire e leggere, se non all’Agnello immolato.
Che senso ha, allora, indagare alla ricerca di una giustificazione del perché Dio consente tanta sofferenza, anche dei “giusti”, apparentemente abbandonandoli al loro destino, se lo stesso Suo Figlio, agonizzante sulla Croce, ha posto al Padre quell’identica angosciosa domanda?
E’ solo, infatti, meditando sulla sofferenza di Cristo crocifisso che l’uomo può, se non comprendere, almeno accettare il valore salvifico della sofferenza, se vissuta per amore e con amore nella partecipazione, per dono di Dio e libera scelta personale, alla Sua opera redentrice.
Quel giorno su quel monte le croci erano tre: tre uomini morivano apparentemente con la stessa morte e subendo le stesse pene; ma quale differenza tra loro!
La prima era la sofferenza di chi la rifiutava e continuava ad imprecare contro il Signore ed a nulla serviva; la seconda era la sofferenza accettata e giustificata per i propri peccati e, perciò, risultava a vantaggio della propria salvezza; la terza, infine, era quella del vero Giusto che volontariamente si offriva per la redenzione degli altri. A quest’ultima, comunque, non può attribuirsi un valore meramente soddisfattorio, tale da giustificarla su di un piano apparentemente giuridico, sulla base di criteri di giustizia umana che, d’altra parte, farebbe apparire la figura del Padre come un Dio, quasi vendicatore, che resta in attesa dell’espiazione della pena, per rimediare, così, all’offesa ricevuta; il suo valore salvifico va ricercato nell’adesione libera e volontaria alla stessa: a tale sofferenza deve ritenersi misteriosamente associata la compassione del Padre, per la passione del suo unico Figlio, venendo meno, in caso contrario, lo stesso mistero Trinitario.
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